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Il nostro compianto eroe, sul set italiano del suo terribile "Kinsky Paganini", ce la mette davvero tutta per catturare una concitata soggettiva da montare con la scena di sesso appena girata sullo stesso letto: una roba altrettanto spettacolare che mi piacerebbe davvero condividere. Il problema è che temo si tratti di cose troppo porno per YouTube e troppo poco porno per YouPorn.
Sempre siano dannate le vie di mezzo.
FAMILY DAY
Naturalmente c'è chi ha avuto miglior tempismo. Ah! l'invidia è una gran brutta bestia. Per fortuna ho scoperto che è allergica al gintonic, e che dunque detengo un utile e dilettevole strumento per domarla.
La Bestia Uccide a Sangue Freddo
(1971, Italia)
di Fernando di Leo
con Klaus Kinski, Margaret Lee e Rosalba Neri
"Difatti il mio è veramente un film cialtrone... Insomma, una clinica di pazzi dove ci stanno le armi appese al muro... E' il massimo della cialtroneria!"
In una lussuosa clinica per malate mentali avvenenti e abituate a dormire nude un pazzo omicida si diverte a smembrare le ospiti sfruttando [con l'illustre eccezione di una falce sottratta al giardiniere bonazzo] la collezione di armi e strumenti di tortura che fa la sua porca figura appesa al muro di un salotto a due passi dalla Hall. Per via della sua faccia da Kinksi, il sospettato numero uno del pubblico è Kinski, ma nei film de paura non tutto è come sembra e un caratterista è pettinato come lui.
Il film gode di una certa reputazione, che io sappia, per questi motivi.
I. Il fascino indiscreto del low budget:
Fu girato su commissione in pochi giorni, e oggettivamente non fu girato male. E’ proprio la storia che è imbarazzante, ma regia e montaggio -pur sotto il Di Leo poliziottesco - sono intelligenti e interessanti.
II. Tette e culi:
Il film punta molto più sull’erotismo che non sul mistero, ma invece di indagare l'ambito della devianza come sembra essersi proposto finisce per snocciolare senza imbarazzo i più tipici stereotipi scoperecci. C’è la delicata relazione lesbica, al solito cazzocentricamente propinata come diramazione minore e softmelensa dell’attività sessuale; c’è la ninfomane incestuosa (la Neri!) e l’immarcescibile giardiniere bonazzo. All’estero circolava una versione (quella che ho visto io, rieditata da Nocturno + Raro Video) con inserti non proprio hard, ma sicuramente osceni: close up ginecologici in sostanza, lunghissimi e pallosi. Del fatto resta eloquente traccia in uno spassoso titolo francese: Les insatisfaites poupées érotiques du Professeur Hitchcock. La superstar, la bellissima e sottovalutata Rosalba Neri, dice di non aver girato riprese del genere e spiega che i genitali attribuiti a lei dal montaggio appartengono in realtà a una misteriosa signora che si aggirava per il set durante le riprese. Sembra aver preso la cosa con filosofia, ma se ricorda con affetto la propria fama di attrice erotica si vede che le spiace parecchio essere ricordata come pseudopornostar.
III. Il divo satanico:
Kinski, che di solito si vanta tanto di essere una puttana chiamata sul set solo dai soldi, accettò di girare questo film al minimo sindacale. Il fatto è portato ogni tanto ad esempio dei sorprendenti momenti di gentilezza dell’attore. Escluso dal tripudio di scene di sesso, Klaus si limita a baci poco convinti con attrice protagonista - che nelle scene con lui è piuttosto vestita (!) - e fa anche un sacco di tenerezza per l’aria smarrita con cui si aggira tra le locazioni. Sembra proprio fisicamente stanco, cammina piano, fa gli occhiacci ogni tanto, si siede appena può, se ne accende una quando capita e parla il minimo indispensabile (certi maligni sostengono che cercasse sempre ruoli laconici perché non gli andava di studiare le battute, e io ci credo).
Beh che dire… Il neoamore per il Genere che ha seguito la pulploitation (?) di tarantiniano segno ha coinvolto un po' tutto. Cose belle e meno belle, segni e cifre separati da lustri di esperienza, chilometri di intenzioni, insondabili profondissimi oceani di talento. Tutto è finito a mescolarsi in un Culto Onnivoro che si riferisce stabilmente a una coppia di decenni e all'ambiguo confine del genere, senza soffermarsi troppo a distinguere oltre. Questa scarsa concentrazione con cui le papille della mia generazione assimilano i sapori certo-cinema stordisce un pochino anche me, ma sono relativamente sicura che “La bestia uccide a sangue freddo” sia un film abbastanza demmerda. Però mi piace, e non a caso il piacere con cui l’ho guardato presenta molti dei sintomi dell’infatuazione: sono troppo indulgente, rido troppo spesso, scruto troppo i piccoli segni. Non lo so, magari mi tocco anche i capelli e sbatto le ciglia. Non lo so, non voglio indagare.
[Le fortunate circostanze dell’acquisto] L’ho comprato il 5 luglio per meno di una decina di euri su una bancarella dopo il concerto degli Afterhours a Roma. Tenendo conto di tutto non è proprio poco, forse non abbastanza poco per stare nella categoria “gory discount”. La Xia – il vero fan degli Afterhours, da non confondersi con La Zia - mi sussurrava cose tipo : “lo prendi solo perché c’è Kinski, lo so che lo prendi solo perché c’è Kinski”, e io ipocrita “ma no… lo prendo perché è fico”. Alla fine per dimostrare che non penso solo a Kinski, ho comprato pure un pastiche interstellare di jappomostri che però non trovo più. Dolorissimo.
Ma K. KINSKI li amava, gli OCELOTTI ?
Questa è l'ultima scena di Mein liebster Feind (1999) di Werner Herzog (che vedrò quanto prima onde verificare dubbi vari), girata proprio – se non sbaglio – durante la lavorazione di Fitzcarraldo (1982).
A parte l'herzogiano commento musicale, a parte l'oggettivo alto impatto poetico dell'immagine, guardarlo mi ha colpita particolarmente per un paio di motivi.
Il primo è strettamente personale: Kinski è a mio giudizio il più attraente e magnetico tra i possibili esiti della natura umana. Indipendentemente dal fatto che si tratti di un grande attore e di un depravato pazzoide (entrambe qualità a mio avviso inestimabili), Kinski ha una presenza completamente perturbante, fieramente sospesa sull’ esile crinale che separa il ributtante assoluto dal sensuale assoluto. La sua mera comparsa in qualunque contesto mi riduce a una creatura contemplativa e nostalgica, immersa nel più silente sgomento vedovile.
Il secondo è che proprio Herzog altrove attribuisce a Kinski una repulsione fobica per gli animali.
Parlo di una lunga intervista di commento a Fitzcarraldo in cui il regista racconta (o smentisce) molte delle numerose leggende che si affollano attorno alla lavorazione del film. Il buon Werner concede anche parecchio tempo al suo passatempo di sempre: parlare di quanto Kinski fosse psicopatico, di quanto fosse faticoso gestirlo, di come solo alla devozione del regista si debba la produzione del trionfante sorriso dell’attore della sequenza finale e così via. L’interessante è che Herzog usa sistematicamente Kinski mostro e nemesi per descriversi come controparte, per definirsi attraverso il raffronto con questa alterità selvaggia, imperscrutabile e deviata.
Ad esempio la cosa emerge in modo particolarmente marcato quando parla della relazione con le comparse indigene. Herzog descrive il proprio rapporto con loro come idilliaco, improntato al rispetto reciproco. Va premesso che è improbabile che il regista tratti questo argomento con serenità, perché fu accusato di sfruttare gli indigeni e di recar danno alla loro dignità e alle loro terre per girare il suo film. A causa di queste pesanti critiche e delle notizie allarmanti, più o meno distorte, che arrivavano in Europa e negli Stati Uniti sui rischi a cui la troupe doveva esporsi per girare nella giungla (impresa effettivamente alla Fitzcarraldo, con tutto quel che ne consegue), la figura di Herzog in quel periodo assunse agli occhi dell’opinione pubblica dei contorni satanici non lontani da quelli che definiscono da sempre la controversa immagine di Klaus. Herzog si ritrovò spesso descritto come uno spericolato tiranno, proiettato verso il compimento della propria opera con la determinazione arrogante e spietata di un genio pazzoide. Nel corso dell’intervista Werner si ribella con tutte le sue forze a questa etichetta, strappandosela di dosso come si farebbe con un vestito in fiamme. Ribadisce con convinzione di aver trattato con amicizia i membri del cast del posto, di aver trovato affascinante la loro cultura. Si dichiara particolarmente ammirato dal suo lato formale, dominato da un’etichetta che esclude severamente ogni segno aggressivo, dall’alzare la voce allo stringere la mano troppo forte. Questo posato equilibrio permetteva agli Indios di convivere armonicamente con il placido Werner, che spesso in loro compagnia beveva un alcolico tradizionale ricavato da erbe e saliva fermentata: un fluido completamente ripugnante per l’ipocondriaco Kinski, che secondo Herzog avrebbe “abbandonato immediatamente il set” se fosse stato costretto a sorbirne anche un solo sorso. Dal punto di vista del regista l’unico problema con gli indigeni era appunto Kinski, che con le sue quotidiane esplosioni di violenza verbale o fisica contravveniva sistematicamente al bon ton locale di cui sopra. Gli attori nativi, benché tanto spettacolare aggressività non fosse riservata direttamente a loro, ne restavano oltremodo indignati. Da qui il divertentissimo e famoso aneddoto sul leader degli Indios del cast, che a quanto pare si offrì di uccidere l’attore, rinunciando di mala voglia a fronte del composto rifiuto di Herzog.
Storielle meno clamorose ma del medesimo segno costellano l’intera intervista. Anche nel parlare degli altri attori o dei membri della crew Herzog accompagna sempre ogni valutazione a un breve giudizio sulla stabilità psichica del soggetto: questo era un bravo attore e un’isola di stabilità mentale, quell’altro un grande caratterista e un tipo particolarmente equilibrato e così via… insomma, attraverso questo costante riferimento alla sanità mentale ed emotiva, anche quando parla di altri membri della troupe li descrive - più o meno consciamente – prima di tutto in rapporto alla follia Kinski. Non può fare a meno di parlare di lui, non ci riesce proprio, quando non può farne soggetto palese della trattazione lo usa come metro di paragone.
Nell’autobiografia di Kinski non c’è traccia di una relazione sessuale convenzionale fra i due, così nelle parole di Herzog. Non mi pare importante. In entrambi, in ogni dichiarazione dell’uno sull’altro, in ogni calunnia e invettiva, si nota una passione crudele e profonda, niente affatto domata dalle pastoie civili dell’amicizia e del rispetto reciproco. Qualcosa di viscerale e vagamente sadomasochista, un legame di straordinaria e cupissima intensità.
Claudia Cardinale, adorabile e stabile secondo Herzog e adorabile e basta secondo Kinski, metteva d’accordo entrambi. Le leggendarie botte di matto di Klaus si spegnevano in fretta sotto lo sguardo affascinante di questa signora in bianco, che a sua volta ricorda l’attore tedesco come pieno di gentilezza nei suoi confronti e di nostalgia per gli anni trascorsi in Italia. Tuttavia Herzog cita en passant anche una piazzata in cui Kinski sarebbe esploso proprio dopo la chiusura di una scena d’amore con lei, a causa del cucciolo di ocelotto che il personaggio doveva toccare da copione. Il terrore dell’attore per il contatto fisico con gli animali sarebbe stato abbastanza violento da fargli trascurare la tranquillizzante presenza della partner, rovinando nel classico kinsky-show di urla e bava alla bocca. Herzog sottolinea la bellezza di questa “creatura veramente simpatica” e poi spiega la fissa di Kinski, paragonando esplicitamente la sua fobia a quella di M. Jackson.Ora, immagino che la scenata ci sia stata sicuramente, perché Klaus si accontentava anche del più modesto casus belli pur di piantare una bella grana sul set, non solo quando a governarlo c’era Werner Herzog. Ma questa storia della fobia alla M. Jackson non mi convince.
Ovviamente, può darsi che K. abbia semplicemente superato la psicosi di cui parla il suo best fiend prima di girare la scena della farfalla, prima di farsi scattare la foto col cagnetto e prima di adottare il pastore tedesco Apollo con cui viveva in totale solitudine dopo il suo ritiro a vita privata, come racconta William R. Katovsky in questo coccodrillo.
E’ curioso come il disamore per gli animali figuri anche tra le più rancorose invettive di Kinski contro Herzog, al suo parere “la feccia della terra”, nient’altro che un "miserabile, odioso, malevolo, avaro, avido, disgustoso, sadico, sleale, codardo leccaculo” il cui “cosiddetto talento non consiste in altro che nel mero tormentare creature indifese e, se necessario, torturarle a morte o semplicemente assassinarle.” In Kinski Uncut, Klaus descrive una scena particolarmente ripugnante, riportata nell’articolo di Cintra Wilson per Salon.com: Herzog che, all’epoca di Aguirre, manda alla deriva verso le rapide del Pongo un lama su una zattera, godendosi compiaciuto la sua morte tra i flutti nervosi del fiume davanti alla troupe allibita. Non so che dire sull’attendibilità dell’episodio, che suona proprio esagerato. Herzog liquida come “fiction” un po’ tutto il libro, e oggettivamente mi pare serva un grave livello di psicopatia per fare una cosa simile. Tuttavia va ammesso che, solo guardando i suoi film, si può ragionevolmente supporre che il tocco di Herzog sulla natura fosse piuttosto diverso dalle delicate strette di mano degli Indios. La reazione di Kinski ad ogni modo fu questa : “Provo un disprezzo assoluto per quell’assassino di Herzog. Io gli ho urlato in faccia che avrei voluto vederlo crepare come il lama che aveva messo a morte. Meritava di essere gettato vivo in pasto ai coccodrilli! Un’anaconda avrebbe dovuto soffocarlo lentamente! L’aculeo di un ragno letale avrebbe dovuto paralizzarlo! Il più velenoso dei serpenti avrebbe dovuto morderlo, fargli esplodere il cervello! Le pantere avrebbero dovuto aprirgli la gola con le fauci, questo sarebbe stato giusto per lui! No! Le formiche rosse giganti avrebbero dovuto pisciare nei suoi occhi bugiardi, ingoiargli le palle, penetrargli nel buco del culo e mangiargli le viscere! Avrebbe dovuto contrarre la peste! La sifilide! La malaria! La febbre gialla! La peste! ” (sull'inestimabile On-line Guide to K. Kinski)
Sicuramente il gergo è violento, ma perfettamente proprio delle scelte espressive di Kinski. Pur essendo una personcina pacata invece che un genio folle, immagino che potendo reagire in assoluta libertà davanti a una scena simile mi sarei procurata senza rimpianti un bell’ ergastolo. Klaus invece era in grado di scagliarsi con altrettanta astiosa trivialità contro i giornalisti di Cannes rei di aver vilipeso il suo imbarazzante Paganini. Non intendo insomma far proprio dell’adorato Kinski uno strenuo amore per gli animali che forse era lontano dal nutrire, solo rilevare una contraddizione interessante nelle quiete ma velenose memorie di Herzog, che era, con il suo stile, avvinto nello stesso gioco, nella stessa trama di competizione e ossessione.
Quando Kinski inveisce, sbraita parolacce, sputa mostruosi epiteti e tremanti calunnie e maledizioni oscene addosso al regista, la sua rabbia maniacale basta a mettere qualunque cosa dichiari a sospetto di esagerazione. Ben diversa è la costernata reticenza con cui il garbato intellettuale, il mite, introverso e posato Wener, ritrae le sceneggiate invereconde del suo violento attore feticcio. O il suo disgusto isterico per quella “simpatica creatura” dell’ocelotto.





























