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LA SPOSA PROMESSA (The Bride, 1985)

Trama: Il barone Sting, un tizio più antipatico di Ruggero Deodato e pieno di perfida ubirs, mette a punto due creature. Per la nota equanimità del Fato, il maschio salta fuori con le sembianze di un Clancy Brown stempiato e imbruttito dal trucco, mentre la femmina è Jennifer Beals, l'ambrata e incantevole star di Flashdance.
Per il mostro le cose vanno più o meno come da tradizione, se si esclude il subplot piuttosto stucchevole della sua amicizia simbiotica (un po' in stile Master-Blaster) con un nano istrionico e coraggioso. Creduto morto dal suo creatore, egli si allontana dal castello per intraprendere una serie di sfortunate avventure nel mondo crudele, ma mantiene un legame telepatico - inesplicabilmente intermittente - con l'oggetto delle proprie ossessioni romantiche: Eva, la creatura femmina.
In questa versione della storia, Eva è la protagonista: è lei a farsi un'idea del mondo attraverso la lettura dei classici e a sfidare il proprio creatore. A differenza del mostro della Shelley però, la Sposa non è costretta a mendicare briciole clandestine di sapienza: ha a sua disposizione la biblioteca del barone, intenzionato a educarne il gusto e l'intelletto per tramutarla in una stepford wife da salotto ottocentesco. La cosa funziona fino a quando l'indipendenza intellettuale di Eva la mette in grado di riflettere sul mistero delle proprie origini nonché di sfottere le lacune del mad doctor sulla bibliografia di Shelley e Keats. Messo alla berlina sui capisaldi della letteratura inglese, che mai può fare un platinato idolo patriarcale se non arrendersi gli stereotipi misandrici e tentare la via dell'assalto sessuale?
Direi che La Sposa Promessa è interessante. Ma l'aggettivo “interessante” lo pronuncerei come se stessi manguicchiando tramezzini minuscoli davanti al cubo di plastica bluastra e bruciacchiata che è il pezzo di richiamo del vernissage.
Non è che non si possa guardare, che non rappresenti qualcosa, che non testimoni un'epoca o che non sia stato fatto a partire da un concetto stimolante. E' che è un prodotto fondamentalmente banale, privo di cura artigianale (grossolani problemi di continuità, soluzioni estetiche costose ma previdibili) e pure con un sacco di pretese.
Il motivo per vederlo però c'è, e sta nel fatto che questo film finisce nell'impossibile, incredibile happy end che chiunque abbia un cuore, anche piccolo, ha sempre disperatamente sperato per il povero mostro ramingo e incompreso.
Per una volta il barone precipita nel cazzo di dirupo, così impara a comprarsi un castello con un affaccio così manierista. Non compianto crepa, tira le cuoia e finalmente marcisce.
Il Mostro invece no, lui sopravvive e salva la fanciulla. Lei lo riconosce e non ne ha più paura. Non le importa delle cicatrici e non le importa dell'eloquio Forrest Gump. Il Mostro e la Sposa hanno un sacco di cose da dirsi. Scappano insieme, vanno via, lontano, forse a Venezia.
Musica sdolcinata in sottofondo e titoli di coda.





























