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sabato, 29 agosto 2009

TENTACLE SWALLOWING ECSTASY

(La situazione delle mie chiavi di ricerca può peggiorare, e io sono pronta a dimostrarlo)

Tentacle Swallowing Ecstasy
è un porno giapponese che fonde i sottogeneri tentacle rape e vore, mettendo in scena il colpo di fulmine tra la star del settore Maria Ozawa e un improbabile mostro gommoso, inaspettatamente comparso in una stanza di ospedale durante il turno di notte della nostra eroina.
Il suddetto mostro, animato abbastanza approssimativamente da ricordare ai cultori del so bad it's good la piovra avvinta al povero Lugosi in Bride of the Monster, è una divertente ibridazione tra l'alieno di Possession (A. Zulawski, 1981) e la pianta carnivora de La piccola bottega degli orrori  (F. Oz, 1987). L'essere di Tentacle Swallowing Ecstasy riflette appunto gli appetiti di entrambe le creature, offrendo alla signora Ozawa il tipo di esperienza con cui la piovra di Rambaldi deve aver sedotto a suo tempo la fulgida e nevrotica Isabelle Adjani, per poi inghiottirla come avrebbe fatto l'ingorda Audrey, il tutto in uno strano clima di appiccicoso  romanticismo.

Il film soffre molto della durata eccessiva e di una ripetitività petulante che probabilmente risponde alle esigenze commerciali del genere, ma resta nettamente superiore a tutti i porno recenti che mi è capitato di vedere per inventiva, realizzazione, spunti comici e precisione dell'immaginario porco di riferimento.
Per recensire Tentacle Swallowing Ecstasy non posso usare in buona fede quelle espressioni cui si ricorre per tradizione quando ci si imbatte di qualcosa di piccolo, strano e con i sottotitoli ("capolavoro povero", "gioiellino misconosciuto", "cult", e chi più ne ha più ne metta). Tuttavia mi ha colpita parecchio perché oppone un testo divertente e ossessivo ai due problemi principali che fanno del porno mainstream una roba fondamentalmente impotabile per chiunque non sia particolarmente interessato ai coiti in dettaglio: la mancanza di un assetto estetico, magari non pretenzioso ma almeno minimamente sensibile, e l'assenza di un vero discorso sul sesso, sorprendente eppure ostinatissima nell'unico filone che trova nella sessualità il proprio esclusivo oggetto di indagine.
Poi per carità, magari questa piccola storia di tentacoli e liquami non è niente di così speciale e sono semplicemente capitata male io con le precedenti esperienze nel VM18, ma nel dubbio mi faccio comunque un dovere di segnalarlo agli amici.
[ AgonyAunt a proposito di nerdate, japputrefazione, mostri grossi ]
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domenica, 02 novembre 2008

HELLO CTHULHU!

(The Mist, 2008)

Essendo una figlia del popolo, io, vedo cose che vuoi intellettuali non potete vedere.
Per esempio, vedo che c’è qualche cosa di rancoroso nel modo in cui i ragazzi che hanno studiato, gli estimatori del cinema prezioso, pronunciano o scrivono il termine “mainstream”. E’ il riflesso di una sorta di sdegno oligarchico e di odio lovecraftiano non tanto per il semplicismo violento delle masse e dei loro gusti plebei, quando per la loro capacità di successo economico, per l’istinto primitivo e infallibile con cui il parvenu cava denaro dagli strumenti dell’arte, spremendoli e strizzandoli con le sue grosse manacce callose. Nel ricorso al termine mainstream, insomma, il disprezzo virtuoso dell’asceta incorruttibile si mescola all’invida inconfessabile dell’aristocratico impotente, fisiologicamente incapace di lasciare i suoi salotti platonici e le sue biblioteche ombrose per misurarsi col travaglio virile e compromissorio di chi fabbrica il soldo alla luce del sole e per mestiere, martellando e spalando, brigando e adulando, comprando e vendendo.

The Mist, per dire, è un film mainstream.
L’ho visto in una sala sabatina, (relativamente) affollata, pulsante, coinvolta. Per la prima volta dai tempi del Fantafestival mi sono sentita precisamente una parte del pubblico, un suo membro di diritto: insomma, non una che è andata a guardarsi un film per cazzi suoi e adesso, anche se in sala ci sono questi rumorosi estranei ruminanti, sopporta con ineffabile garbo perché la mamma a suo tempo le ha insegnato l’educazione. Non mi hanno disturbata affatto i commenti, né le risate e i bisbigli e i sussulti, non gli applausi - tutti invariabilmente esplosi “al punto giusto”. Mi sembrava di essere al Nuovo Cinema Paradiso, giuro, solo che senza le menate strappalacrime e con i mostri grossi. Così mi sono detta: questo deve essere il mainstream al suo meglio, poffarbacco!

Fatto con un po’ di soldi ma senza divi, il film riferisce le dinamiche, gli stilemi e naturalmente anche le ovvietà e gli stereotipi del cinema di zombi, proposti in una salsa apertamente romeriana, ergo suo malgrado insopportabilmente didascalica e blandamente moralista ma sempre rigorosa e totalmente efficiente.
A questa struttura zombesca si affianca un modello di invasione antecedente, se vogliamo un po’ da guerra fredda, essenzialmente basato sulla natura totalmente altra della minaccia.
Abbiamo perciò corpaccioni alieni grassi e caotici o semplicemente enormi, anatomie insettoidi parecchio gigeriane, leviatani abissali assai tentacoluti e grugniti a palla. Se poi non bastasse, anziché sbarcare da qualche navicella lampeggiante come un marziano dei bei tempi avrebbe avuto il buon gusto fare, questi irragionevoli orrori emergono dal velo archetipico della nebbia per dare il via a un’invasione vecchio stile, tutta predazione indiscriminata e bestialità demente.
Forse che potevamo farci mancare, nel momento del bisogno e in un contesto di ispirazione kinghiana, l’ottusità preistorica delle divinità di Lovecraft? Direi di no.
Si parla di Cose che possono permettersi una secolare soggiacenza all’inconsapevole precarietà del reale, signora mia, Cose sepolte sotto le calde rovine dell’occultismo o dell’archeologia, che ammazzano l’eternità balbettando bestemmie e pregustando l’inesorabile avvento del regno dell’informe.

In cotale corrusco pastiche escatologico possono trovare senso le blaterate veterotestamentarie della signora che ti sta accusando dalla foto, ma l’efficacia oggettiva della razionalità come strumento di interpretazione e valutazione del reale arretra, perde significato e finisce col somigliare a una sorta di ottimistica e obsoleta superstizione, coltivata dagli avvocati paranoici ma soprattutto – e con più misura – da quel gruppetto di nerd isolati in cui tutto il Nuovo Cinema Paradiso si identifica senza tentennamenti. Ecco a cosa precisamente alludevo menzionando Romero.

Non sono il tipo che appena vede gente asserragliata in un supermercato si mette a strillare “Romeriano! Romeriano!”, ci tengo a chiarirlo subito anche perché qui il tempio del consumo è un nascondiglio, non lo scenario di un assedio in senso stretto. I mostri in effetti se ne sbattono di entrare e divorano equanimemente tutto quello che trovano: un redneck in salopette di jeans dal loro punto di vista non è più saporito di una falena velenosa da sette chilogrammi. Non trovo specificamente romeriani nemmeno l’equilibro tra gli spazi della sicurezza e quelli del pericolo, la riproduzione delle dinamiche sociali sulla piccola scala della comunità superstite o la proposizione degli stereotipi più utili a svolgere con immediatezza la solita parabola pessimistica sulle ripercussioni politiche dell’emergenza e del trauma.
Ben più interessante, dal punto di vista delle derivazioni e dei déjà-vu, è il fatto che l’eroe – un uomo razionale, responsabile, vincolato a valori tradizionali quanto immarcescibili (lascia stare la famiglia, come vogliamo chiamarlo un illustratore di locandine che riesce a mangiare nell’era di photoshop?) – sbagli tutta la strategia, dal primo all’ultimo passo.
Lui e i suoi compari stanno lì che ragionano, dibattono, ricostituiscono surrogati di nuclei familiari smembrati, recuperano competenze segrete e danno fondo a risorse insospettate (il cassiere sembra solo un servizievole quattrocchi dal mento moscio, ma dentro è il Clint Eastwood della Torre Nera nonché tutti noi). La pianificazione però fallisce, sul lungo termine vincono i comportamenti viscerali e gli istinti non mediati, gli eventi assecondano i trip profetici, le maledizioni emergono dal tempo letargico della mitologia e ricominciano a funzionare in quello concitato della contingenza, per chi non si adegua sono cazzi amarissimi.

Il Nuovo Cinema Paradiso lo capisce, si appassiona, batte le mani, fischia i villain, sussurra unidicisettembre, si diverte. Si dimentica senza rimpianti di alcune illogicità grossolane (le reazioni dell’avvocato nero, per esempio, che hanno qualche bug pesante), della scontata distribuzione dei dialoghi, della stereotipa prevedibilità delle maschere, delle rivelazioni poco persuasive, di qualche fase stanca, di un uso del gore irritantemente equilibrato, della presenza importuna del solito moccioso esattore di lacrime e di altre consimili stucchevolezze, della mania per il ritorno dei conti che certi sceneggiatori come Frank Darabont non sanno mai se perseguire con la diligenza dovuta a un dogma hollywoodiano o trascurare fancazzisticamente pur di regalare agli occhi lucidi dell’eroe una manciata di secondi extra.


GORE GORE NOTES

Due tre cosine andavano premesse. Io che sono lucidissima le pospongo.

[1] Non ho mai letto il racconto. Per compensare la faccenda mi ero astutamente assicurata la presenza della Zia Fredda e Crudele - miglior conoscitrice di King, sottilissima affabulatrice nonché efferata produttrice vetriolo - al fine di surrogare con la sua esperienza la mia colpevole ignoranza e di garantirmi una dilettevole aggressione verbale all’eventuale alterazione degli spunti originari una volta passati i titoli di coda. Purtroppo però nemmeno la Zia aveva letto The Mist, sicché ancora oggi ignoro bellamente la relazione tra film e racconto. Inoltre, ha gradito anche lei, perciò niente cattiverie dopo l’ultimo spettacolo. Si può essere più sfortunate?

[2] Mi mancavano molto questo blog e i blogger che passavano da queste parti, ma ero ormai troppo in imbarazzo per “ricominciare”. L’ottimo Demone e il buon Stilgar mi hanno consigliato di deporre queste timidezze. Anche se sono sempre imbarazzatissima, molto li ringrazio del pensiero.

[3] Il titolo del promesso post di ritorno dottamente si riferisce a questo comic, che ha il suo perché.
[ AgonyAunt a proposito di zombie zombie zombie, mostri grossi ]
[ link ] [ commenti (18) ]
domenica, 20 maggio 2007

L'INVASIONE DEGLI ASTROMOSTRI

(Kaijû Daisenso di Ishirô Honda, 1965)
10 motivi per vederlo

1. Personaggi non-mostri bellissimi #1: Il rigido astronauta giapponese Fuji e il disinvolto astronauta yankee Glenn si scambiano a sopracciglio sollevato holmesiane deduzioni quali: “Ehi aspetta un istante… Ma H2O non è la formula dell’Acqua?” “…Già!”.

2. Scenografie indimenticabili: ingenue e terribilmente creative. Il Pianeta X, in particolare, è un altromondo in cui parecchie cose scintillano, dalle rocce glitterate ai led dei pannelli di controllo dopati, e parecchie altre recano memoria del fresco passaggio di una bomboletta argentata a simulare ferro sul cartone. L’intera parte del film in territorio alieno è da questo punto di vista assolutamente spettacolare.

3. Personaggi non-mostri bellissimi #2 : le vicende dell’ingegnere nerd Tetsuo, noto per aver consegnato ai posteri l’invenzione (apparentemente) più inutile del mondo, si intrecciano con gli ambigui affari della bellissima Namikawa, colei che possiede una chioma più scintillante di quella di Costantino della Gherardesca.

4. Presunti o presumibili nipoti famosi: Mars Attacks! per il finale. Ma L’Invasione degli Astromostri è infinitamente più figo.

5. Dischi volanti e sistemi di trasporto spettacolari.

6. L’Invasione degli Astromostri è un film consigliato e approvato dalla Fondazione Henenlotter (meritoria istituzione per la ricongiunzione dei siamesi separati, della cui presidenza mi onoro e mi bullo) in ragione della fulgida comparsa dell’Infido Boss Alieno completamente identico al Teletubbie Verde, ma in versione dark e con stilosi occhiali neri che anticipano Matrix di decenni.

7. Personaggi mostri bellissimi #1: ci sono Ghidorah e Rodan.

8. Personaggi mostri bellissimi #2: c’è anche Godzilla, e in questo film balla. Le potenzialità di slogan promozionale di “Godzilla danza!” non hanno nulla da invidiare a roba come “Il mostro [di Frankenstein] parla!” o “La Garbo ride!”.

9. Locandine spettacolari.

10. Un film ingenuo (soprattutto nei dialoghi) e veramente bello, curiosamente attento alla questione di genere, pieno di cliché eppure creativo. Divertente e non solo involontariamente. Un film che se, come nel mio caso, ha la fortuna di costituirsi come primo (o secondo-terzo) approccio a un genere che non si frequenta e non si conosce fa venire un’incredibile voglia di lanciarsi in serrate rassegne e clausure monografiche per colmare cotanta imbarazzante lacuna. I Film migliori, alla fine, sono quelli che fanno venire voglia di vederne altri.

Qui la recensione di uno dei miei siti preferiti di sempre, l’immortale BadMovies.org che ha cura di proporre tra gli estratti il balletto gioioso del lucertolone con titolo "Happy Moment". A seguire, una piccola postilla autobiografica/chissenefrega, che fa molto blog intimista (c’è carenza di intimismo in questo blog): mi sono dolorosamente azzoppata.

[ AgonyAunt a proposito di japputrefazione, mostri grossi, fondazione henenlotter ]
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