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(E le altre incredibili attrazioni di Tomas Kuebler)

Devo ringraziare l'ottimo redattore Frankenstenia per avermi presentato le creature di Tomas Kuebler, artista americano che un tempo si occupava di giocattoli e animatroni. Oggi realizza questi enormi simulacri a base di lattice, attingendo al repertorio iconografico dei grandi classici dell'orrore, al bestiario fantasy e all'estetica del sideshow.
L'aspetto virtuosistico che contraddistingue questo genere di scultura passa quasi in secondo piano, surclassato dall'approccio appassionato e nostalgico tipico degli uomini che amano i mostri, quelli che li percepiscono come protagonisti, che immaginano per loro personalità e biografie. La galleria di Kuebler non propone discorsi intellettualizzati sull'icona, più semplicemente lavora sul ritratto: le star Universal e gli eroi Tod Browning, così come l'incantevole teoria dei personaggi originali, sono soprattutto portatori di una psicologia e di una storia. Talvolta - è il caso di Cletus e Shorty Greeley , nati senza Banjo in un'altra opera già venduta - per raccontare tutto su di loro c'è bisogno anche di un sequel.
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NONNA SPANKING
Of Freaks and Men è un film curiosissimo e credo davvero poco famoso, almeno in Italia, mentre altrove lo si trova occasionalmente citato come campione di moralismo, umorismo o laido sadismo. A scelta.La storia, necessariamente oscena, è ambientata nella Russia dei primi del novecento e parte dall'alba della pornografia cinematografica per edificare una classica (e scontata, lo ammetto) parabola metacinema documentando la sua collisione tragica con una serie di vite borghesi, intrecciate dagli inaspettati tentacoli dell'industria del morboso e inesorabilmente travolte in un dramma ironico e lugubre.
Al cupo fatalismo - che qualcuno potrebbe definire “molto russo” ripensando ai titani letterari ottocenteschi - indubbiamente soggiacente alla sua ironia nera, Balabanov associa senza imprevedibilità ma con fortuna una monocromia seppiata assai vintage che ricorda subito la fotografia dell’epoca in entrambi i prototipi iconografici citati dal film: i ritratti di famiglia borghesi e le scenette pornografiche. Tanto i primi quanto le seconde – di cui posto rappresentanza selezionata a lato - hanno qualcosa di elegante, dignitoso e tetro che mi ha sempre fatto pensare ai fantasmi, a entità taciute e impalpabili che si addensano oltre la studiata e pregiata economia delle composizioni.
La trama è bellissima e tremendamente incasinata.
Liza vive con suo padre nella domestica quiete della buona borghesia pietroburghese, ma colleziona segretamente fotografie di flagellazione, nascoste (sino alla classica spiata) nel candore immacolato della biancheria riposta. Costei ha dunque un lato oscuro, costei è catturata, sottovoce adescata da quello speciale e condiscendente magnetismo che appartiene solo allo spettacolo del martirio, della mortificazione, della riconduzione a un’infanzia affrancata dall’orribile imbarazzo della libertà e confortevolmente assoggettata all’avvicendarsi assolutorio di punizioni e premi.
Autore delle foto è, a insaputa della fanciulla, il giovane Pulitov. Puro e idealista, il bel tomo si presta però al porno con le narici tappate e per motivi squisitamente “alimentari” (come diceva Aristide) in attesa del giorno in cui potrà servirsi di un futuristico mezzo espressivo – il cinema - per ben più autoriali faccende. Suo boss, intento a lucrare nel ramo carnale con l’assistenza del laido braccio destro Victor, è lo spregiudicato Johan. Costui è anche fratello della governante Grunja, nonché nipote della Star Cult del film di cui ti dirò più avanti (sembra Beautiful, lo so, resisti: è fatto apposta). Come Pulitov, Johan aspira alla mano della nostra incantevole Liza e una volta da lei respinto si fa protagonista di un radicale switch che lo teletrasporta dal mondo desiderante e frustrato del pretendente a quello incurante di chi pretende, perché può.
Passata alla morte del padre sotto la tutela di Grunja, Liza resta infatti inerme nelle mani di Johan, insediatosi nella quieta dimora borghese di cui sopra come un tracotante invasore. Egli, dimostrando un ammirevole istinto sadico, non si degna di usarle personalmente violenza ma la elegge a reificata attrice non protagonista della specialità della casa: filmini sadomaso a base di flagellazione girati proprio dal sedicente idealista, quel cacasotto ipocrita di Pulitov, e cuciti su misura per l’appassito carisma della mitica “gnagna” (lo scrivo come è pronunciato, non farmene una colpa). Costei è la Star Cult di cui sopra: La corrucciata sadononna per cui Johan nutre un’amorevole, incantata e incestuosa ammirazione. Armata di un domesticissimo strumento di fustigazione [1], la sadononna fa il suo ingresso sulla scena borbottando stoicamente, quasi lasciasse di malavoglia le ordinate e semplici faccende di bucato e cucina da cui immaginiamo sia stata distolta per somministrare una seccante ma meritata lezione alla petulante pargoletta. Si siede, sculaccia senza economie la nuda Liza e a riprese concluse si allontana così com’era venuta. E cioè perfetta e surreale.
Frattanto l’inferno comico e crudele si accresce di nuovi protagonisti, con l’intrusione di un nuovo sadico, stavolta il “barbaro” Victor, nella placida dimora di un buon dottor Treves [2] dedito con la moglie Ekatrina all’accudimento di Kolia e Tolia, due gemelli siamesi che ha adottato alla nascita immediatamente dopo gli scatti destinati a documentare il fenomeno teratologico. Ekatrina, contrapposta alla sciatta puttanità della balia opportunamente tettona e futura complice di Victor, è una frigida e inflessibile signora che non ci vede, ammaestra i suoi gemelli al bel canto con disciplina e sottopone il consorte al sistematico e algido rifiuto di ogni tenerezza coniugale. Il suo è il secondo e più clamoroso caso di switch. Toccata nel profondo dalla volgare autorità del viscido Victor, Ekatrina finisce come Liza protagonista dei soliti filmini a base di fustigazione, mentre il truce figuro si impossessa dei pargoli per dare un tocco di esotico freakshow alla sua raccapricciante produzione cinematografica. A seguito del rapimento i gemelli finiscono, malgrado la disperata ricerca del padre, per condividere la prigionia di Liza in quella che fu una casa normale. Il primo sviluppa così un precoce amore (corrisposto) per la (meno) giovane slave, il secondo una sinistra e fatale dipendenza dall’alcol.Ad eccezione di Victor Ivanovic e Pulitov, che paiono immuni alla minaccia del legame per brutalità/elementarità o codardia/opportunismo, ogni singolo personaggio è imprigionato in un vincolo soffocante e ineludibile, più vicino al bisogno distorto e testardo che non all’imposizione violenta nel suo grado più puro. Per questo non si assiste ad alcuna redenzione quando la cricca dei pornocarcerieri viene a dissolversi. I prigionieri, semplicemente, si disperdono in un’inutile e breve assenza di patria, di casa e di senso.
Un finale triste, lo so. Perciò per non deprimere nessuno, in luogo di qualche considerazione di chiusura toccante o sagace, annuncio e proclamo la buona notizia che già tutti sanno: tra pochi giorni inizia il Joe D'Amato Horror Festival. Con un cartellone molto interessante.
Perciò, chi può, ci vada.
[1] Il flagello della sadononna è simile, mi pare, a quello della vera foto SM vintage sopra. Scene SM e in particolare di spanking e fustigazione sono, per il poco che ne so, particolarmente frequenti nella fotografia erotica e pornografica di quella che amo chiamare (da simpatica buontempona quale sono) l’Età Freudiana.
[2] Il dottor Treves era il medico che, prendendolo sotto al sua ala, esportò "l’uomo elefante" Joseph Merrick dai crudeli sideshow dei bassifondi alle sale da conferenza e all’ora del ricevimento della buona società vittoriana. Treves di fatto non salvò Merrick dagli altrui occhi, ma almeno dalla miseria e dalla violenza fisica sì. Scrisse anche, narrandone l’interiorità candida e romantica, un’accorata biografia/agiografia dell’uomo elefante che fu in seguito ispirazione di opere teatrali e musical nonché del celeberrimo film di D. Lynch. A mio giudizio questa biografia rappresenta una delle più deludenti testimonianze di come la difformità, anche quando oggettivamente patologizzabile, sia dolorosamente destinata a restare fraintesa da chi pretende di comprenderla. Infatti il solo parlarne mi ha depressa a morte, non dovevo farlo.
[3] I ragazzi del film hanno fattezze orientali, per citazione dei famosi fratelli Bunker, alla cui celebrità si deve l’origine dell’espressione “Gemelli Siamesi”. Chang e Eng Bunker, impossibilitati a separarsi, morirono in modo assai simile a quello dei bambini di Of Freaks and Men: l’uno sano seguì l’altro malato.
L. CHANEY e J. CRAWFORD
Lo Sconosciuto (1927) è il mio film preferito, senza riserve, senza concorrenti.
(Presumo lo si possa evincere dalla tormentosa insistenza della grafica, del resto.)
I.
E' un film di Tod Browning, molto ma molto denso. Contiene tutte le sue ossessioni di privazione, sottomissione, mutilazione e impotenza, tutte le sue crudeltà formali, le fissazioni freudiane, le morbosità tragiche, il suo malvagio senso del patetico.
II.
E' un film con Lon Chaney [ 1 ] , questa creatura magica e profondamente masochista [ 2 ] che cambiava forma nel dolore, per dovere e per compulsione, piegando e rompendo il corpo pur di farlo parlare. Abbondano gli aneddoti sui mille supplizi del proteiforme Chaney. Per interpretare Alonzo (l'omonimo lanciatore di coltelli senza braccia protagonista del film) restava costretto ben oltre l’indispensabile, anche quando non si girava, in un costume deprivante che gli legava le braccia al torso, sino a farle sparire senza la compiacenza di camice abbondanti. Lui zitto, misterioso, custodiva il dolore fisico per soffrirlo davanti alla camera.
III.
E’ un film con Joan Crawford, determinata/destinata a mutarsi sulle fotografie pubblicitarie degli anni a seguire in quello che è forse il più invulnerabile e puro distillato di divismo mai visto. Qui è ancora sotto le spoglie acerbe di una pinup anni venti. Vederla nei succinti panni dell’ isterica Nanon col senno del poi sui suoi leggendari squilibri privati, perfezionismi professionali e allineamenti devoti al destino di icona glamour aggiunge un che di malsano a una pellicola già tetrissima di suo.
IV.
E poi,è il film più romantico e crudele del mondo. [ 3 ]
Alonzo lavora in un circo come meraviglia senza braccia e lanciatore di coltelli, assistito da un nano sinistro. I due sono in realtà una coppia di criminali e il loro lavoro di attrazioni da fiera è solo una copertura: Alonzo possiede le braccia, ma le nasconde fasciandole strettamente contro il busto. Il personaggio, uno che finge, condivide perciò il doloroso bondage dell’attore. Incidentalmente faccio notare che Alonzo non è propriamente un finto freak, come ho letto da qualche parte: ha due pollici per mano e tanto basterebbe a dargli diritto di bere dal browningiano calice alle nozze di Hans. Però è un freak per eccesso che finge di essere un freak per difetto, questo sì, eccome. Alonzo ama Nanon, fulgida e virginale vedette del tendone nonché figlia del Boss, perseguitata da un patologico terrore del desiderio maschile formalizzato in invincibile repulsione per l’abbraccio in particolare. L’amore di Alonzo, perversamente adeguato a queste fobie di stupro, sembra obbligato a restare platonico almeno nel senso più convenzionale del termine [ 4 ], il che non nega la sua sostanziale natura violenta: è un’adorazione radicale, possessiva e spietata. Precisamente il genere di passione temuto dall’ignaro oggetto del desiderio.
Finché tutto va bene la seccatura principale è l’immancabile rivale in amore: nemmeno a dirlo il forzuto del circo, bello, atletico e bonaccione, ma in compenso stolido e di nome Malabar. Astuto e forte delle confidenze della fanciulla, il lanciatore di coltelli le strumentalizza machiavellicamente suggerendo al bellimbusto strategie di seduzione incentrate sul presunto appeal della forza fisica. Non abbiamo il tempo di saggiare l’efficacia sui tempi lunghi di queste macchinazioni, perché il fatto tragico s’intromette imprimendo una svolta alla trama: la natura di criminale di Alonzo viene a galla e il nostro eroe strangola il padre della Bella.
La nuova condizione orfanile della Crawford mette finalmente Alonzo in condizioni di prendersene cura coltivando, oltre al piacere del controllo, l’inesaudito e inesaudibile desiderio di trasformare con il tempo la casta confidenza della fanciulla in passione. In previsione di un più intimo legame Alonzo sceglie a questo punto di ricattare un medico - con chissà quali turpi segreti - per farsi amputare le braccia ed evitare così di essere smascherato come freak impostore nonché mattatore del padre della sposa (la Crawford ha ben presenti le dodici dita strette sul collo paterno, ed è un dettaglio che difficilmente scappa di testa).
Alonzo parte per affrontare l’operazione e la lunga degenza che ne consegue, sopportando i dolori dell’amputazione e quelli della distanza grazie all’attesa del giorno in cui non ci saranno più terribili braccia e innegabili indizi fra lui e il suo amore. Una fideistica pregustazione da martire, non c’è dubbio.
Quando finalmente torna alla sua Nanon, Lon la trova molto più equilibrata: imprigionata non più dai suoi traumi ma dalle comode braccia del suddetto stolido forzuto dall'orrido nome. La coppia comunica al “paterno” amputato le imminenti nozze, in una scena di cattiveria struggente che si chiude sul cedimento dell’uomo senza braccia, sconfitto da tanta intollerabile ironia.
Chaney a questo punto non ha che due possibilità: la feroce vendetta o il nobile sacrificio. Suo malgrado abbraccerà entrambe.
E' indubbiamente il film più romantico e crudele del mondo.
GORE GORE LINKS:
[ 1 ] Mai più senza: il Lon Chaney Puppet !
[ 2 ] Meriti questo geniale articolo di Gary Morris che propone Alonzo padre spirituale di Bob Flanagan, il celeberrimo performer “supermasochist”. (tutto il sito è impedibile)
[ 3 ] Ecco tutti i titoli, l’avevo detto che è un film muto?
[ 4 ] Conoscendo Browning, la sequenza che apre questo video ha ben poco di platonico.
[ link ] [ commenti ]





























