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sabato, 21 marzo 2009

CONAN IL CASTO

Matteo Sanfilippo commenta così la versione di Milius dell'eroe di Howard, effettivamente caratterizzata - oltre che da una "massa" decisamente frazettiana - da una specie di cupo e granitico controllo abbastanza distante dagli impulsi selvatici dell'originale.

"Il primo Conan era un supermaschio i cui exploits compensavano le frustrazioni sessuali del suo autore e dei lettori. Si potrebbe persino azzardare che la scelta del set barbarico-medievale serviva a dare al personaggio quella libertà sessuale che averebbe stonato in uno scenario contemporaneo. Ancora negli anni sessanta Conan non si accasa mai, dovendo rimanere libero per nuove avventure, ma non disdegna intermezzi amorosi, pur rispettando, in particolare nei romanzi di de Camp, un rigido codice per il quale la partner deve essere consenziente. Negli anni ottanta si produce invece un'inversione di tendenza: Conan diventa l'eroe del puro muscolo (non a caso è interpretato da Schwarzenegger), in un decennio in cui la reazione maschile alla minaccia femminista e la paura dell'AIDS spingono a dimenticare il sesso e ad esaltare il corpo maschile come puro canone estetico.
Il revival barbarico crea così un genere asessuato, un look seminudo e muscoloso, in cui la potenza fisica è fine a se stessa e serve soltanto ad eccitare il narcisismo del body-builder e la complicità maschile."
[ AgonyAunt a proposito di maschioni, nerdate, anti eroi e altri eroi, secoli bui ]
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domenica, 22 febbraio 2009

THE INQUISITION, WHAT A SHOW!

Gostanza da Libbiano
(di Paolo Benvenuti, Italia 2000)


La cosa figa dei film sull'Inquisizione medievale è che non parlano quasi mai dell'inquisizione medievale. La scelta dell'ambientazione confligge in modo straniante con un disinteresse assoluto per questo colossale e complessissimo apparato repressivo, ignorato nelle origini, nelle finalità, perfino nell'accessibile banalità delle prassi. Se uno dovesse farsi un'idea dell'inquisizione partendo dai film si troverebbe a pensare di avere a che fare con una campagna di persecuzione misogina e antisomatica, solo collateralmente antiereticale, oppure con un inesplicabile avvicendarsi di episodi di sadismo individuale e frustrazione sessuale, con le aggressioni private di una fortunata genia di Ted Bundy in tonaca. Del tutto assenti il contesto, la convergenza tra religione, società civile e diritto, l'identità granitica di “un'ecclesiologia che è al tempo stesso politologia”, come direbbe Merlo.
Ho letto da qualche parte che Cardini, celebre medievista abbastanza noto ai teledipendenti per i suoi "vivaci" scambi d'opinione con Ferrara, tira il fiato commosso davanti a Dreyer. Il povero Le Goff, a suo tempo, s'è ritrovato sputtanato a un seminario fiorentino in quanto presunto responsabile dell'esilerante Bernardo “Sado-Perry-Mason” Guy del Nome della Rosa, perchè Annaud si era dimenticato di seguire i suoi consigli ma non di togliere un nome tanto legittimante dai titoli di coda. L'illustre grafomane francese s'è rivolto alla stampa per discolparsi. Bertelli poi, che comunque per quanto ne so io ha riconosciuto per iscritto l'estraneità di J. Le Goff ai fattacci del film su Eco, s'è fatto un dovere di sbugiardare ius primae noctis, metallari magnaccioni e cafonate varie nei film storici. Li ha passati in rassegna in incredibile copia, con l'antipatico puntiglio dei dotti e una bassissima media di superstiti. Tra gli storici e il cinema storico è guerra e sangue da una vita.
Per ora e in attesa di nuove visioni, ho l'impressione che l'inquisizione non interessi un granchè a nessuno, se non come cornice rituale entro cui situare l'indagine sulle dinamiche sadomasochiste tra vittima e carnefice. Vabbè, è una scelta. Potrebbe essere anche una scelta sensata, perfino colta, giacché credo discenda, più o meno consapevolmente, dall'immaginifica prosa di Michelet sul corpo erotico della strega-vittima. Ma anche quando la riflessione sulle logiche del potere e sulle lussurie dell'arbitrio si butta sul personale, sullo psicologico, li sottrae al tempo, aggirando con la mera rappresentazione dell'agguato sadico ogni necessità di informazione sui moventi e sulle culture delle figure coinvolte. Non dico che Il pozzo e il pendolo (1991) sia un film brutto (solo) per questo. Dico che ci sono, nella sua ambientazione, delle potenzialità inascoltate: la segreta del Torquemada di S. Gordon potrebbe essere – fatte le debite proprozioni per fatti di sangue e di exploitation, nevvero - il laboratorio di Ilsa la belva delle SS, ma pure lo spazio astratto per i supplizi di Guinea Pig Devil's Experiment; così all'occhio punitivo del padreterno veterotestamentario si potrebbe sostituire l'orbita edipica della defunta signora Bates. Non cambierebbe nulla di rilevante.

Eppure si può fare diversamente. Si può fare un film “d'epoca” figo tenendo conto della storia per altro che per gli arredi e per l'allure. Gostanza da Libbiano a dire il vero non è di ambientazione medievale (ovviamente faccio con la periodizzazione convenzionale), ma fornisce un'indagine verosimile e sensibile tanto sulla psicologia degli inquisitori quanto su quella della strega, senza negare alla storia un taglio intimista e psicologico né – ci tengo un sacco a specificarlo - una potente prospettiva di genere sul personaggio di Gostanza.
Trama: incarcerata e sottoposta a tortura, un'anziana donna toscana adusa all'esercizio di medicherie popolari, interloquisce con chi la processa inventandosi un'identità di strega al contempo masochistica e potente.
Non ho familiarità con l'espisodio a cui si ispira il film, ma questo genere di “confessione” è un vero classico della dialettica tra inquisitori e inquisiti. Ne ricordo uno in particolare, molto simile ancorchè più precoce. Quello di una coppia di povere contadine, sedicenti streghe e ospiti fisse al sabba, aduse ai voli notturni sulle schiene dei cervi e delle giovenche, che hanno avuto il gran culo (mi scuso, ma quando ce vo' ce vo') di confessare tutto ciò al moderato (in questo campo) Nicola Cusano. Cusano, capita l'antifona, ha inflitto loro una punizione leggera, medicamento placebo di certe piaghe così rischiosamente aperte nella fragilità dell'immaginazione marginale.

Gostanza da Libbiano si muove in uno spazio storico distante oltre un secolo dal gravoso ufficio di Cusano, eppure commoventemente contiguo alla biografia di quelle due donne. Interroga il regno dell'oppressione femminile (anche e soprattutto in quanto stupratrice) senza estrometterlo dal suo contesto come “semplice” plot sadiano; ispeziona la complessità della relazione tra inquisitori ed inquisiti, inscena l'inesorabile osmosi tra i loro immaginari ma non tralascia il peso delle distanze culturali, puntualmente riferite dalla sceneggiatura attraverso il linguaggio delle parti; racconta dei meccanismi infidi della delazione, parla della spietatezza e della pietà che stanno annidate sul fondo della paura; parla di spiritualità e di fame, di dolore fisico e corpo, di ragioni e convinzioni - anche di quelle dei preti; parla di individui viventi, non di stereotipi avulsi dalla verità dei giorni e da quella dei luoghi; non illude nessuno perpetuando il mito di un cupo-passato irrazionale infanzia dell'oggi, vincolando l'intervento autoritario sul disordine alla psicopatia e alla crudeltà. Il film è bello, magro e aguzzo, in un bianco e nero tragico e tagliente, dominato da Lucia Poli (attrice peritissima, enorme, con una voce da brividi), so che ogni tanto lo passano su sky. Nel frattempo ovviamente c'è Mel (Brooks, non Gibson).

[ AgonyAunt a proposito di satanasso, secoli bui ]
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