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ANTICHRIST di Lars Von Trier

Secondo l'erudito Michel de Certeau il film di Friedkin e il sequel di Boorman documenterebbero il passaggio del controllo delle manifestazioni demoniache dall'ambito magico-religioso, che è deputato a vegliarle nelle cosiddette società tradizionali, a quello medico-scientifico, con particolare riferimento ai domini della psichiatria e della psicoanalisi.
Considerando L'esorcista II – L'eretico, per identificare nella psicoterapia di Reagan l'esplorazione imprudente che permette e in un certo senso concausa la resurrezione del fenomeno diabolico, De Certeau scrive: “L'assenza di uno spazio simbolico in cui possano esprimersi lo smarrimento dell'immaginazione e gli esili degli spiriti in regioni non sorvegliate dalla scienza, crea queste apparizioni diaboliche del fantasma ai margini e nelle crepe del sistema disciplinare. Se i segni di un'altra dimensione nell'esperienza umana si sono trasformati in demoni, ciò è avvenuto perché il lavoro della ragione ha assunto una forma dogmatica, totalitaria e, alla fine, irrespirabile.”
In questo ultimo Von Trier c'è qualche traccia del diffidente antiscientismo che il dotto gesuita riconosceva negli indemoniati degli anni settanta e ottanta. L'inadeguadezza degli strumenti razionali alla risoluzione dei conflitti esistenziali, più in generale al doloroso ingresso del caos nell'esperienza umana, non si configura però in Antichrist come polemica antirazionalista nel senso più familiare all'attualità contemporanea.
Il personaggio di Dafoe è sì un adoratore della razionalità come il luminare positivista de Il Volto bergmaniano, ma anche nello stesso modo in cui potrebbe esserlo un filosofo scolastico che fa ricorso alla logica aristotelica per separare l'ordine della religione dalla natura amorfa e ingovernabile della superstizione o dell'eresia.
Dafoe è tutto questo e lo è sicuramente “al nero”. Sintentizza una specie di incubo irrazionalista sulla collusione tra mito della ragione e prassi dell'autorità castrante. Egli si rivolge a un raziocinio che è puro strumento di produzione e conservazione del potere: la sua logica non si interessa all'indagine della realtà, ma all'indicazione di se stessa come unica detentrice del diritto alla sua interpretazione. Dafoe è l' “irrespirabile”.
Nell'esperienza della moglie, interpretata da Charlotte Gainsbourg, la tirannide della razionalità sul trauma deprimente e la medicalizzazione dell'angoscia esistenziale liberata dal lutto sono strumenti non già di analisi e risoluzione, ma di sorveglianza dispotica. All'indomani della morte del figlio di entrambi, il marito, terapeuta, sferra un calcio in culo alle convenzioni deontologiche e soppianta il medico che la aveva in cura, incaricandosi personalmente della sua riabilitazione.
La gestione della terapia assume presto i contorni del controllo autoritario: lui si appropria di lei. Sceglie quando e come erogare psicofarmaci, sedute ipnotoche, orgasmi. Controlla il suo respiro. Si elegge investigatore legittimo dei sui traumi, interprete dei suoi patimenti immediati e giudice delle sue esplorazioni filosofiche. Pontifica perfino su quali conclusioni sarebbe stato giusto trarre dagli studi per la sua tesi, un'indagine, non sappiamo di che natura, sulla persecuzione delle streghe (per la precisione, la accusa di essersi accordata con le leggende misognine che avrebbe dovuto confutare).
Lei confida di essere pergiunta a una disperante consapevolezza di sapore cataro: l'intero mondo fisico, diretta emanazione demoniaca, è pervaso dal dolore e dal male. Ogni cosa non fa altro che morire. L'esperienza della vita - di tutta la vita, non solo di quella animale - finisce per coincidere con un processo di putrefazione inutilmente doloroso e tragicamente facile a prodursi (alle querce per esempio basta che attecchisca una ghianda ogni cento anni).
Lui ascolta con condiscendenza e immediatamente la sminuisce, ricorrendo ad argomentazioni da manuale di violenza domestica (cito a memoria, ma il senso è quello):
“Molto toccante. Ma andrebbe bene in una fiaba per bambini. Sai benissimo che le ghiande non piangono.”
Sono battute da apprezzare col testo a fronte:
“E' veramente carino che tu sia così emotiva. Questo sentimentalismo pessimista è tanto decorativo. Complimentoni, ma ora passiamo alle cose serie: il pensiero che tu puoi produrre è puerile, non autosufficiente, e necessita perciò della mia supervisione. La tua idea su come conoscere in generale e su quello che conosci in particolare non vale un cazzo di niente, per fortuna ci sono qui io a dirti cosa sai e cosa non sai.”
Per metà del film la Gainsbourg abbozza e basta; forse riconosce, magari accusa, ma in finale soggiace. Aspetta il secondo tempo per mollare la pelle dell'agnello e diventare lupo, come in un rape & revenge.
A quanto pare però, per suscitare entusiasmo empatico negli spettatori di un cruel picture, la riscossa della vittima deve essere giustificata dall'esposizione del suo pregresso stato non solo di soggezione pratica ma anche di inoffensività totale, di un inverosimile eccesso di “innocenza”.
Il personaggio della Gainsbourg non è innocente per nulla, infatti il pubblico di Cannes perde immediatamente di vista i suoi moventi, percepisce la rivelazione delle sue potenzialità offensive come un'esplosione di malvagità immotivata e, disconosciuto il valore vendicativo e rivendicativo della svolta violenta, non può che ipotizzare la soggiacenza di qualche speculazione misogina alle ragioni della sua narrazione.
In effetti Trier fa un uso abbastanza convenzionale degli stereotipi di genere nel momento in cui descrive un maschile razionale e scibile, solare anche se non per questo benigno, per contrapporlo a un femminile dell'ombra, emotivo e misterioso. Intorno a queste associazioni si aggregano simmetricamente altre coppie dicotomiche. Se dal dominio virile della logica discende l'attentato psicologico, proposto sotto la specie infida del mind control, da quello uterino dell'istinto scaturisce un agguato animalesco, incarnato nelle sembianze della costrizione fisica. Se la cultura egemone, dichiarabile e divulgata, esprime la violenza attraverso le strategie paternaliste dell'assimilazione, il mondo marginale, sommerso e iniziatico, agisce l'aggressività nei termini apparentemente più cruenti della guerriglia.
A questo schema si può rimproverare tanto l'adesione troppo arrendevole alle consuetudini rappresentative di cui sopra (grevità comunque parzialmente emendata da un'efficienza drammatica difficilmente sostituibile), quanto la deriva del tentativo di sintesi in una semplificazione che risolve brutalmente il promettente colloquio con la storia.
Non si può però asserire che una delle due parti del conflitto inscenato superi l'altra in scelleratezza. Non c'è qui un puro albigese (anche perché se il principio satanico è ben rappresentato, non si vede neanche l'ombra della sua antitesi positiva), al limite abbiamo un tiranno che si batte contro una strega, perciò il film è misogino nella precisa misura in cui è misandrico.
Se poi proprio ci ostinassimo a cercare tracce di purezza nel bosco mostruoso di Von Trier, è al personaggio della Gainsbourg che dovremmo guardare per trovarle. Il bosco brulica di bestie squartate, vegetali putrescenti, animaletti risorti, aborti incastrati nel corpo materno, parassiti e neonati morenti. E' un luogo in cui la malignità della vita può solo essere assunta come dato di fatto; la Gainsbourg almeno lo ammette, mentre Dafoe continua a negare. Inoltre è lei l'unica a muoversi concretamente per arginare il nefando contagio riproduttivo.
Ebbene sì, mi riferisco alla famigerata cura a base di escissioni e cazzi strizzati di cui s'è letto in ogni dove la settimana scorsa. E a questo proposito mi chiedo soprattutto perché, così spesso, chi ha visto il film si dilunghi un sacco nel commentare le sevizie torture porn della Gainsbourg, riferendo poco o niente della psico-invasione di W. Dafoe. Che poi è come chiedersi se la misoginia non sia soprattutto nell'occhio di chi guarda.
Quando la Gainsbourg dichiara che il corpo delle donne non è interamente sotto il loro controllo, per esempio, declama i miti sessisti sull'animalità femminile o rivendica la propria appartenenza a un regno oscuro e pericoloso, malvagio e però (perciò) anche riconosciuto come attivo?
La peculiarità del ruolo femminile all'interno del processo riproduttivo non determina forse una certa somiglianza tra la reificazione delle donne e quella degli animali, della cosiddetta “natura”? Femmine e bestie, in una cultura sessita e specista, sono patrimonio sociale oltre che (o prima che) individui. Nientemeno che una specie intera pretende di partecipare, con un grado di coinvolgimento proporzionale alla capacità di autodifesa di chi li possiede, alla gestione di questi corpi–prodotto, corpi-alimento, corpi–incubatrice, così essenziali alla sua sopravvivenza.
Se a tanti il personaggio di Charlotte Gainsbourg è parso un coagulo di fantasie misogine, a me ha ricordato le confessioni ribelli di monna Gostanza da Libbiano, che dichiarandosi agente diabolica si appropriava di un'identità artigliata e potente, guadagnava un esodo (lì solo fantasticato) dall'eterna minorità degli indifesi. L'adesione consapevole della Gainsburg all'organismo enorme della natura-anticristo potrebbe voler dire qualcosa di simile: comandami, spiegami, spostami, bruciami pure. Io resto parte privilegiata di qualcosa di grosso e cattivo, che riguarda anche te e che farà male e paura per sempre.
Dalle parti del finale Dafoe se va per il bosco marcescente. Non teme di sfamarsi con i sui frutti sinistri e lo attraversa da storpio - anzi da storpiato, come suo figlio. Pure questa è una proiezione semplicissima: percepiamo la simmetria come segno dell'umano, la rompiamo per indicare l'esperienza oltreumana. Da zoppi si cammina meglio nei mondi ulteriori. Poi non si sa se se ne esce o meno, e perfino io trattengo le ultime considerazioni per non macchiarmi di uno spoiler così cattivo.
Von Trier invece esce da Antichrist cambiato. Privo di quegli attributi che, tratta in inganno dall'ostilità di principio alla linea interpretativa prescelta dalla critica di Cannes, supponevo avrebbero fatto di questo film un'esperienza spassosamente scorretta. Privo cioè del suo sarcasmo incivile e dei suoi colpi bassi manipolatori, meno arrogante del solito e per niente misogino. Non più - comunque non ora e non qui - capace di appacificarsi con la radicalità del proprio pessimismo, sia pure attraverso l'ironia beffarda di cui lo sappiamo capace da un pezzo.
Per tutto ciò, mirabile dictu, ne esce non solo più sincero ma perfino più simpatico. Tra i fischi, pure nella sala ben poco prestigiosa in cui l'ho visto io.
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VELOCISSIMO PREGIUDIZIO SU ANTICHRIST
Antichrist è andato in sala a Cannes e ha ricevuto fischi, ululati e pernacchie che nemmeno Ricky 6 nel 2002 al Fantafestival.
In rete non si trova una recensione che sia una disposta a salvarlo. Per esempio Sentieri Selvaggi - un sito su cui si parlava così della Terza Madre – pubblica questo commento deluso, nemmeno arrabbiato, freddamente orfano di Friedkin. Una delle stroncature meno feroci che ho letto.
In conferenza stampa Von Trier, questo personaggio oggettivamente ripugnante, ha reagito allo scherno con la più puerile delle stizze per il puro piacere farsi nuovi amici. Ha anche lasciato intendere di non sapere chi sia Dario Argento, il che rivela una balorda ignoranza nella migliore delle ipotesi e un'idea di provocazione del tutto triviale nella peggiore.
Von Trier non mi è mai piaciuto troppo, non nei suoi film più personali e significativi.
Eppure il disprezzo della critica - apertamente spietata e significativamente unicorde contro un autore così bieco, contro un uomo tanto brutto, anche fisicamente, e talmente facile da odiare – lascia intravedere un panorama interessante. Un orizzonte schifoso, che per la legge di Catilina deve sembrarmi assai più seducente proprio perché molto è vituperato.
Tralasciamo i coiti belluini e le mutilazioni genitali, sono cose che hanno fatto il loro tempo.
Il film parlerebbe di intrinseca malvagità del mondo, di perversione innata e irredimibile della natura. Direbbe la comunione mostruosa tra corpo (specialmente femminile) dolore e sesso mortifero. Indicherebbe i vecchi organi copulatori come sacello prediletto del male, il caos come veleno endemico e la razionalità come nevrosi.
Poi potrà pure essere girato col culo, non dico di no, ma almeno sulla carta queste mi sembrano basi più che dignitose su cui fondare un horror intitolato “Antichrist”. E' mai possibile che invece, malgrado il bonus supplementare di un regista viscidissimo, ne sia sortita l'indifendibile merda che dicono tutti?
Almeno per questa settimana, aggiungo solo che mi stupisce sempre, oggi come ogni santa volta che questo tizio fa un nuovo film, leggere che la plateale misoginia del suo lavoro gli viene rinfacciata come se fosse un difetto. La misoginia è un difetto nel partito demente che la spaccia per valore tradizionale, nel collega rincoglionito e nell'insicuro giovinastro acneico con cui sei uscita per sbaglio da ragazzina. In un film disturbante, al limite, è una potenzialità.
THE INQUISITION, WHAT A SHOW!
(di Paolo Benvenuti, Italia 2000)
La cosa figa dei film sull'Inquisizione medievale è che non parlano quasi mai dell'inquisizione medievale. La scelta dell'ambientazione confligge in modo straniante con un disinteresse assoluto per questo colossale e complessissimo apparato repressivo, ignorato nelle origini, nelle finalità, perfino nell'accessibile banalità delle prassi. Se uno dovesse farsi un'idea dell'inquisizione partendo dai film si troverebbe a pensare di avere a che fare con una campagna di persecuzione misogina e antisomatica, solo collateralmente antiereticale, oppure con un inesplicabile avvicendarsi di episodi di sadismo individuale e frustrazione sessuale, con le aggressioni private di una fortunata genia di Ted Bundy in tonaca. Del tutto assenti il contesto, la convergenza tra religione, società civile e diritto, l'identità granitica di “un'ecclesiologia che è al tempo stesso politologia”, come direbbe Merlo.
Ho letto da qualche parte che Cardini, celebre medievista abbastanza noto ai teledipendenti per i suoi "vivaci" scambi d'opinione con Ferrara, tira il fiato commosso davanti a Dreyer. Il povero Le Goff, a suo tempo, s'è ritrovato sputtanato a un seminario fiorentino in quanto presunto responsabile dell'esilerante Bernardo “Sado-Perry-Mason” Guy del Nome della Rosa, perchè Annaud si era dimenticato di seguire i suoi consigli ma non di togliere un nome tanto legittimante dai titoli di coda. L'illustre grafomane francese s'è rivolto alla stampa per discolparsi. Bertelli poi, che comunque per quanto ne so io ha riconosciuto per iscritto l'estraneità di J. Le Goff ai fattacci del film su Eco, s'è fatto un dovere di sbugiardare ius primae noctis, metallari magnaccioni e cafonate varie nei film storici. Li ha passati in rassegna in incredibile copia, con l'antipatico puntiglio dei dotti e una bassissima media di superstiti. Tra gli storici e il cinema storico è guerra e sangue da una vita.
Per ora e in attesa di nuove visioni, ho l'impressione che l'inquisizione non interessi un granchè a nessuno, se non come cornice rituale entro cui situare l'indagine sulle dinamiche sadomasochiste tra vittima e carnefice. Vabbè, è una scelta. Potrebbe essere anche una scelta sensata, perfino colta, giacché credo discenda, più o meno consapevolmente, dall'immaginifica prosa di Michelet sul corpo erotico della strega-vittima. Ma anche quando la riflessione sulle logiche del potere e sulle lussurie dell'arbitrio si butta sul personale, sullo psicologico, li sottrae al tempo, aggirando con la mera rappresentazione dell'agguato sadico ogni necessità di informazione sui moventi e sulle culture delle figure coinvolte. Non dico che Il pozzo e il pendolo (1991) sia un film brutto (solo) per questo. Dico che ci sono, nella sua ambientazione, delle potenzialità inascoltate: la segreta del Torquemada di S. Gordon potrebbe essere – fatte le debite proprozioni per fatti di sangue e di exploitation, nevvero - il laboratorio di Ilsa la belva delle SS, ma pure lo spazio astratto per i supplizi di Guinea Pig Devil's Experiment; così all'occhio punitivo del padreterno veterotestamentario si potrebbe sostituire l'orbita edipica della defunta signora Bates. Non cambierebbe nulla di rilevante.
Eppure si può fare diversamente. Si può fare un film “d'epoca” figo tenendo conto della storia per altro che per gli arredi e per l'allure. Gostanza da Libbiano a dire il vero non è di ambientazione medievale (ovviamente faccio con la periodizzazione convenzionale), ma fornisce un'indagine verosimile e sensibile tanto sulla psicologia degli inquisitori quanto su quella della strega, senza negare alla storia un taglio intimista e psicologico né – ci tengo un sacco a specificarlo - una potente prospettiva di genere sul personaggio di Gostanza.
Trama: incarcerata e sottoposta a tortura, un'anziana donna toscana adusa all'esercizio di medicherie popolari, interloquisce con chi la processa inventandosi un'identità di strega al contempo masochistica e potente.
Non ho familiarità con l'espisodio a cui si ispira il film, ma questo genere di “confessione” è un vero classico della dialettica tra inquisitori e inquisiti. Ne ricordo uno in particolare, molto simile ancorchè più precoce. Quello di una coppia di povere contadine, sedicenti streghe e ospiti fisse al sabba, aduse ai voli notturni sulle schiene dei cervi e delle giovenche, che hanno avuto il gran culo (mi scuso, ma quando ce vo' ce vo') di confessare tutto ciò al moderato (in questo campo) Nicola Cusano. Cusano, capita l'antifona, ha inflitto loro una punizione leggera, medicamento placebo di certe piaghe così rischiosamente aperte nella fragilità dell'immaginazione marginale.
Gostanza da Libbiano si muove in uno spazio storico distante oltre un secolo dal gravoso ufficio di Cusano, eppure commoventemente contiguo alla biografia di quelle due donne. Interroga il regno dell'oppressione femminile (anche e soprattutto in quanto stupratrice) senza estrometterlo dal suo contesto come “semplice” plot sadiano; ispeziona la complessità della relazione tra inquisitori ed inquisiti, inscena l'inesorabile osmosi tra i loro immaginari ma non tralascia il peso delle distanze culturali, puntualmente riferite dalla sceneggiatura attraverso il linguaggio delle parti; racconta dei meccanismi infidi della delazione, parla della spietatezza e della pietà che stanno annidate sul fondo della paura; parla di spiritualità e di fame, di dolore fisico e corpo, di ragioni e convinzioni - anche di quelle dei preti; parla di individui viventi, non di stereotipi avulsi dalla verità dei giorni e da quella dei luoghi; non illude nessuno perpetuando il mito di un cupo-passato irrazionale infanzia dell'oggi, vincolando l'intervento autoritario sul disordine alla psicopatia e alla crudeltà. Il film è bello, magro e aguzzo, in un bianco e nero tragico e tagliente, dominato da Lucia Poli (attrice peritissima, enorme, con una voce da brividi), so che ogni tanto lo passano su sky. Nel frattempo ovviamente c'è Mel (Brooks, non Gibson).
PAURA E DELIRIO A PARIGI
SHEITAN (Regia di Kim Chapiron, Francia 2006)
“Chi cazzo è Kim Chapiron?”
Assillato da tale assioma mi sono spinto alla visione di Sheitan. Titolo affascinante, cast pericoloso, regista sconosciuto… nazionalità invitante.
Non nascondo di avere un debole per il cinema prodotto dai cugini d’oltralpe (come etichetterebbe i francesi il più erudito dei telecronisti sportivi) e di fiutare come un famelico segugio le tracce del cinema indipendente inedito nel nostro belpaese. Ma ammetto, senza vergogna, che i miei anticorpi cinefili iniziarono a manifestare la propria intolleranza ergendosi a difesa del mio prezioso tempo ed urlando ai miei centri motori “NON LO FATE!”.
In effetti il rischio “bufala” era del tutto ipotizzabile e sostenuto da un cast che al suo interno annoverava la coppia Cassel/Bellucci.
Ma la curiosità, stavolta, ha vinto sul buonsenso, così mi sono deciso (affascinato dall’inquietante semplicità della locandina) di vederlo.
“Sheitan” è un teen-horror…francese. E questo vuol dire tutto e niente.
Non è affatto facile estrapolare una sinossi da questo film. Diciamo che un gruppo di ragazzi, dopo una notte brava in discoteca si ritrovano a dover fronteggiare la follia di una famiglia, “prigionieri” in una casa sperduta nelle campagne francesi…ma anche questo non vuol dire nulla.
Estremizzando la sintesi, il film di Chapiron rappresenta il contrapporsi di due universi diametralmente opposti ma divisi solo da pochi chilometri d’asfalto.
La periferia francese è luogo di enorme ricchezza espressiva. Gli abitanti delle lande del nord transalpino sono tutti potenziali protagonisti di assurde (e quotidiane) vicende. Vi posso assicurare, essendo stato assiduo frequentatore dei posti, che Joseph (il folle fattore interpretato da Vincent Cassel) se si aggirasse davvero tra i boschi della bretagna passerebbe del tutto inosservato.
Ma tornando all’oggetto del contendere, è interessante sottolineare come la figura del cattivo di turno non rappresenti il folle omicida che spezzetta, tagliuzza e viviseziona giovani malcapitati (per la gioia dei nostri palati sopraffini) vittima delle proprie turbe psichiche. Jospeh è l’incarnazione del male classico, che lo si voglia chiamare Demone, Lucifero, Satana o (appunto) Sheitan, poco importa. Ciò che conta è come Cassel sia riuscito, in maniera impeccabile, a racchiudere all’interno del suo personaggio follia, sadismo, determinazione, ambiguità ed ironia. Dando vita ad uno dei personaggi cinematografici più inquietanti degli ultimi anni. Finalmente non un cieco disegno malefico, ma un (altrettanto malefico) progetto logico curato nei minimi dettagli.
Si evita così il rischio di precipitare nella banalità più bieca e di rivedere cose già viste più volte.
In Sheitan si respira il male, lo si vede crescere fino ad esplodere in un finale che racchiude perle di genialità. I momenti di grande interesse sono molteplici, ma su tutti vorrei segnalarvi gli impattanti minuti iniziali ed un’interessante discussione di tema religioso durante la cena di natale, vigilata dallo sguardo satanico (da incorniciare e conservare gelosamente) di Jospeh.
“Sheitan” è custode di verità e ribadisce dei concetti che ogni buon cinefilo si porta dentro: i francesi sanno fare cinema, non hanno paura di osare e riescono a rendere “autoriale” qualunque cosa facciano (bella o brutta che sia); Vincent Cassel è un grandissimo attore e quando si libera dall’ombra di ingombranti produzioni (qui è lui stesso il produttore) la sua recitazione a ruota libera coinvolge lo spettatore fino a stordirlo; il ruolo perfetto per Monica Bellucci è apparire in una sequenza di tre secondi mentre si ciuccia un dito gemendo…
Nei titoli di coda c’è un fotogramma (porno) subliminale, da mettere in pausa e godere per capire meglio lo spirito di questo film. La sorella di Joseph è meravigliosa!
La duplice visione di questo film non è servita però a diradare quel dubbio che ormai ha assunto i connotati di un’inconfutabile certezza: “Chi cazzo è Kim Chapiron?”
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SOLCHI DI SANGUE
Qualche girono fa, curiosando tra le mie reliquie, mi sono imbattuto in qualcosa che ha (per me) un inestimabile valore. Un vinile o meglio un LP (come suona bene…elleppì) che ha rappresentato una tappa fondamentale della mia adolescenza e contribuito in maniera consistente alla mia crescita culturale, nonché allietato e musicato i pomeriggi di un Demone sedicenne.
Il disco (di quelli neri con i solchi…e qualche graffio dovuto all’usura, non all’incuria!) in questione è “Reign in blood” degli Slayer.
Acquistato alla sua uscita (moooooltoooo tempo fa) alla (non tanto) modica cifra di diciottomilalire (!!!) in uno di quei negozietti di dischi (spesso dei veri e propri scantinati) specializzati in musica “alternativa” e soprattutto in import. Uno di quei posti che non ci sono più, un piccolo ritrovo, una sorta di club (o meglio di setta), frequentata da abituè. Ci si conosceva tutti, si faceva un salto “tanto per vedere”. Si discuteva delle ultime novità facendo pronostici qualitativi sulle preannunciate uscite di questo o quel gruppo, si ascoltava (solo per il gusto di farlo) musica…e se malauguratamente (per lui) entrava qualcuno (attirato dall’insegna “Musicland”) a chiedere l’ultimo di Madonna…beh lo si prendeva a calci in culo!
Ovviamente “Reign in blood” è stato acquistato a scatola chiusa. Impensabile o quantomeno improbabile (chi è solito scaricare un intero cd prima che sia disponibile per l’acquisto rabbrividirà) poterlo ascoltare in anteprima. Si seguivano l’istinto, il sentito dire e soprattutto i consigli del “pusher” musicale di fiducia.
Apro una parentesi. La difficoltà nel reperire musica di un certo tipo e il doverla acquistare facendo sacrifici, rinunciando ad uscire con gli amici ed andare al cinema per qualche settimana, rendeva quel buffo cerchio nero “unico”. Lo sentivi tuo, ne eri geloso, lo ascoltavi mille volte ed era quasi come avere un orgasmo. Leggevi i testi, scrutavi la copertina nei minimi dettagli, lo pulivi…insomma lo amavi. Adesso l’eccessiva fruibilità (vitale per certi aspetti, deleteria per altri) rende tutto meno poetico. Qualche ora per scaricare discografie complete…e se non ti va, c’è sempre il cestino di windows. Chiusa parentesi.
“Reign in blood” è un album che parla di Nazismo, Satana, morte, sangue e dolore in assoluto uno dei dischi più crudeli e devastanti della storia della musica. Sebbene sugli Slayer sia stato detto di tutto (Nazisti, xenofobi, satanisti, maniaci criminali), il quartetto californiano non è nulla di tutto ciò. Gli Slayer raccontano non indottrinano. Raccontano scorci di morte, dipingono con grossolane pennellate tele monocromatiche rosso sangue, presentandole senza coinvolgimento personale…l’unico momento in cui si nota un trasporto emotivo è nella critica ai dettami (ed all'applicazione di essi) cristiani.
Ma torniamo a noi, mi è sempre piaciuto immaginare che per generare “Reign in blood” sia accaduto questo.
1986, dopo numerose sessioni di prova, il quartetto di Los Angeles è pronto per la registrazione del suo 4° LP (5° considerando il live “live undead”). La porta della sala di L.A. si apre, Tom Araya finisce la sua lattina di birra, ne soffoca l’esistenza stringendola nel pugno della sua mano destra e scaravento al suolo il torturato involucro del liquido piacere, imbraccia il suo basso e si posiziona davanti al microfono. Kerry King carezza la sua inseparabile BC Rich e sistema con cura il bracciale di cuoio (irto di chiodi) che gli copre l’intero avambraccio sinistro, Jeff Hanneman non emette suoni, rimane immobile come ad aspettare qualcosa, solo il lento oscillare della sua chitarra ci avverte che è ancora vivo. Dietro di loro Dave Lombardo frusta l’aria con le sue bacchette in un ritmico e silenzioso assolo. Tom alza il braccio…Dave capisce, uno, due, tre….si parte con Angel of Death.
Suonano senza fermarsi l’intero album, non una pausa, non un incertezza…finiscono i 10 pezzi che compongono “Reign in blood”. Tom alza per la prima volta lo sguardo, fissa il tecnico che governa il mixer. L’uomo dietro il vetro rimane in silenzio, la bocca semiaperta da cui penzola un residuo di sigaretta, guarda il display, si rivolge a Tom (che non ha ancora distolto lo sguardo) ed esclama : “Fuckin’ Hell”…29 minuti!!!
I singoli pezzi suonati in prova avrebbero dovuto dare origine ad un disco di oltre 40 minuti (vero!)…questo è “Reign in blood”!
Il disco segna una svolta nella carriera degli Slayer e nella percezione armonica di un sedicenne. Le melodie che lo compongono sono essenziali, Tom Araya urla la sua rabbia, le chitarre lo scortano in questo delirio, il frenetico ritmo della batteria quasi copre il suono del basso…ciò che alle orecchie di molti potrebbe apparire come del fastidioso rumore è la musica della morte.
I testi delle canzoni (quasi tutti scritti da Hanneman) sono offensivi, crudi, diretti, niente compromessi melodiosi…solo parole, parole vere.
Questo distruttivo LP si chiude con “Raining Blood”...un tuono ed uno scroscio di pioggia annunciano che l’apocalisse è iniziata, le chitarre di King ed Hannemann ce ne danno conferma, la voce di Araya non ci propone vie di scampo.
L’illustrazione di Larry Carrol che troneggia in copertina, descrive in uno stile che ricorda molto Bosch, ogni solco di questo disco in maniera terribilmente evocativa.
Se i Motorhead sono “brutti, sporchi e cattivi”, gli Slayer possono definirsi “orrendi, marci e incazzatissimi”, per rendere meglio l’idea…Kerry King è uno che Dani Filth se lo mangia a colazione titillandosi le gengive con le falangi del poveretto. Sono convinto che se in una notte buia, per i vicoli di un malfamato quartiere di L.A. un ipotetico quartetto composto da Freddy Kruger, Jason Vhoores, Michael Myers, Latherface, vagasse con i più riprovevoli intenti in cerca di vittime sacrificali, intravedendo in lontananza la sagoma di Kerry King…credo che cambierebbero strada borbottando sommessamente: “beh, magari seviziamo e torturiamo il secondo che incontriamo”
Sintetizzando amo gli Slayer fondamentalmente per 3 ragioni:
1) Sono (in pratica) i progenitori del T(h)rash Metal. Il cui ascolto ha provveduto a sedare alcune delle mie malsane pulsioni…nonostante questo genere sia tacciato di istigazione alla violenza.
2) Sono “grezzi” o meglio “zauddi”
3) Sono riusciti nella difficile impresa di mantenere uno “stile” pur adattandolo ai tempi e migliorandosi notevolmente dal punto di vista tecnico. Una coerenza stilistica (apparentemente) in contrasto con “l’accomodamento commerciale” che molte altre formazioni hanno abbracciato.
Chiudo con un gustoso (per chi mi conosce) aneddoto. Per un periodo della mia vita (non molto tempo fa) ero uso, la domenica mattina, appena alzato (non prima delle 11) seguire un rituale: ciondolare zombescamente fino in cucina, preparare la moka e metterla sul fuoco, dirigermi mantenendo l'andatura di prima, verso lo stereo. Afferrare il cd di "reign in blood", darlo in pasto al lettore dopo aver sparato a palla il volume, selezionare la traccia n°2 (piece by piece)...e non appena le chitarre di King ed Hanneman iniziavano a frustare l'aria...saltellare e correre per casa in attesa del borbottio della caffettiera…che puntualmente non percepivo.
ZITTI TUTTI (The Devil Speaks)
Per tutti coloro che come me hanno patito l'invidia più viscerale per questo individuo sapendolo in possesso di una copia di Speak of the Devil (Bougas, 1995), il documentario-spot su Anton LaVey, è giunto il momento balsamico del sollievo: l'Opera è integralmente degustabile su google video (inestimabile sorgente di cose belle fra cui ho appena dilapidato il pomeriggio tutto) a questo indirizzo. No so perchè su exxagon.it il film è classificato come shockumentary (come i Mondo Cane e i Faces of Death) dal momento che presenta più o meno lo stesso livello di insostenibilità degli Osburnes. Seppur fiancheggiati da un buon numero di indizi tesi a fugarli, legittimi sospetti sulla volontarietà di cotanta profusione di cattivo gusto da sitcom sussistono eccome. Certo è che il documentario, oltre lo scopo primo e per una volta assolutamente ortodosso della celebrazione del suo fondatore, mira dichiaratamente a normalizzare il satanismo come proposto dalla Chiesa di LaVey. La via per farlo è un trash colorato e drastico buono per sdrammatizzare e per tenere le distanze, ma anche utile a vestire di familiarità televisiva il soggetto demonizzabile per eccellenza.
Se delude chi si attende il magnetismo oscuro di un personaggio di Maugham, LaVey fa ampio sfoggio di indiscusse doti da intrattenitore pop e di discutibili competenze da organista. Comunque sia, riletta la sua esperienza di Devil's Avenger alla luce del discorsone sugli occhiali a raggi X e sui cuscini scorreggioni, resta il dubbio di avere a che fare con un genio incompreso in sublime intimità con i meccanismi legati al consumo. Resta pure l'infinita tristezza per il leoncino, costretto a fare da spalla al padrone satanico rovesciando pile di zuppa campbell mentre quello lo porta al guinzaglio in un supermercato (scopo : scansare il luogo comune satanismo = sevizie rituali agli animali) e poi a finire i suoi giorni in uno zoo, causa petizione del vicinato di LaVey.





























