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I PICCOLI PIACERI DELLA VITA

Ammetto a malincuore, di attraversare lo stesso mare melmoso in cui si perdono le tracce di Agony e che, al momento, sono pochi gli attimi di ludico piacere che la vita ci (a me e alla zia Agonia) riserva. Tra questi (per me), uno viene direttamente dal regno unito, sottoforma di quattro pacchettini ben confezionati e che contengono:
- Serum (zombies movie di Reanimator ispirazione)
- Rest Stop: Dead Ahead (horror-thriller di stampo stradale)
- Die Monster Die! (in Italia La Morte dall'occhio Di Cristallo con audio in ita)
ma soprattutto
- The Bruce Campbell Collection: My Name Is Bruce / Bubba Ho-Tep / The Man With The Screaming Brain / Alien Apocalypse (4 Disc)
Il tutto per poco più di 20 euri. Il cofanetto di Bruce è spettacolare, play.com è spettacolare… prezzi bassi (o meglio giusti), niente spese di spedizione ed entro una settimana hai tutto nella buca delle lettere. Ogni qualvolta ho un momento libero, e qualche euro sulla postpay faccio shopping…con infinita soddisfazione. Vivamente consigliato a chi vuole che la vita non sia solo melma maleodorante, ma anche piccole gioie quotidiane….ovviamente se si incarna l’indole della depravazione…e della perversione…altrimenti ci si può accontentare anche di un bel tramonto…de gustibus…
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C'ERAVAMO TANTO AMATI
Io ho trovato veramente interessante Jenifer, e il plot di Pelts mi è piaciuto. Probabilmente dipende anche da questioni personali, da un generico debole per personaggi sfigurati e contrappassi eco- vengeance, ma penso che la successiva produzione di Argento rappresenti un passo indietro rispetto al suo contributo ai Masters of Horror: un ritorno a progetti indecisi, incoerenti, lacunosi, sospesi tra la tentazione di inaugurare un nuovo stile e quella di confortare i fan immarcescibili con qualche citazione dal passato. Da una parte lo capisco pure: da quasi venticinque anni i suoi film vanno in pasto a una platea diffidente e sfiduciata, morettianamente intenta a supplicare: “Di' qualcosa di argentiano, Dario, di' qualcosa di argentiano!”Resta il fatto che delle sue cose posteriori a Opera, con la parziale eccezione dei mediometraggi sopra citati, non mi piace nulla, proprio nulla. E vabbè, questa è opinione mia. Potrei pure argomentare, ma non è quello che mi interessa fare adesso. Il piatto del giorno è: gli italiani che commentano l'ultimo Dario Argento in Internet.
Tralasciando una frangia minoritaria di critica professionista o semiprofessionista, dell'Argento recente dicono bene solo i fan dichiarati. Non parlo di soggetti che digitano con il bavaglino da leccaculo al collo, ma di ammiratori autentici, persone che amano Dario Argento in modo puro, disinteressato e tuttavia davvero troppo incondizionato per guadagnare credibilità agli occhi di chi non condivide lo stesso affetto.
Poi ci sono i detrattori. I detrattori italiani di Dario Argento non sono cattivi: sono cattivissimi. Spietati, assetati di sangue, non si fermano davanti a nulla, si abbandonano alla derisione selvaggia, al colpo basso, all'invettiva rancorosa. Sfottono, ghignano, offendono, fanno allusioni al gossip sulla figlia.
Sentir parlare dell'ultimo Argento in modo un po' distaccato, sinceramente critico, è davvero raro. Questo succede perché, per i cinefili italiani, Dario Argento non è un regista ma un amore. Per alcuni è ancora il marito brillante e infallibile della luna di miele, l'insaziabile amante con la tartaruga, per altri è l'odiato ex imborghesito e cretino, panzone, eiaculatore precoce, che non ne combina una giusta dall'estate del 1985. E' difficile disapprovare con misura qualcuno che è stato così importante.
La rabbia contro Dario Argento è appunto quella personale e feroce dell'innamorato deluso, che si scopre insofferente non solo ai nuovi difetti di un convivente troppo cambiato dal tempo, ma anche alle piccole abitudini risapute, sue da sempre, improvvisamente rese intollerabili dalle dinamiche della disaffezione. Questo rapporto velatamente passionale tra Argento e i suoi spettatori italiani è ulteriormente inasprito dal fatto che praticamente, a parte lui, nessuno in questo paese riesce a mandare nelle sale un film di genere. Ai fan dell'horror, bisogna capirlo, l'isolata sopravvivenza di Argento in una scena altrimenti desertica suggerisce l'astio ispirato dal privilegio immeritato.
Di fatto, questo miscuglio di sensata delusione e visceralità romantica ha prodotto e normalizzato una parzialità invereconda nelle conversazioni internettiane intorno a Dario Argento.
La settimana scorsa, il boss di Bloody-disgusting.com, Mr. Disgusting, ha pubblicato tre stills da Giallo, aggiungendo un commento che qualunque visitatore italiano avrebbe vissuto come perfettamente normale e che suonava pressappoco così: “Quelli tra voi che sono rimasti delusi da La terza Madre si preparino a un'incazzatura ben peggiore perchè si dice in giro che Giallo è orrendo”.
A poche ore dall'infelice uscita, Mr. Disgusting aveva già addosso una ventina di utenti indignati dalla pratica, oggettivamente opinabile in un sito che da molto tempo ha dismesso il profilo dell'amatorialità, di smerdare un film senza averlo visto, riferendo con disinvoltura i venticelli anonimi delle strade (invece di limitarsi, non ho capito nemmeno io perché, a un sobrio link verso Variety). Ebbene, i feedback più gentili che gli sono arrivati affondavano perfide deduzioni sul mancato acquisto, da parte dell'ufficio marketing di Argento, di “merdose, irritanti pubblicità flash” su Bloody-disgusting.com, sottolineavano criticamente la promozione di altri prodotti discutibili come Twilight o minacciavano offese migrazioni verso Stillshocktillyoudrop.com.
Come tutti quelli che navigano il world weird web, anche io sono sempre stata combattuta tra la sana antipatia per il vezzo di aggredire siti di quel tipo con l'infallibile argomento populista “fate le marchette a chi vi compra lo spazio” e un' altrettanto sana dose di diffidenza per il meraviglioso mondo dei banner a rotazione e degli accrediti. C'è pure da dire che sfornare aggiornamenti quotidiani e fare newsmastering a manetta è un lavoro su cui vien facile pisciare svaccati sul divano del lato utente o dall'alto di un blog “indipendente” da un post al mese. A me sinceramente Bloody Disgusting va bene così com'è: ci vado quasi tutti i giorni a cercare news e ce le trovo sempre, fresche fresche, sintetiche e sempre aggiornate. Poi magari il commentone articolato ed eccentrico me lo vado a cercare su qualche sito di fiducia, quasi sempre italiano e molto spesso anche amatoriale, ma intanto un'occhiata quotidiana alle novità non me la leva nessuno. Scusate tanto se è poco.
Il punto non è la polemica sulla deontologia editoriale del portale, sicuramente esacerbata da chissà che faida internettiana, ma il casus belli che l'ha innescata. Gli horrorofili di quelle parti, se insinui che “tanto il prossimo di Dario Argento farà cacare”, si incazzano “perché non hai diritto di giudicare senza aver visto”. I cinefili italiani, davanti a un post dai toni similmente scettici, anche se molto più corretti (Cineblog critica solo il trailer e la locandina italiana, ovvero cose fruibili tanto dall'autore del pezzo quanto dai suoi lettori), rincarano la dose e prevedono con veemenza la solita sola.
Insomma, fermo restando il diritto di ciascuno a sentirsi sfiduciato se un autore ha troppo a lungo disilluso le sue aspettative, mi è venuto il dubbio che noi ex-fan di Argento ci stiamo semplicemente comportando in modo scorretto. Comprensibile, giustificabile, ma scorretto.
Bisogna smetterla, un po' perché non è giusto, un po' perché altrimenti prima o poi diventerà simpatico come Uwe Boll. Vabbé che non ha l'aria di essere altrettanto minaccioso sul ring, ma io mi sono comunque ripromessa di andarci più cauta con le sentenze pregiudiziali sui film che devono ancora uscire.
Perciò, se in futuro dovessi cedere alla tentazione di una battutaccia su Giallo, tu, signora mia, hai il permesso ufficiale e il dovere morale di sgridarmi.
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THE AMERICAN NIGHTMARE
Nel complesso, non credo possa dire molto di nuovo a chi ha frequentato parecchio il genere o letto qualcosa sulla sua decantata capacità di sintesi storica. Tuttavia, se le conclusioni generali si limitano a rimarcare una linea interpretativa già assodata, i commenti specifici elargiscono qualche affascinante insight su un gruppo di pellicole di cui non si parla mai abbastanza, tanto sono eccezionali e difficili da esaurire.
Lo vidi la prima volta qualche anno fa su Sky e oggi l'ho ritrovato, scomodamente sezionato in 8 brandelli, su Youtube:
Inserisco qui la quarta parte, che tratta di Texas Chainsaw Massacre, e in particolare di quella che sono tentata di considerare la più traumatica scena horror mai girata: la celeberrima comparsa di Leatherface, chiusa dalla porta che il titolo italiano consiglia così caldamente di non aprire.
Tale Adam Lowenstein, un giovane accademico che da lì a cinque anni avrebbe dato alle stampe Shocking Representation: Historical Trauma, National Cinema, and the Modern Horror Film (che faccio, provo a comprarlo usato?), arriva al punto in merito alla mitica scena della porta.
Da una parte quel brutalissimo lastrone di ferro ci salva dal continuare a guardare, dall'altro ci tenta irresistibilmente a sorpassarlo. Rappresenta l'ambigua zona di confine tra voler vedere e non voler vedere, dunque, in qualche modo, tutto il cinema horror.
P.S.: Prego notare anche i commenti del simpatico John Landis, un uomo evidentemente e completamente pazzo. Dice cose azzeccatissime e davvero intelligenti, ma l'entusiasmo demenziale del suo stile comunicativo le fa sembrare enormemente inquietanti.
Per chi se lo stesse chiedendo: sì, è sempre così, anche in tutte le altre interviste che ho guardato.
IL RITORNO DEL FANTAFESTIVAL
Non voglio fare la solita romana Abraham Simpson che inizia a raccontare di quanto era bello quando lei era giovane e innocente e il Fantafestival era una cosa seria, una cosa grossa, ci si sapeva divertire allora signora mia.Per anni sono rimasta profondamente (verso la fine diciamo pure irragionevolmente) fedele a questo evento, ma negli ultimi due ho passato. La retrospettiva ha il suo fascino, gli omaggi non sono mai abbastanza, riscoprire i classici sul grande schermo è sempre emozionante e percuotere i bambini con le stampelle di ferro è brutto e sbagliato: tutto vero. Però è altrettanto vero che l'umano medio si trascina ai festival anche per cercare qualcosa che non ha già sul comodino. Che posso dire? Imboccare il raccordo per andare a vedere ET e La Moglie di Frankenstein a Sabaudia non è cosa per me, perciò nel 2007 e nel 2008 sono rimasta in ciabatte.
Nel 2009 la lunga cattività fuori porta è finita e il vecchio e ferito Fantafestival è tornato a casa. Solo che non è più lui. E' irriconoscibile, come il veterano alla vostra sinistra.
Si è tenuto al Palazzo delle Esposizioni, in spazi vegliati da inflessibili Ilse in giacca rossa. Proibito entrare in sala a spettacolo iniziato. Proibito sostare nei corridoi. Cioè, si può transitare per raggiungere il bagno, ma bisogna farlo senza guardarsi troppo intorno perché le Ilse potrebbero accorgersene. Sono terribilmente guardinghe. Se sospettano il fraudolento tentativo di carpire occhiate gratuite alla mostra in corso nei locali adiacenti a quelli destinati alla rassegna si arrabbiano, ti raggiungono e ti sgridano davanti a tutti. I signori che vanno in villeggiatura all' Other World Kingdom ne andrebbero matti.
In sala non vola una mosca, e Stilgar assicura di aver perfino assistito a proiezioni con il pubblico in giacca e cravatta. Atterriti e sconvolti dai suoi racconti, io e Demon abbiamo fatto una breve escursione solo per due film.
Visions
di Luigi Cecinelli (Italia 2006)
E' un thriller alla Seven, condotto con un'attenzione estetica sempre encomiabile nel lavoro di un esordiente. Le trappole del serial killer, per esempio, sono concepite e illuminate come installazioni (l'assassino è Christian Boltanski?).
Purtroppo ha anche una delle storie meno interessanti che si possano immaginare.
Davvero troppo, troppo convenzionale e prevedibile. Non sarebbe mai sopravvissuto al pubblico del Fantafestival di una volta.
Colour from the Dark
di Ivan Zuccon, Italia 2009
Demon, che ha più familiarità di me con la "scena indie" (si dice così?), mi aveva già parlato molto bene di Ivan Zuccon. Io di suo ho visto solo questo Colour from the Dark, che esporta i temi di Lovecraft nell'Italia rurale del 1943.
E' un prodotto povero, tradito per tale dalla qualità delle immagini, più che altro in esterni, e dagli effetti visivi quasi sempre superflui, ma alla fine le potenzialità si notano molto di più dei limiti.
Ambientazione affascinante, belle facce, idee buonissime e uno stile davvero personale, in grado di gestire con misura i debiti cinefili. Ci è piaciuto anche il make-up. Un film che ha le sue ossessioni, il suo progetto narrativo e un finale che non delude, di questi tempi, è una rarità anche a ben altri livelli produttivi. L'idea che, evidentemente, non ci sia nessuno disposto a dare a Zuccon una distribuzione italiana degna di questo nome e i soldi che gli servono per fare meglio è veramente avvilente.
Tra i pochi, timidi lazzi osati da un pubblico inibito e demotivato, il putrido e promettente Colour from the Dark - che scandisce giorno per giorno l'arco narrativo di una settimana - si è beccato il più applaudito: "giovedì... gnocchi!".
Insomma, vincitore morale della nostra capatina al Fantafestival 2009: miglior film e miglior battuta. Vuoi mettere con il premio Méliès?
DOPO AVER VISTO THE WRESTLER Vol.I
(post intimista e strappalacrime)
Quando sento certi deliri da moige (il wrestling è diseducativo, i bambini non dovrebbero guardare il wrestling) penso sempre che io e mio fratello con il wrestling ci siamo cresciuti. La scena è molto ampia e diversificata, ma noi guardavamo il wrestling più noto, quello economicamente pasciuto della WWF, forse all'epoca l'unico raggiungibile per i telespettatori italiani. Lo adoravamo. Ci fidavamo enormemente di Dan Peterson e conoscevamo tutti i nomi dei lottatori, le caratteristiche dei personaggi, le amicizie e le inimicizie che si evolvevano drammaticamente nel corso dello show. Una volta abbiamo dipinto un Big Jim con gli uniposca per farlo somigliare ad Hulk Hogan, il super face biondo, abbronzato e patriottico che superava le corde sulle note di un tema stelle-e-strisce e si strappava la maglietta. Eravamo capaci di passare mezzo pomeriggio a disquisire sulla lingua di George “The Animal” Steele, personaggio eccellentemente strutturato intorno allo stereotipo della bestia irriducibile e ottusa. Tra le memorie della mia infanzia che più mi inteneriscono c'è appunto l'immagine di questo mostro irsuto (sulla schiena, per il resto era calvo) e tarchiato che, mentre un avversrio “minore” tituba al di sotto del ring, ammazza il tempo divorando l'imbottitura dell'angolo. E poi ricordo un dibattito estenuante su André the Giant e Ultimate Warrior: il primo era chiaramente un “gigante vero” mentre il secondo “faceva finta”, naturalmente senza speranze di darla a bere a tipi competenti come noi. In effetti la statura dei due atleti non era paragonabile, e non so davvero perché avessimo preso a confrontarli in questi termini. Forse avevamo sentito qualcosa da Dan Peterson a proposito delle condizioni di salute di André, all'epoca già vecchia guardia, ma resta interessante il fatto che individuassimo nel giovane e palestrato guerriero-sciamano la sua nemesi, che percepissimo la loro competizione come una rappresentazione dell'antitesi tra verità e contraffazione. Non parliamo neppure dei dubbi amletici sulla posizione morale di Undertaker: era un buono o un cattivo? Il becchino nerboruto non era ancora la star che poi è diventato ma, con la sua trashissima crasi di iconografia funebre e ipertrofia muscolare, portava nelle nostre giovani vite un oggetto di discussione filosoficamente ingombrante come la neutralità della morte.
Ovviamente imitavamo anche i lottatori, eppure non ci siamo mai azzoppati per due motivi davvero incredibili e contorti: primo, i nostri genitori si comportavano da genitori perciò ogni tanto guardavano con noi il wrestling, degnandosi financo di illustrarci la sottile differenza che intercorre tra le possibilità atletiche di un affermato professionista e quelle di una coppia di mocciosi petulanti; secondo, come diceva non ricordo chi: i bambini non sono stupidi, sono solo bassi.
Gli anni ottanta sembravano non passare mai, invece un giorno sono finiti. Già alle medie abbiamo smesso di dichiarare la nostra passione per il wrestling, per non sembrare piccoli. Alle superiori ci hanno spiegato che era una roba da ritardati, pensata apposta per indottrinare surrettiziamente i gonzi con ignobili preconcetti filoamericani. Volevano farci percorrere il sentiero di Giuda del principe Henry, volevano farci rinnegare il guerrafondaio Hulk Hogan: non ti conosco, vecchio.
E' così – deh! - che si viene privati dell'infanzia.
Oggi non seguo più il wrestling, un po' perchè non ho tanto tempo, un po' perchè quando ci provo non ci riesco. Non mi piacciono gli speaker, non conosco i lottatori e comunque mi sembrano sempre più standardizzati, “meno personaggi” di quelli che amavo da ragazzina. La verità è che probabilmente sono altrettanto fighi, solo che io ho perso confidenza con l'immaginario di riferimento. Sono una vecchia. Sono come Ram che vorrebbe giocare a Nintendo, atterrando l'Ayatollah in tempi in cui l'Iraq è il set ideale per Call of Duty IV.
Va bene anche così. Anzi, il fatto di essere ufficialmente vecchia mi dà il diritto di intervenire come interlocutore paritetico nel prestigioso dibattito tra cariatidi su cosa sia educativo per i bambini. Ebbene, io mi avvalgo del suddetto privilegio per affermare che il wrestling è estremamente educativo per i bambini.
Il wrestling è divertente, emozionante, ma anche e soprattutto stimolante. E' uno show complesso, sofisticato, che induce gli infanti a pensare e discutere. Mette in gioco sistemi di valori opposti, raffigura – pur evitando di imporre traumatici eccessi di realismo - un universo articolato senza rimuovere ottusamente certi argomenti (l'inimicizia, lo spazio della lotta, la violenza, la slealtà, i “cattivi”) con cui anche i piccoli hanno il diritto di venire in contatto e a proposito dei quali è sano e auspicabile che possano fare domande.
Se avessi scelto di avere dei figli, signora mia, mi sarei preoccupata di fargli guardare regolarmente il wrestling. Poi magari qualche assistente sociale psicotico avrebbe fatto irruzione nel mio soggiorno per sottrarmeli, rinchiuderli in una casa famiglia davanti alla melevesione e convincerli che il conflitto non è un loro problema, anche e soprattutto perché in realtà non esiste affatto. Però almeno ci avrei provato.
GORE GORE EXTRAS
Avere un blog è utile, perchè cercando link finisci per leggere su wikipedia roba che altrimenti avresti ignorato per sempre. Trenta minuti fa per esempio non sapevo affatto che anche André the Giant avesse picchiato l'eroico Chuck Wepner (vorrei scrivere qualcosa su di lui da un sacco di tempo, ma fin ora ho fatto solo un piccolo accenno in questo adorante post su Foreman).
Sempre sia lodato Youtube.com:
IL TESORO DI FORRY ACKERMAN
Domenica, durante il tributo a F.J. Ackerman all' Egyptian Theatre di Hollywood, è apparsa una parte della sua famosa collezione: il venerabile idolo di Metropolis, anello e mantello di Bela Lugosi, monocolo di Fritz Lang e una preziosissima copia pluriautografata del Dracula di Bram Stoker. Si è trattato di una specie di anteprima sul bottino di meraviglie che finirà all'asta in primavera (30 aprile - 1 maggio). I prezzi delle cose più importanti, naturalmente, non saranno popolari.
Da una parte è un bene che parte del patrimonio di memorabilia ammassato da Ackerman in un'intera vita di devozione torni in circolo, migrando come una specie di eredità spirituale per ribadire con il suo raddoppiato valore di reliquia la santità del nostro eroe e della sua encomiabile missione. Per esempio, chi riuscirà ad accaparrarsi il sigillo in foto non sarà solo "il proprietario dell'anello di Lugosi". Nossignore: egli diverrà ufficialmente "quel fortunato mortale nella cui saccoccia giace l'anello di Lugosi e di Ackerman", poichè l'indimenticato guru, maestro e mentore degli amici dei mostri siede da ben tre mesi alla destra di Bela nell'empireo delle icone del fantastico.
Osservando la cosa da una prospettiva più sentimentale e retorica però questa dispersione mercenaria finisce col sembrare vagamente sacrilega. Allora ci si trova a pensare che tutta quella roba farebbe meglio a proseguire la sua convivenza abnorme nelle sale di un museo o in qualunque altra cattedrale aperta ai pellegrinaggi dello spiantato popolo del pulp.
Se poi ci si fa prendere la mano dalle tendenze pessimiste, si comincia a rimuginare sul fatto che il monile di Lugosi potrebbe capitare tra le danarose grinfie di qualsiasi sopravvalutato stronzo di Hollywood, per esempio tra quelle di Eli Roth. Ecco, quando arrivi a questo punto il tesoro di Forrest Ackerman lo vedresti benissimo anche sepolto nella camera segreta di una piramide subacquea, protetta da trabocchetti con palle giganti e sputi infucati, vegliata da un esercito di licantropi zombificati e golem alieni.
IL NUOVO PINHEAD
De gustibus
Il remake – pardon, reboot – di Hellraiser ad opera del perfido Laugier di Martyrs sembra a buon punto, tanto che la prima bozza dello script sarebbe in fase di traduzione. Le proposte per il nuovo Pinhead invece gironzolano in rete da un pezzo e io faccio parte di quella nutrita schiera di fanatici dell'originale che non hanno apprezzato per un cazzo le innovazioni (il fan è conservatore per sua natura, si sa). Cosa c'è che non va, di preciso?
Clive Baker, che aveva progettato di persona il look di Pinhead, lo spiega benissimo al sempre prezioso BloodyDisgusting.com, in questo schietto commento al nuovo progetto dello storico “cenobitaro” Gary Tunnicliffe.
La testa chiodata originale aveva l'aspetto ieratico di un vero cenobita, quello di un essere disciplinato e dogmatico in relazione privilegiata con la dimensione del misterioso e del sacro. Le sue cicatrici precise come rune attestavano il patimento di una tortura liturgica, non “il lavoro di un tizio che si butta sulla faccia di qualcun altro con una motosega”.
Questo naturalmente non implica nessuna distanza del primo Pinhead da un sadismo edonistico e pericolosamente “coinvolto”. Il più marcato e dichiarato riferimento della sua presenza era la classica estetica SM , che propone stilemi molto definiti e tende a rappresentare una gestione fortemente ritualizzata degli istinti sessuali.
Ecco: questo leader dei cenobiti l'istinto del cattivo ce l'ha, però gli manca il controllo e questo è un problema.
Edit: nel post mi chiedevo se anche il regista del nuovo Hellraiser avesse bocciato il progetto. In effetti lo ha fatto prima di Baker, mandando un comunicato corto, abbastanza gelido e orrendamente antipatico a tutte le riviste che avevano diramato le immagini di Fangoria e l'annessa intervista.
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MAGNIFICENT CARCASS Vol. II
Elvira sta a Vampira come Lily Munster sta a Morticia Addams
Non mi riferisco alla primogenitura della signora Addams (si tratterebbe comunque di quella cartacea, perchè almeno in tv le due dinastie sono praticamente coetanee), ma allo scarto socioeconomico che ha distinto i Munsters dagli Addams sin dall'epoca del loro contemporaneo debutto, conferendo alla competizione diretta tra le due serie sui teleschermi degli anni 60 un divertente retrogusto di lotta di classe tra sitcom sulle famiglie deformi.
Come tutti sanno, tra le due dark ladies, quella aristocratica è Morticia Addams. Assistita da una servitù grottesca quanto devota, dispone di tutto il tempo libero di una signora bene e può coltivare in santa pace la versione macabra dei tipici hobby muliebri altoborghesi: si dedica ad attività caritatevoli, decapita rose nel suo jardin d'hiver, vezzeggia esotici pet carnivori, asseconda ostentate inclinazioni artistiche oppure si limita a sorvegliare la prole e a disporre il culto delle tradizioni familiari dal suo altero trono di vimini. Anche quando la troviamo assorta in occupazioni più umili, come sferruzzare maglioni per creaturine tentacolute o mescolare pranzetti venefici e aperitivi ribollenti, ha l'aria di espletare questi doveri domestici quasi per diletto, in quanto amorevoli pegni d'accudimento o semplici, superflue riprove di una consapevole perfezione da Stepford Wife gotica.
Le preoccupazioni di Lily Munster - che includono un Grampa vampiro piuttosto rincoglionito e una primogenita combinata come Doris Day - sono decisamente più vicine a quelle di Marge Simpson (personaggio che peraltro condivide con quello della De Carlo anche la tendenza a citare l'acconciatura di Elsa Lancaster).
Del resto, Morticia ha impalmato (soffiandolo alla sorella bionda) un facoltoso poliglotta in giacca e cravatta, carico di azioni redditizie e squisite parafilie: uno che va a lavorare quando si ricorda, per surrogare gli abituali passatempi infantili con il piacere bislacco e cervellotico - e perciò eminentemente aristocratico - di perdere in tribunale. La signora Munster invece ha scelto uno schietto e massiccio uomo del popolo, un ridanciano e ingenuo gigante karloffiano che a dirla tutta, a dispetto della possanza fisica, non può nemmeno vantare speciale virilità.
Ammettiamolo: Morticia Addams, uno come Hermann, non lo avrebbe preso in considerazione nemmeno come aspirante maggiordomo, visto che l'unico pseudofrankenstein che si tiene in casa porta il papillon e ha dimestichezza con gli strumenti da musica barocchi.
Elvira non è una signora tradizionale, non è una moglie-e-madre e nemmeno una fidanzata. Se ci figurassimo l'immaginario sul femminile come un fornitissimo e luccicante ipermercato di stereotipi, lei si troverebbe sicuramente nel reparto “femmine ingovernabili, ipertofiche e selvagge con approccio maschile al sesso”. Tuttavia, come Lily e a differenza di Vampira e Morticia, Elivira è immediatamente collocabile all'interno della working class.
Nel mio vecchio panergirico della Divina Nurmi avevo già ricordato l'importante ruolo svolto dai suoi sogni infantili di isolamento protettivo e ricchezza materiale nella genesi della prima horror host del mondo. Il divismo ostentato di Vampira evoca infatti il paradiso platinato delle star silenti, il sontuoso stile di vita dei reali di Hollywood e, con quelli, un benessere tanto favoloso da svanire occultato dalla sua stessa irragionevole enormità. Si tratta del genere di lusso che, relegando le faccende di denaro allo spazio angusto e trascurabile dello scontato, separa definitivamente il Divo dalle cure dei comuni mortali e apre la via a un'eccentricità radicale e conturbante, sì, ma anche conchiusa in spazi remoti, empirei e dunque non direttamente minacciosi. Le star sono dispensate d'ufficio dal dovere dell'integrazione, di fatto imposto come prima preoccupazione ai “soggetti strambi” costretti a campare nella complessità terrestre e a scendere a patti con convinzioni e convenzioni dell'umano medio [1] .
Elvira ha assunto il modello Nurmi con una letteralità imbarazzante, tanto che perfino il suono del suo nome lo ricalca. E su questo, qualunque cosa se ne sia detto a suo tempo in tribunale, non ci piove. La parte significativa di un'elaborazione per altri versi affatto priva di novità sensibili consiste precisamente nell'aver esportato il prototipo dal limbo divistico in cui giacciono le incarnazioni a quello pragmatico in cui si muovono gli individui.
Vampira ha addensato in un unico formidabile corpo - impossibile addizione di spigoli e curve - le ossessioni di sesso e morte di un' America pronta a ricevere i turbamenti più oscuri e a elaborare i desideri più forsennati. E malgrado questo - e per questo - l'ha fatto in quell'irreversibile isolamento che contraddistingue i freaks ma anche e soprattutto le star.
Le sue apparizioni pubbliche, sui bolidi ballardiani di J. Dean o per le strade di Los Angeles al riparo di un lugubre parasole, non potevano essere percepite che come epifanie surreali. Il carro funebre di Maila Nurmi, nel traffico meridiano del Sunset Boulevard, doveva fare lo stesso effetto della prima promenade di Dracula/Lugosi sul suolo londinese: quello di un'incarnazione soprannaturale che discende nelle strade dei viventi senza partecipare della loro natura, senza possibilità di mimesi efficace. Maila, magnifica carcassa e compianta musa, era una straniera in terra straniera come il voivoda di Bram Stoker [2].
L'eccentiricità da diva di Vampira, in Elvira, si compromette con un tessuto sociale, diventa quella di una metallara cotonata, di una sboccata e procace bomba el sesso sottoculturale. Diventa l'eccentricità socialmente collocata di un altro genere di freak.
Prima di Edward Mani di Forbice, anche se in assenza delle incantevoli stilizzazioni pop di Tim Burton, nella provincia ipocrita color pastello era sbarcata Elvira, per riscuotere un misterioso lascito stregonesco. Succedeva in un filmaccio chiamato Elvira – Mistress of the Dark, che potrebbe essere descritto come un'innocua ibridazione tra fantasy per famiglie e commedia disimpegnata strettamente cucita sulle curve di Cassandra Peterson, proprio come il suo sudario-bra. A dispetto di questa premessa poco incoraggiante il film conteneva immagini interessanti, direttamente responsabili delle sue sorti americane di cult trash: l'eredità immaginata come chiassosa vincita a un telequiz contro l'estetica del lutto per bene, il gergo dei concerti accanto alle siepi ordinate, il sogno kitsch dell'hotel Flamingo sopra la soporifera routine del buon gusto. Elvira, con il suo trucco punk rivisitato e corretto da un costumista di Las Vegas e con la sua parlata beffardamente clonata dagli sconclusionati “I mean” delle valley girls (praticamente le “bionde dentro” americane, ma con più soldi), forniva la traduzione potabile e camp di uno stile di vita antagonistico, antipuritano e orgogliosamente sociopatico, si faceva portatrice di un'estetica per giovinastri lugubri, ancorchè addomesticata da un insolito livello di autoironia e da una quantità di lacca che ridicolizza il contributo di Robert Smith al buco nell'ozono.
Interrogata su Vampira, Maila Nurmi spiegava di non aver prodotto l'immagine di una donna ma quella di un'entità; Cassandra Peterson vede in Elvira una proiezione di se stessa teenager, una mocciosa sboccata che esprime ad alta voce quanto la gente dabbene censura e tace. La Nurmi affabulava aneddoti sulla seduzione di Orson Wells, la Peterson rievoca le profezie estorte ad Elvis Presley sulla via di Damasco [3]. E questo, nella sua parabolica semplicità di rivelazione, è quanto.
Come adoratrice acritica, devota vestale e umile serva della Divina Maila Nurmi, so bene che dovrei odiare Elvira, su vampirasattic.com tuttora citata come quella “prominent mistress of the dark who shall remain nameless”.
Sulle sue colleghe – per esempio sull'adorabile Crematia Mortem del Creature Feature di Kansas City – so poco o niente, dunque mi è difficile formulare un'opinione particolarmente sensata sul contesto. Credo tuttavia di poter ipotizzare che le ragioni per cui Elvira è emersa dalle loro schiere come tenebrosa signora del merchandising kitsch abbiano a che fare con la roba di cui blateravo sopra. Per via di quella roba, in ogni caso, mi vedo costretta a confessare un'imbarazzata ma indiscutibile approvazione per il personaggio della Peterson.
Come imitatrice di Vampira – categoria che potrebbe del resto includere tutti gli horror host mai vissuti – Elvira è al contempo platealmente derivativa e assurdamente originale. Non perchè ha aggiunto un coltellino al costume, né perché ha ricalcato l'abitudine – risalente ai fasti della superstar Zacherley - di interrompere i film per snocciolare battutacce. Il fatto è che ha saputo saccheggiare il rigoglioso/putrescente prototipo di un'icona pop in un modo sensato, bizzarro, a suo modo rilevante.
Che ne sarà, ora che il secolo XXI s'avanza, di Elvàira?
Un anno fa ha condotto – insieme ai suoi impersonators storici, Christian Greenia, aka Cassandra Fever, e Patterson Lundquist - un reality show per selezionare un terzo clone ufficiale.
Io, pur possedendo indiscutibilmente (e da almeno 71 anni, nevvero) le physique du rôle, non ho potuto partecipare al casting giacchè avevo da pisciare il cane, ma alle “odd-itions” si è presentata una valanga di altre aspiranti Elvire, più o meno convincenti. Superata una prima selezione, le concorrenti erano chiamate a provarsi in varie sfide degne di una mistress of the dark comme il faut (chessò, replicare gli sketches dell'originale piuttosto che prestarsi a una cena a lume di candela con un pavido nerd) e in base all'esito venivano promosse alle successive fatiche con un affettuoso “welcome to my nightmare!” oppure disintegrate dai trashissimi effettacci del pollice verso.
Ha vinto tale April Wahlin, detentrice del titolo e del relativo contratto sino allo scorso ottobre: una fanciulla tanto simpatica quanto oggettivamente poco minacciosa per l'icona di cui avrebbe dovuto farsi erede.
The Next Elvira è indubbiamente giovine e graziosa, ma qualcosa mi dice che fra le molte (moltissime, troppe) tette pro veg che potete trovare sul canale youtube PETA, quelle della sua musa resteranno più cliccate anche nel prossimo decennio. Prominenti e pallidi antidoti alla “dieta per vermi” e al moralismo ascetico che corrompe l'80% della propaganda antispecista.
GORE GORE NOTES
[1] I Munsters, transilvani, sono comunemente letti come figura della tipica famiglia migrante, determinata ad inserirsi a dispetto dei malintesi culturali che tendono a frustrare i loro sforzi di integrazione.
[2] Le celebri parole di Dracula trovano una curiosa e ben più romantica eco in quelle concesse da Vampira a Enterteinment Weekly in risposta all'immancabile quesito su James Dean: “He was the first and the last human being I've ever known with whom I'd felt we were of the same species. Everybody else to me is a stranger.''
Naturalmente il tiranno di Stoker – un tipo ben diverso dalle sue sentimentali riproduzioni cinematografiche - le pronunciava in un contesto mooolto meno melanconico.
[3] Al consiglio del Re, ferunt, dobbiamo la migrazione della giovanissima Peterson dalla galassia dei casinò alla costellazione della KCAL-TV. Elvira, in questa intervista di un paio di anni fa, conferma la chiacchierata.
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PERDONACI, ANGELA
Durante l’ultimo quinquennio, io la Zia (quella originale, la Zia della Zia) e il Silenzioso Bastardo ci siamo più volte radunati alla sera, per vincere il tedio invernale a suon di chiacchiere sui massimi sistemi o per inaugurare la stagione dei sandali senza calze con avvincenti simposi al chiaro di luna. Ebbene, per tutto questo tempo un quesito irrisolto ha oscurato le nostre risa e tormentato i nostri intelletti: Perché mai Angela Lansbury non è un’icona weird?
Insomma, cosa ci si aspetta che faccia ancora per diventarlo?
Si è fatta raggirare da Dorian Gray quando era poco più che una bambina. Ha recitato nel peplum ultra kitsch di Cecil B. DeMille. Ha gorgheggiato nel macabro Sweeney Todd a Broadway. Ha sapientemente sferruzzato Cappuccetti Rossi nella favola perv-freudiana di Neil Jordan. Ha creato praticamente dal nulla la ferale e ridanciana Jessica Fletcher.
La nostra sola speranza è che i posteri pongano rimedio agli errori di questa ingrata generazione che stolida senesce, riconsegnando Angela Lansbury al seggio di idolo weird che è suo per diritto.
INCUBI, CROMOSOMI, MACCHINE ROSSE
I cultoni espressionisti degli anni venti saranno risonorizzati live, mentre altre vecchie fiamme, tipo il Mulino delle Donne di Pietra e L'Orribile Segreto del Dr. Hichcock, si potranno semplicemente rivedere come mamma le ha fatte in una sala piccola ma vera.
Attualmente invece è in corso una rassegna su Cronenberg, contestualmente alla sua Chromosomes, che ha aperto da una decina di giorni.
Sabato sono passata a vedere Scanners - sorprendendomi irragionevolmente della sua ovvia vetustà - e la mostra, che detto fra noi non è nulla di veramente indispensabile. Imperciocché con lo stesso biglietto si accede anche a Bill Viola (e alla monumentale mostra sugli Etruschi, il tipo di roba per cui confesso di non sbavare) la consiglio grandemente in ogni caso.
Il corpo portante dell'esposizione è costituito da una cinquantina di fotogrammi estratti dal corso narrativo dei singoli film e stampati su tela che si ricompongono per settori tematici, ricostruendo le trequattro ben note ossessioni del nostro eroe, e fanno da trivia per i fanatici accorsi in (parva) copia.Una terza aula è occupata dall'installazione dedicata a Red Cars, di cui pure si fa scempio e ri assemblaggio. Superata la sensazione di muoversi all'interno di un surrogato cheap per chi non ha investito nel costoso tomo (di cui restano invendute, a giudicare dal sito della Volumina, un bel po' di copie), si riconosce una misteriosa attrattiva a questo mosaico di memorabilia che fluttua fra scoperte ispirazioni pop, dettagli feticistici di lamiere rosso ferrari e angoli di grafica pura (oggettivamente un po' strani in un contesto espositivo di questo tipo).
Più che una vera opinione questa è un'impressione - l'impressione, diciamolo, di una che non ha potuto svolazzare a Parigi per posarsi su The Fly – L’Opera - ma mi pare che nei suoi impegni lontano dalla macchina da presa Cronenberg finisca sempre per riflettere non tanto sulla propria produzione di cineasta quanto sulla propria collocazione come autore in un contesto culturale più vasto, oltrecinematografico.
Almeno Chromosomes rivela la sua concentrazione sulla relazione tra se stesso e una scena artistica che dalla seconda metà del novecento in avanti ha esplorato i temi a lui cari anche più spesso del cinema, e che non a caso lo ha fatto all'interno della sua appendice più popolare, la più frequentata, credo, da un pubblico relativamente esteso e non necessariamente erudito in materia di arte contemporanea.
Mi viene in mente una mostra enorme al Macro di Testaccio che l’estate scorsa antologizzava buona parte dei guru del corpo. Ovviamente c'erano un sacco di classiconi (della serie Acconci, G. Pane, R. Schwarzkogler, Chris Burden, azionisti assortiti etc), fotografi glam tipo C. Sherman, Olaf o L. Clark e zero pittura (o forse solo la Saville, non mi ricordo), ma anche molta roba indisciplinata e liminale rispetto al discrimine tra il linguaggio dell'operazione cinematografica (o pseudotale) e quello della videoarte, per esempio le superstar Bruce La Bruce (non video però se ben ricordo) e M. Barney. C'erano perfino Brakhage e Kenneth Anger nonchè un vero e proprio corto splatter teutonico espunto dall'installazione di cui faceva originariamente parte, ultranarrativo, comunque autosufficiente e assai colorato, la cui paternità al momentaccio mi sfugge perchè c'ho anche un'età (semmai poi cerco in rete ed edito).
A quel punto - complice la trance maso-mistica indotta dalla ferale combinazione Fireworks in loop + no seggiolina + tacchi alti - la mancanza di un pensierino per D. Cronenberg, vagamente, ricordo di averla avvertita.
Ecco: mi sa che l'ha avvertita pure lui. Un po' meno vagamente, si vede.
Baciamo le mani: Le immagini sono dettaglio di quelle scaricabili dal sito di Red Cars che, provvedendo encomiabile soccorso a chi brama il download, recupera i punti persi per abuso di flash.





























