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MICHAEL JACKSON ERA UNA POPSTAR HORROR
Nel suo biblico saggio sull'horror, David Skal si è lungamente occupato di M. Jackson, per illuminare con la consueta acutezza il legame tra il successo mondiale di Thriller e l'immagine mostruosa di una superstar sfigurata e contraffatta da una metamorfosi inquietante.Dopo aver narrato una quantità di aneddoti interessanti, dalle fissazioni religiose che spiegano il disclaimer all'inizio del video alla morbosa intenzione di acquistare i resti di Joseph Merrick, Skal osserva la sinistra somiglianza tra l'esito degli esperimenti di Jackson con la chirurgia plastica e il cranio scarnificato del mostro di Lon Chaney:
“Forse non era sorprendente che il divo di Thriller fosse intento a trasformarsi il volto in una specie di teschio ambulante. Da certi punti di vista, la pelle bianco – osso, il naso quasi scomparso e i capelli increspati lo apparentavano al Fantasma dell'Opera di Lon Chaney. Il paragone è pertinente, perché sottolinea la funzione culturale parallela di Jackson e Chaney: l'incarnazione di una massiccia trasformazione funziona da metafora per un pubblico fondamentalmente insicuro e timoroso sulle reali prospettive di una società teoricamente mobile e priva di classi.”
Ancora, poco più avanti, Skal insiste sui simboli mortiferi associabili al corpo di Micheal Jackson, rivelando la dimensione spaventosa di un secondo gemello mitico:
“...è spesso paragonato a Peter Pan, ma Peter Pan viene raramente riconosciuto per quello che in realtà è: un essere di fantasia tardovittoriana che vola nelle camerette dei ragazzi con una discutibile offerta di vita perenne.”
A parte il fatto che dare torto a David Skal è proibito dai dogmi fondamentali della mia religione, se le sue teorie in merito alle tendenze necrofile della mutazione sono profondamente persuasive, il fatto che Michael Jackson stesse lavorando in un senso sottrattivo mi sembra talmente palese da non richiedere argomentazioni.
Non so se più o meno consciamente mirasse a trasformarsi in un'immagine di morte, ma certamente tendeva all'indefinizione. Tutti i tratti comunemente usati per designare e categorizzare l'indentità gli individui (genere, razza, età) risultano, nell'evoluzione definitiva di Jackson, perturbantemente erosi. I lineamenti si riassumono nelle linee sintetiche di un cartone animato, con occhi enormi, labbra immobili e narici appuntite.
Presumo c'entri poco con il cupio dissolvi o con le solite fantasie autodistruttive di annichilazione del sé, se alla sistematica demolizione di ossa e carne si confrontano gli investimenti faraonici tributati dalla star al proprio ego. Per quanto enormemente triste, l'esperienza di M. Jackson non può essere paragonata alle ossessioni dismorfiche della pornostar Lolo Ferrari, e certo non riguarda le indagini chirurgiche della body art.
C'è qualcosa di importante e inesplorabile – inesplorabile anche per David Skal - nella relazione tra il corpo horror di M. Jackson e il mondo. Ho l'impressione che questo incomprensibile segreto sia situato da qualche parte tra l'invisibilità cronica del suo progetto di metamorfosi, che ormai resterà ignoto, e il fatto che il pubblico abbia istintivamente percepito ogni singolo stadio del percorso come un fallimento cruento.
L'ISOLA DEI MISANTROPI
di Monte Hellman, 1988
1800 circa. Il marinaio sfigurato Oberlus, respinto e torturato dai compagni di viaggio in ragione del rivoltante aspetto che gli ha procurato il soprannome di "Iguana", trova riparo in un atollo deserto. Qui, disilluso anche dal silenzio delle divinità voodoo cui aveva innalzato preghiere, si proclama re dell'isola e unico dio di se stesso, dichiarando guerra all'intero genere umano. Per molti mesi Oberlus signoreggia indisturbato sul suo solitario impero di scogli, riducendo in schiavitù chiunque vi faccia naufragio. Violento oltre ogni dire, punisce le mancanze più lievi con piccole amputazioni e quelle più gravi con la morte, disciplinando nel puro terrore un pugno di sudditi in catene: uno scrivano che gli insegna a leggere le imprese utopiche di Don Chisciotte, il marinaio Sebastian, impersonato dal giovane Michael Madsen, la nobildonna Carmen, fascinosa e inquieta vittima dei suoi soprusi sessuali, e infine il duro Gamboa (Fabio Testi), arcinemico di "Iguana" e sadico promotore della sua persecuzione nelle scene di apertura.
Monte Hellman, pur dichiarandosi abbastanza orgoglioso del film, lo ricorda come peggiore esperienza di lavorazione della sua onorevole carriera. A dispetto dell' eccezionalità della location e dell'efficienza del cast, pare proprio che girare Iguana sia stato un incubo e non è difficile credere che i ritardi della produzione, tanto ingenti da permettere alla troupe di lavorare solo poche ore al giorno, e gli evidenti limiti di budget abbiano accorciato il respiro al progetto.
Il prodotto finale, montato con l'accetta dallo stesso Hellman, non è esente da ingenuità o difetti, ma possiede un'infida capacità di seduzione e una rara, ruvida potenza. Le ragioni di questo sinistro magnetismo sono da cercare non tanto nella messa in scena degli abusi di Oberlus, quanto nella laconica constatazione della loro efficacia.
L'idealista del gruppo rinuncia relativamente presto alla pretesa superiorità morale sul suo aguzzino, decapitando un compagno a colpi di machete pur di non essere torturato. Sebastian - il primo schiavo di "Iguana" e quello che porta sul corpo i segni più evidenti della sua crudeltà - sceglie di continuare a servirlo anche quando si ritrova libero e armato. Perfino la volitiva e intelligente Carmen, che pure era stata presentata dal montaggio come potenziale controparte femminile del tiranno sfigurato, finisce col tributare una soggezione masochistica al suo stupratore, esplicitamente confrontato al ricordo informe di "tutti gli uomini deboli e meschini" caduti ai suoi piedi in passato.
L'infallibilità del metodo-Iguana per l'addomesticamento degli umani sembra suggerire un'umiliante consustanzialità della violenza alla loro natura. L'unica opposizione effettiva al disturbante carisma di Oberlus viene infatti dal personaggio di Testi, un altro mostro abbonato all'esercizio perverso del potere e alla somministrazione di punizioni esemplari.
Con mezzi poverissimi e una manciata di splendide facce da western, Iguana indaga l'ambiguità della nostra risposta all'autorità dispotica, estremizzando cupamente la sua capacità di produrre odio e sicurezza, rancore e bisogno. Una volta perduta la spinta passionale della ritorsione, è lo stesso Oberlus a fornire un'analisi razionalizzata di queste dinamiche. Il suo sommesso discorso a Carmen incinta costituisce il picco pessimistico del film, surclassando ampiamente le più maligne scene di violenza e gli odiosissimi stupri: chi meglio ha capito "come funziona" il genere umano è "Iguana", cioè l'individuo che più lo disprezza al mondo, quello che pur di prenderne le distanze ha scelto di idolatrare la propria metà belluina e deforme.
Come il suo villain, Monte Hellman divide un' umanità irredimibile in vittime e carnefici. Da una parte quelli che comandano (Oberlus, Gamboa, ogni animale carnivoro dotato di un brutale istinto per l'oppressione), dall'altra quelli che obbediscono perché sono vigliacchi (lo scrivano), perché sono deboli (il luogotenente), perché sono perversi (Carmen).
Teoria piuttosto angusta e greve, ma anche oggettivamente difficile da confutare davanti a una storia semplice e barbara, assolutamente verosimile, come questa.
Riassumendo: filmone.
Di questi tempi è in programmazione su Fantasy, ma l'hanno passato appena ieri e, considerato il fatto che i prezzi in DVD sono particolarmente ragionevoli, forse non vale la pena di aspettare troppo per rivedere i lineamenti petrosi di Everett McGill seminascosti da mezzo chilo di make-up veramente datato.
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