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DEADGIRL

Probabilmente a suo tempo ne sono rimasta così profondamente scossa per via dell'età, o perché la sua uscita è stata accompagnata da un episodio particolarmente disgustoso che avevo rimosso prima di ritrovarne tracce in rete. Non l'ho mai rivisto, ma lo ricordo come un film oltremodo brutale, disinteressato alle scene di violenza sessuale e concentrato sulla relazione fra gli stupratori. Anche in quel caso lo stupro era seguito dalla prospettiva di un giovane ignavo, che non si oppone positivamente alla consumazione del crimine ma nemmeno violenta direttamente le vittime. Una delle due ragazze sequestrate, nel corso di un confronto le cui premesse hanno qualche prossimità con il finale di Deadgirl, così lo apostrofa (circa) : “tu mi fai più schifo di loro. Perché loro sono animali, ma tu sei un vigliacco”. A scriverla adesso mi pare una frase scontata, quasi stucchevole, ma allora mi mise addosso una paura dei vigliacchi (di incontrarli, di essere una di loro) che non mi ha più lasciata.
Deadgirl è una versione de Il Branco in salsa adolescenziale, con zombi, da una prospettiva più ambigua.
Trama: Ricky e JT, due adolescenti emarginati, fanno una gita fuori porta per vandalizzare il cadavere di un ospedale abbandonato. Nei sotterranei trovano una zombie. È nuda, è mordace, è incatenata a un lettino. JT decide di farne una schiava sessuale per sé e per gli amici. Ricky si limita a qualche blando tentativo di reazione, senza concludere nulla. Le cose - chi l'avrebbe mai detto? - deragliano verso un tripudio di sangue e merda.
Le palesi connotazioni exploitation del soggetto hanno aiutato il film a farsi notare durante il pellegrinaggio di festival in festival, ma anche a transitare dalle nicchie internettiane di devozione al morboso a uno spazio polemico più vasto. Da una parte lo si accusa (magari senza averlo visto) di trasformare lo stupro in intrattenimento, dall'altra lo si assolve come parabola horror contro la reificazione del femminile. C'è anche chi ne approfitta per discutere di un ipotetico sottofilone zombie-femminsta.
Pubblicità, hype.
Di fatto Deadgirl non è un film particolarmente “femminista”, ma affronta la questione della costruzione dell'identità maschile correlandola al potere sessuale oppressivo.
I protagonisti rientrano in una rappresentazione dell'adolescenza tutto sommato classica: dispersa nel vuoto valoriale, imprigionata in un tessuto sociale che riduce le relazioni all'esperienza della mortificazione o al vincolo altrettanto umiliante della solidarietà tra losers.
La scuola superiore si conferma come esemplare eccellente di aggregazione ferina e il mondo degli adulti si ritrae in un'assenza debole e colpevole.
Anche le donne in quanto individui tendono alla scomparsa. Ne resta traccia nel corpo della ragazza morta - vuoto per la maggior parte del tempo, a tratti occupato da qualcosa di bestiale e blandamente maligno - e nell'immagine astratta di Joan, ora angelicata come simbolo dell'infanzia perduta, ora riassunta nella spettralità senza storia del sogno erotico. Le donne vive del film sono detestabili perché non è possibile conoscerle. Sorridono con condiscendenza o picchiano duro. Comunque non si concedono, confermando un più vasto senso di inettitudine e sconfitta, vanità o assenza di aspirazioni.
La frase “Questo è il meglio che possiamo avere” ha l'importanza, se non la ricorrenza, del tormentone: in un certo senso è su questa ammissione di inadeguatezza che si fondano la solidarietà tra i giovani stupratori della ragazza morta, i conflitti di appartenenza di Ricky e gli strumenti seduttivi di JT – tipico sfigato senza futuro promosso a tipico villain spaccone dalla pura crudeltà e dalle sue note proprietà corroboranti.
A fronte di una serie di affermazioni sensate ma anche abbastanza generiche sulla violenza misogina (lo stupro di gruppo è una faccenda tra maschi; lo spettacolo dello stupro è uno spettacolo di potere e in quanto tale fabbrica spesso più codardi che vittime) e sulla natura umana (i servi si rifanno tormentando gli schiavi; la sofferenza, lungi dal migliorarci, ci rende rabbiosi e miserabili;) il soggetto di Haaga vince un'intuizione molto penetrante rispetto alle fantasie di reificazione: l'idea, cioè, che il sogno erotico della schiava sessuale completamente inerte, perfettamente manipolabile, non sia privo di contatto con gli impulsi necrofili. Un cadavere in un certo senso è puro corpo, l'oggetto ideale per l'esercizio di un potere arbitrario, non negoziabile, senza responsabilità.
Haaga deve essere partito da qui, per raccogliere il resto da una tradizione relativamente recente del cinema di zombi: quella che si concentra sugli ultimi minuti del suo seminale capostipite, raccontando di Morti Viventi asserviti, sfruttati o tormentati dai Vivi.
Il risultato è la Ragazza Morta: un mostro esteticamente potente e molto misterioso, che alterna una spaventosa incoscienza voodoo ai raptus famelici della sportiva variante O'Bannon.
Poi: nessuno si accorge che questo e quella sono scomparsi? e che fine fanno i corpi delle vittime? Come funziona esattamente la faccenda della zombificazione? Perché Scully non si incarica immantinente di procedere alla scrupolosa autopsia di quel palestrato figliuolo che ha espulso le sue proprie budella nella toilette della scuola? Non lo so perché, ma ammetto che non me ne importa molto.
Qualche settimana fa si è parlato parecchio di un simpatico studio che ipotizzava l'invasione zombi, indicando nella sconfitta della razza umana il suo esito più plausibile. Prima o poi dovrò dargli una letta, perché uno scenario alla Fido (2006), a occhio e croce, mi sembra parecchio più verosimile.
Cioè: a fare presa sul mio immaginario di spettatore-medio, attualmente, è l'idea che la civiltà sia incapace di cadere nel panico di fronte alla resurrezione dei morti. L'industria lo sa, e sforna favolacce tetre la cui morale suona più o meno così: in un corpo che torna a camminare senza l'anima noi non vedremmo un perturbante riflesso dei nostri istinti e costumi, ma tutte le opportunità connesse all'ingresso sulla piazza di una nuova specie senza diritti.
Insomma, siamo al massimo della misantropia. O almeno a un secondo livello di disillusione rispetto alle parabole catastrofiche delle vecchie glorie horror.
PS: Non riesco più a usare i commenti, pare. Grazie Splinder!
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BIKINI E MORTI VIVENTI

Qualche anno fa, in Giappone, uscì un gioco per PS di tema zombesco in cui una ragazzina in bikini, boa di struzzo e cappello da cowboy roteava la sua katana con il solo scopo di spezzettare in più parti migliaia di morti viventi. Il gioco ebbe un notevole riscontro, tanto che seguirono numerosi capitoli e ne uscì anche una versione europea. Alcuni videogammari (italiani) incalliti, stimolati dall’odore del sangue (ingrediente che in questo gioco non manca di certo), si procurarono le versioni originale nipponiche per articolare rapidamente i propri polpastrelli su un (ormai) consunto joypad. Tra questi, anch’io ho passato giornate intere con Oneechanbara. I giapponesi ne hanno, da poco, fatto un film (visto!) ed è in programma già un sequel. Tutto questo per dirvi che ho scoperto che ne esiste una versione per Wii (ovviamente non in italiano), che ho provveduto ad acquistare su play.com e che attendo con ansia mi arrivi…l’idea di roteare una katana davanti alla tv per tagliare a fette degli zombi…mi stuzzica (avete presente Tokyo Gore Police?), spero solo di non rimanerne deluso. Per coloro i quali avessere intenzione di saperne di più sul mondo di Oneechanbara un unico avvertimento…sia il gioco che il film, alla lunga tendono a stancare in quanto piuttosto ripetitivi…ma una ragazzina con gli occhi a mandorla seminuda e abbigliata come platinette ubriaca che imbratta lo schermo con secchiate di sangue… la buttiamo via?
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DANCE OF THE DEAD
ovvero
QUANDO DIO TIRO' LO SCIAQUONE DEL CESSO (di Gregg Bishop, 2008)
Chi l’ha detto che non si può fare un film “originale” usando trame viste e riviste, situazioni ultra sfruttate ed addobbando ogni fotogramma di pellicola con citazioni anche banali?
Beh, Gregg Bishop (regista) e Joe Ballarini (sceneggiatore) hanno dimostrato con “Dance of the Dead” che questo paradosso è realizzabile.
Nonostante sia assodato che l’era dei morti viventi sia iniziata da un pezzo e che il Teen-zombie ormai sia diventato (quasi) un genere cinematografico, la visione di questo film lascia qualcosa in più di un semplice piacevole ricordo.
Causa radiazioni i morti di un cimitero tornano in vita affamati, a prenderli a calci in culo un gruppo di adolescenti alle prese con il grande ballo di fine anno.
Come dicevo…nulla di nuovo, anzi da questa brevissima sinossi, mi vengono in mente almeno una decina di film…tuttavia DOTD merita.
L’aspetto tecnico è notevole considerato il budget bassissimo, il cast sconosciuto, il poco esperto regista e lo shot in digitale. La fotografia regge sia in interno che in esterno e il ritmo è davvero elevatissimo anche nei momenti di pausa. La recitazione dei ragazzi è davvero di altissimo livello e consolida, in maniera non indifferente, il lavoro di Bishop. La sceneggiatura disegna un’omogenea fricassea di personalità eterogenee. Individualità forti, interessanti e soprattutto protagoniste.
Forse è proprio questo il pregio principale del film. Alcune trovate sono davvero azzeccate, come la fuoriuscita degli zombi dai loro loculi, l’apprezzamento dei suddetti per la musica rock (punk per l’esattezza), l’amore antropofago tra due zombi e l’anomala quantità di superstiti pronti a combattere senza paura.
Il clima è piuttosto leggero e ironico ma sempre misurato, in modo da non sfociare mai in farsa o parodia. Davvero un buon film (aveva ragione Deep) dal gusto e dall’aspetto molto anni ’80 (il che non è male).
Consigliato vivamente a tutti…ma se amate le citazioni è una vera goduria…
DEADGIRL TRAILER

Ho trovato in rete (inizialmente qui, insieme a una piccola collezione di cose disturbanti, tra cui le già famose immagini del perversissimo Human Centipede) il trailer per adulti di Deadgirl , molto ma molto più bello della versione adatta a qualunque tipo di audience.
Adesso sappiamo che l'eroina mangia il miglior amico dell'uomo, come gli zombie vecchio stile: Cattiva, cattiva Ragazzamorta!
Io non ho ancora visto questo film, e inizio a starci veramente male.
PUTREFAZIONE, GNOCCHE E VEGANI
Sono circa una ventina le buone idee per cui provo una livorosa, torturante e purissima invidia. Quella dei ragazzi che hanno messo su Zombiepinups.com nel lontano 2002 (credo) è una di loro. Anche se non ha mai toccato le vette glam del calendario derivativo segnalato da Seaweeds e Deep qualche mese fa, Zombiepinups resta meritevole di imperituro encomio per aver portato sul web il florido connubio tra la sensualità manierata delle pin up classiche e l'irrazionalità infetta dei morti viventi, fondendo con un certo gusto due icone basilari della cultura pop.
L'idea era quella di rappresentare una versione aggiornata delle polpose modelle di Beauty Parade, Tittler, Wink, Flirt e compagnia bella, con una piccola rivoluzione: laddove l'obiettivo dichiarato da Eyeful era “glorificare la ragazza americana”, Zombie Pin Up si preoccupava di promuovere la putrefazione favolosa e, facendo il verso all'immortale cultone di O'Bannon, prometteva al popolo della rete un seducente tripudio di “Beauty... and Braaaains!”
In verità penso sussista un legame abbastanza ovvio tra le immagini più immediate ed edulcorate del corpo femminile, quelle che lo assumono come territorio di una rappresentazione non necessariamente superficiale ma sicuramente stilizzata del desiderio, e i cadaveri dei morti viventi, simboli altrettanto essenziali di corruzione e disfacimento.
Zombie Strippers! lavora su questa associazione promettendo un gran fracasso ed è un buon prodotto di intrattenimento. C'è Robert Englund, si vede un sacco di sangue, le ragazze decomposte sono veramente decomposte e Jenna Jameson è simpatica – non mi sbilancio a dire che è brava, ma francamente non mi sembra nemmeno che abbia molto da invidiare alla vampira paralizzata dal botox dell'ultimo Underworld.
Nel complesso sono d'accordo con chi ha parlato bene del film, ma un paio di dettagli mi hanno irritata.
Per esempio ho trovato la cornice di satira politica un po' spuria e a tratti mi ha dato l'impressione di essere esibita come fattore nobilitante. Fastidioso, ma ci può stare. Le citazioni colte “nascoste” nei nomi dei personaggi invece mi sono particolarmente rimaste sui maroni, così come i contenuti extra farciti di rassicurazioni plurime sul fatto che Jay Lee conosce benissimo Brecht.
Spiego: la mia idea è che quando ci applica alla confezione di un film fieramente trash, di un omaggio apologetico alla serie Z o comunque di un prodotto che fa della presunta appartenenza all'area del cinema disimpegnato il proprio vessillo pubblicitario, poi si potrebbe anche resistere alla tentazione di raccattare ogni pretesto per chiarire che comunque sottosotto si resta brava gente istruita, consapevole delle potenzialità eversive del genere e ovviamente antirepubblicana almeno quanto George Romero. Insomma, il plot di base è delizioso e il film è carino, ma se se la fosse tirata un po' di meno sarebbe stato più simpatico. Cose che si guardano con indulgenza quando una tizia smembrata si sfila il perizoma impiastrato di orrendi liquami davanti all'inorridito Englund. Taccio delle minacce sessuali al maschiomedio, che quest'anno ho visto più piselli mozzati e fellatio cannibaliche al cinema che signore dalla chioma biondo-menopausa al supermercato.
Su imdb leggo del coinvolgimento di Jay Lee in un'altra allettante avventura a base di morti viventi: il misteriosissimo Attack of the Vegan Zombies!, che almeno per il titolo si candida a ingrassare la collezione di invidie di cui sopra. Per ora, a parte l'homepage più pauperistica della storia del cinema, non ho trovato niente in rete su questa pellicola. Imdb la data al presente anno, ma un Attack of the Vegan Zombies! di Jim Townsend sembrerebbe essere già stato autoprodotto nel 2007, come impresa lampo di una troupe indipendente. In attesa di un po' di voglia di mettermi su google a indagare sul mistero dei non-morti cruelty free, credo che passerò il tempo decomponendo Peter Singer al photoshop e accontentandomi degli zombi mediamente animalisti di Zack Snyder, quelli che mangiavano gli umani ma non i cani.
Mi erano piaciuti gli zombi di Snyder, che al solito è fallimentare nei momenti drammatici/emotivi (vedi la noiosa tragedia dello zombie-parto) e spassosissimo nelle scene di botte (la coinvolgente apertura). Ho letto che entro l'anno prossimo, oltre al travagliato remake di Heavy Metal e a cinque sei filmoni tra cui The Illustrated Man, Sucker Punch e il sequel del mio adorato 300, dovrebbe trovare anche il tempo di scrivere di sangue rappreso per Army of the Dead: una zombata action ambientata a Las Vegas. Eh, beata gioventù.
CHAINSAW MAID
L'altra sera, con un degno sodale, ci si interrogava sul potenziale estetico di un eventuale splatter in stop-motion con pupazzi in plastilina.
Qui sotto un'impressionante prova di claymation del giovanissimo e talentuoso Takena Nagao, che si occupa di zombi, sexploitation in salsa furry, wresting e altre robine per palati superiori. Chainsaw Maid è il mio preferito, ma raccomando tutto quello che c'è sul suo canale.
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HELLO CTHULHU!
Essendo una figlia del popolo, io, vedo cose che vuoi intellettuali non potete vedere.Per esempio, vedo che c’è qualche cosa di rancoroso nel modo in cui i ragazzi che hanno studiato, gli estimatori del cinema prezioso, pronunciano o scrivono il termine “mainstream”. E’ il riflesso di una sorta di sdegno oligarchico e di odio lovecraftiano non tanto per il semplicismo violento delle masse e dei loro gusti plebei, quando per la loro capacità di successo economico, per l’istinto primitivo e infallibile con cui il parvenu cava denaro dagli strumenti dell’arte, spremendoli e strizzandoli con le sue grosse manacce callose. Nel ricorso al termine mainstream, insomma, il disprezzo virtuoso dell’asceta incorruttibile si mescola all’invida inconfessabile dell’aristocratico impotente, fisiologicamente incapace di lasciare i suoi salotti platonici e le sue biblioteche ombrose per misurarsi col travaglio virile e compromissorio di chi fabbrica il soldo alla luce del sole e per mestiere, martellando e spalando, brigando e adulando, comprando e vendendo.
The Mist, per dire, è un film mainstream.
L’ho visto in una sala sabatina, (relativamente) affollata, pulsante, coinvolta. Per la prima volta dai tempi del Fantafestival mi sono sentita precisamente una parte del pubblico, un suo membro di diritto: insomma, non una che è andata a guardarsi un film per cazzi suoi e adesso, anche se in sala ci sono questi rumorosi estranei ruminanti, sopporta con ineffabile garbo perché la mamma a suo tempo le ha insegnato l’educazione. Non mi hanno disturbata affatto i commenti, né le risate e i bisbigli e i sussulti, non gli applausi - tutti invariabilmente esplosi “al punto giusto”. Mi sembrava di essere al Nuovo Cinema Paradiso, giuro, solo che senza le menate strappalacrime e con i mostri grossi. Così mi sono detta: questo deve essere il mainstream al suo meglio, poffarbacco!
Fatto con un po’ di soldi ma senza divi, il film riferisce le dinamiche, gli stilemi e naturalmente anche le ovvietà e gli stereotipi del cinema di zombi, proposti in una salsa apertamente romeriana, ergo suo malgrado insopportabilmente didascalica e blandamente moralista ma sempre rigorosa e totalmente efficiente.
A questa struttura zombesca si affianca un modello di invasione antecedente, se vogliamo un po’ da guerra fredda, essenzialmente basato sulla natura totalmente altra della minaccia.
Abbiamo perciò corpaccioni alieni grassi e caotici o semplicemente enormi, anatomie insettoidi parecchio gigeriane, leviatani abissali assai tentacoluti e grugniti a palla. Se poi non bastasse, anziché sbarcare da qualche navicella lampeggiante come un marziano dei bei tempi avrebbe avuto il buon gusto fare, questi irragionevoli orrori emergono dal velo archetipico della nebbia per dare il via a un’invasione vecchio stile, tutta predazione indiscriminata e bestialità demente.
Forse che potevamo farci mancare, nel momento del bisogno e in un contesto di ispirazione kinghiana, l’ottusità preistorica delle divinità di Lovecraft? Direi di no.
Si parla di Cose che possono permettersi una secolare soggiacenza all’inconsapevole precarietà del reale, signora mia, Cose sepolte sotto le calde rovine dell’occultismo o dell’archeologia, che ammazzano l’eternità balbettando bestemmie e pregustando l’inesorabile avvento del regno dell’informe.
In cotale corrusco pastiche escatologico possono trovare senso le blaterate veterotestamentarie della signora che ti sta accusando dalla foto, ma l’efficacia oggettiva della razionalità come strumento di interpretazione e valutazione del reale arretra, perde significato e finisce col somigliare a una sorta di ottimistica e obsoleta superstizione, coltivata dagli avvocati paranoici ma soprattutto – e con più misura – da quel gruppetto di nerd isolati in cui tutto il Nuovo Cinema Paradiso si identifica senza tentennamenti. Ecco a cosa precisamente alludevo menzionando Romero.Non sono il tipo che appena vede gente asserragliata in un supermercato si mette a strillare “Romeriano! Romeriano!”, ci tengo a chiarirlo subito anche perché qui il tempio del consumo è un nascondiglio, non lo scenario di un assedio in senso stretto. I mostri in effetti se ne sbattono di entrare e divorano equanimemente tutto quello che trovano: un redneck in salopette di jeans dal loro punto di vista non è più saporito di una falena velenosa da sette chilogrammi. Non trovo specificamente romeriani nemmeno l’equilibro tra gli spazi della sicurezza e quelli del pericolo, la riproduzione delle dinamiche sociali sulla piccola scala della comunità superstite o la proposizione degli stereotipi più utili a svolgere con immediatezza la solita parabola pessimistica sulle ripercussioni politiche dell’emergenza e del trauma.
Ben più interessante, dal punto di vista delle derivazioni e dei déjà-vu, è il fatto che l’eroe – un uomo razionale, responsabile, vincolato a valori tradizionali quanto immarcescibili (lascia stare la famiglia, come vogliamo chiamarlo un illustratore di locandine che riesce a mangiare nell’era di photoshop?) – sbagli tutta la strategia, dal primo all’ultimo passo.
Lui e i suoi compari stanno lì che ragionano, dibattono, ricostituiscono surrogati di nuclei familiari smembrati, recuperano competenze segrete e danno fondo a risorse insospettate (il cassiere sembra solo un servizievole quattrocchi dal mento moscio, ma dentro è il Clint Eastwood della Torre Nera nonché tutti noi). La pianificazione però fallisce, sul lungo termine vincono i comportamenti viscerali e gli istinti non mediati, gli eventi assecondano i trip profetici, le maledizioni emergono dal tempo letargico della mitologia e ricominciano a funzionare in quello concitato della contingenza, per chi non si adegua sono cazzi amarissimi.
Il Nuovo Cinema Paradiso lo capisce, si appassiona, batte le mani, fischia i villain, sussurra unidicisettembre, si diverte. Si dimentica senza rimpianti di alcune illogicità grossolane (le reazioni dell’avvocato nero, per esempio, che hanno qualche bug pesante), della scontata distribuzione dei dialoghi, della stereotipa prevedibilità delle maschere, delle rivelazioni poco persuasive, di qualche fase stanca, di un uso del gore irritantemente equilibrato, della presenza importuna del solito moccioso esattore di lacrime e di altre consimili stucchevolezze, della mania per il ritorno dei conti che certi sceneggiatori come Frank Darabont non sanno mai se perseguire con la diligenza dovuta a un dogma hollywoodiano o trascurare fancazzisticamente pur di regalare agli occhi lucidi dell’eroe una manciata di secondi extra.
GORE GORE NOTES
Due tre cosine andavano premesse. Io che sono lucidissima le pospongo.
[1] Non ho mai letto il racconto. Per compensare la faccenda mi ero astutamente assicurata la presenza della Zia Fredda e Crudele - miglior conoscitrice di King, sottilissima affabulatrice nonché efferata produttrice vetriolo - al fine di surrogare con la sua esperienza la mia colpevole ignoranza e di garantirmi una dilettevole aggressione verbale all’eventuale alterazione degli spunti originari una volta passati i titoli di coda. Purtroppo però nemmeno la Zia aveva letto The Mist, sicché ancora oggi ignoro bellamente la relazione tra film e racconto. Inoltre, ha gradito anche lei, perciò niente cattiverie dopo l’ultimo spettacolo. Si può essere più sfortunate?
[2] Mi mancavano molto questo blog e i blogger che passavano da queste parti, ma ero ormai troppo in imbarazzo per “ricominciare”. L’ottimo Demone e il buon Stilgar mi hanno consigliato di deporre queste timidezze. Anche se sono sempre imbarazzatissima, molto li ringrazio del pensiero.
[3] Il titolo del promesso post di ritorno dottamente si riferisce a questo comic, che ha il suo perché.
MANGIA LA RAGAZZA
UNA STORIA D'AMORE D'ALTRI TEMPI

“Boy eats girl” è un teen-horror.
Amori adolescenziali, sesso, party, college e tutto ciò che è attinente ad uno spensierato gruppo di ragazzini alle prese con un’orda di mostri. La cinematografia moderna ci ha propinato (mortacci!) dozzine, centinaia di prodotti (quasi tutti made in USA) che seguono fedelmente lo stesso clichè, gli stessi schemi narrativi, tanto da generare cloni di cloni e risultare infinitamente noiosi. Ma allora (vi starete chiedendo) perché cazzo parli di questo film?
Beh fondamentalmente la ragione è una: è irlandese…girato interamente sull’isola di Man con il contributo delle autorità locali. Anche se questo non basta a fare di “Boy eats girl” un grande film, presenta degli aspetti che vale la pena segnalare. I rapporti umani sono molto più delineati che in un’equivalente produzione americana, la comicità molto più sottile della classiche gags “scureggione” da campus californiano, esistono dei valori che riescono a superare il binomio sesso/alcool , i ragazzi giocano a rugby (!), ma soprattutto il film è estremamente cattivo, grondante ettolitri di sangue e quintali di viscere. Nonostante il lieto fine sia d’obbligo e l’aspetto dichiaratamente commerciale, l’operazione del pressoché esordiente regista Stephen Bradley e della sua truppa di giovani attori si lascia
guardare senza sprofondare in un mare di noia e banalità presentandosi (senza ipocriti proclami) per quello che è: un divertente filmetto.
Molte citazioni, ottimi effetti speciali “tradizionali”, cattivissimi e rapidissimi zombi ed un finale che (novità!) non apre la strada a nessun sequel.
Da vedere ghiacciato, in compagnia. Inutile dire che il film è inedito in Italia.
IN ZOMBIES WE TRUST
Nel mio recente approfondimento della filosofia mortovivente mi sono imbattuto in 3 film che affibbiano ai ritornanti delle connotazioni fisico/estetico/psichico molto diverse tra loro.
La cosa interessante è dovuta dal fatto che sono stati distribuiti tutti nello stesso anno e che il comune filo conduttore è l’umorismo, legato strettamente al territorio d’origine.
Ma ecco le tre schede ( i voti si intendono su scala 10)
Pellicola: SARS WAR
Data di nascita: 2004
Nazionalità: Tailandia
Causa condizione: Mutazione virus Sars
QI: Medio
Velocità: 7 (rapido e micidiale)
Aggressività: 8
Antropofago: Si
Segni particolari: dentatura da squalo
Clonato da: DEMONI
Pellicola: DEAD MEAT
Data di nascita: 2004
Nazionalità: Irlanda
Causa condizione: Degenerazione virus mucca pazza
QI: Bassissimo
Velocità: 2 (lento e impacciato)
Aggressività: 6
Antropofago: Si
Clonato da: NIGHT OF THE LIVING DEAD
Pellicola: DEAD & BREAKFAST
Data di nascita: 2004
Nazionalità: USA
Causa condizione: Scatola cattura anime di origine Tailandese
QI: Alto
Velocità: 7 (niente da invidiare ai vivi)
Aggressività: 8
Antropofago: No
Clonato da: RETURN OF THE LIVING DEAD
Ho comprato i film su ebay dalla tailandia, originali di buona fattura, con tempi di spedizione ragionevoli (10gg) a prezzi davvero bassi (media di 5 euro comprese spese di spedizione).
Vi consiglio di vederli tracannando birra, sono davvero divertenti.
SAMPIETRINI NEMICI DELLE PIU' NOBILI TRADIZIONI
Dicono che sono un'ignava, una ragazza poco impegnata.Sarà anche vero, ma di fatto quando mi assumo responsabilità da adulta invece di giocare a Dungeons & Dragons o ridoppiare l'Armata delle Tenebre con più parolacce o stare con Peter Pain a discutere per questioni di straziante attualità, tipo chi è più figo fra il Mostro della Laguna Nera e la Mummia, e vado, ad esempio, al Pride succedono le Tragedie. Ad esempio non ho credito e non posso cercare gli amici dispersi. Ad esempio mi si incastra un tacco nei sampietrini e mi si spezza di netto non appena mi dibatto per non essere travolta dalle retrovie No Vat (si spezza a me, rialzata di 5 centimetri 5, mica alle 2000 signore su 15 metri di stiletti affilati come le armi di Kakihara che mi superano serafiche al piccolo trotto). Ad esempio devo zoppicare un'ora sperando che sul percorso della parata ci sia un negozio di scarpe. Ad esempio lo trovo solo alla fine ovviamente è privo di scarpe che voglio veramente. Ad esempio devo comprarne comunque un paio quasi a caso perchè la camminata Aigor non mi ha mai donato.
Che Dio maledica i sampietrini. Essi minacciano la nostra società, il futuro delle nostre giovani madri lacrimarum, tenebrarum, etc. Guerra aperta e tolleranza zero contro l'iniqua perversione dei sampietrini.
Comunque c'era davvero tanta gente stavolta. Io mi sentivo un po' Big Daddy (anche l'andatura, nevvero, era quella). Mi domandavo, arrancando, se non sarebbe bellino organizzare veramente un gruppetto romeriano per l'anno prossimo, anche se non ho idea di quanto la metafora risulterebbe leggibile. Ci penserò, ma ora bando alle ciance: torno fra una settimanella. Attendimi con trepidazione e godi frattanto della sublime documentazione fotografica dell'evento.





























