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giovedì, 16 luglio 2009

MUM AND DAD

(di Steven Shiel, 2008)

Prendersela con la famiglia tradizionale, uno di quei valori che restano intoccabili solo nell'ufficio stampa del moige, è come sparare sulla croce rossa: un inutile sollazzo cattivista.
Non c'è più nemmeno la certezza di raccattare l'inestimabile pubblicità gratuita “nessuno pensa ai bambini” e si rischia semplicemente di annegare nel risaputo stagnetto del conformismo trasgressivo, pieno di pietre già scagliate da un paio di generazioni più tempiste.

Quello di Mum and Dad, sulla carta, è un plot ad altissimo rischio di qualunquismo: una giovane straniera addetta alle pulizie in un aeroporto, Lena, si trova costretta ad accettare per una notte l'ospitalità di due colleghi, la petulante Birdie e il suo silenzioso fratello. Arrivata a casa dei due, naturalmente, la nostra eroina viene stordita e imprigionata. Al suo risveglio scopre che le tradizioni domestiche della sadica Mamma e del violentissimo Papà prevedono le solite amenità: latrocinio, incesto, tortura, stupro, omicidio e cannibalismo. Se vuole sopravvivere, dovrà entrare a far parte della famiglia, assecondandone l'allegro stile di vita.

La materia prima non è molto originale. Shiel è troppo sveglio per non rendersene conto, e spesso promuove con successo digressioni ironiche sullo stereotipo: si vedano ad esempio il porno del mattino e la spartizione degli strumenti di tortura (ferri da calza e forchettoni per la mamma, martelli e altri arnesi da bricolage per il papà). Tuttavia il film sa emanciparsi dal semplicismo della parodia al nero attraverso una gestione del perturbante forse un po' scolastica, ma indubbiamente sicura e coerente. Mum and Dad ricostruisce esperienze, situazioni e conversazioni per forza di cose familiari allo spettatore, ricollocandole in un contesto abnorme ed estraneo.

La faccenda funziona meglio del solito, perciò provo a fare qualche congettura sul perché.

Sicuramente pesa moltissimo il contributo di una squadra veramente professionale e creativa, capace di mimetizzare il budget più che di ottimizzarlo.
Gli attori sono bravissimi - particolarmente impressionante la prova di Perry Benson, con la sua geniale strumentalizzazione di una fisionomia molle e mediocre. Le scenografie, praticamente impeccabili, sfruttano i contrasti inquietanti: la leziosità degli arredi contro le pareti grezze, da prigione; il garage del bricoleur contro l'antro lercio dell'orco; i ninnoli per neonati contro la ragnatela di filo di ferro. Menzione d'onore anche per il raffinato Jonathan Bloom, la cui fotografia si occupa tanto di stabilire il tono di base del film - assolutamente gelido – quanto di sovvertirlo in rare e conturbanti virate drammatiche (di solito in appoggio alle comparse di papà, che come vedremo è il villain viscerale).
Un altro elemento di successo è da individuare nella sensata rinuncia a citare il robusto filone americano sulle famiglie deformi. Agli scenari rurali Shiel preferisce un convincente panorama suburbano, più affine al movimento disperato sulle strade di Butterfly Kiss (Michael Winterbottom, 1995) che alle periferie politiche della working class di Ken Loach.

In primo luogo però, l'efficacia di Mum and Dad si deve alla serietà e alla coerenza dell'indagine sui ruoli e sulle dinamiche interne al gruppo deviante. La riflessione che ne risulta è abbastanza articolata da sorpassare il modello stantio della critica all'istituzione borghese per lavorare sulla famiglia in quanto nucleo identitario di eccellenza.
Il film si muove infatti tra le minacce dell'appartenza e quelle dell'isolamento, paure che qui troneggiano sulla protagonista nelle dimensioni più estreme. Accettare un'identità implica la rinuncia alla selezione autonoma dei propri valori e l'obbligo di partecipazione a dinamiche di potere codificate e spesso niente affatto neutrali a livello morale. Non appartenere d'altro canto significa soggiornare in un limbo insicuro, consegnarsi alla minoranza, con tutta la precarietà che ne consegue sul piano dei diritti.
Se nella casa di Mamma e Papà sei legato al letto, senza voce e senza segreti, negli aeroporti nessuno si accorge della tua assenza, puoi dissolverti nel nulla come una valigia smarrita.

La protagonista è una che ha optato per l'individualismo: ha lasciato sia il paese di origine che un padre autoritario. Quando le conseguenze di questa scelta le ricadono addosso, determinando per vie traverse la fatale prigionia nella casa degli orrori, Lena tenta la via dell'adesione al nuovo contesto. Prova ad assimilare, rapidamente e per via matrilineare, i precetti di un'integrazione che passa dalla sottomissione e dall'arrivismo. Tuttavia sbaglia. Tradisce e viene degradata dallo status di figlia a quello di pet: il rango più basso della piramide familiare. “Un animale domestico non per tutta la vita, è solo per natale”, spiega Papà - evidentemente il tipo di persona su cui le pubblicità progresso contro l'abbandono non fanno presa.

Gli eccellenti dialoghi, probabilmente memori delle verbose arringhe sadiane, sostituiscono alla logica dei filosofi immorali le tediose frasi fatte dei genitori autoritari, tipicamente identificati come portatori di due distinte specie di potere. Il padre, punitore e apertamente tiranno, è quello che si arrabbia e abbaia gli ordini (finché sei nella nostra casa devi stare alle nostre regole); la madre, apparentemente indulgente ed effettivamente versata nell'arte della manipolazione ricattatoria, è quella che si dichiara “delusa, molto delusa” e minaccia l'embargo delle intercessioni (se ne combini un'altra dovrai vedertela con tuo padre: io me ne laverò le mani). I fratelli non sono altro che competitori diretti a cui rapinare privilegi, cavie su cui esercitare l'imitazione o spaventosi fantasmi della punizione.

Dove La Casa Nera di Craven, assimilava la prole adottiva a un bene da accumulare (i ricchi e avidi Robeson conservavano soldi ed eredi scartati nei meandri della casa, senza usarli e senza buttarli), Mum and Dad la riduce a forza lavoro e oggetto di piacere. Cosa da consumare, di gran lunga più simile ai vestiti e ai forni a microonde che all'inerzia vampiresca del capitale di famiglia.
Stando così le cose, non è fuori luogo supporre, al di sotto della storia, una metafora della relazione tra lavoratori stranieri e società accoglienti, o meglio, delle derive assimilazioniste o segregazioniste dei suoi connotati asimmetrici. In ogni caso è un gran bel lavoro sugli orrori dell'identità.

Bocciato soltanto l'epilogo. Non tanto come ultimo stadio evolutivo della trama (ammettiamolo: un film così può finire solo in due modi e Mum and Dad non aspira certo all'Oscar dell'imprevedibilità) quanto per la chiusura sulla puntuale, esatta, precisissima immagine che fino all'ultimo secondo ho sperato di non vedere.
[ AgonyAunt a proposito di tortura e disgusto, hasta la frusta ]
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sabato, 14 aprile 2007

NONNA SPANKING

(Of Freaks and Men di Aleksei Balabanov, 1998)

Of Freaks and Men è un film curiosissimo e credo davvero poco famoso, almeno in Italia, mentre altrove lo si trova occasionalmente citato come campione di moralismo, umorismo o laido sadismo. A scelta.
La storia, necessariamente oscena, è ambientata nella Russia dei primi del novecento e parte dall'alba della pornografia cinematografica per edificare una classica (e scontata, lo ammetto) parabola metacinema documentando la sua collisione tragica con una serie di vite borghesi, intrecciate dagli inaspettati tentacoli dell'industria del morboso e inesorabilmente travolte in un dramma ironico e lugubre.
Al cupo fatalismo - che qualcuno potrebbe definire “molto russo” ripensando ai titani letterari ottocenteschi - indubbiamente soggiacente alla sua ironia nera, Balabanov associa senza imprevedibilità ma con fortuna una monocromia seppiata assai vintage che ricorda subito la fotografia dell’epoca in entrambi i prototipi iconografici citati dal film: i ritratti di famiglia borghesi e le scenette pornografiche. Tanto i primi quanto le seconde – di cui posto rappresentanza selezionata a lato - hanno qualcosa di elegante, dignitoso e tetro che mi ha sempre fatto pensare ai fantasmi, a entità taciute e impalpabili che si addensano oltre la studiata e pregiata economia delle composizioni.

La trama è bellissima e tremendamente incasinata.
Liza vive con suo padre nella domestica quiete della buona borghesia pietroburghese, ma colleziona segretamente fotografie di flagellazione, nascoste (sino alla classica spiata) nel candore immacolato della biancheria riposta. Costei ha dunque un lato oscuro, costei è catturata, sottovoce adescata da quello speciale e condiscendente magnetismo che appartiene solo allo spettacolo del martirio, della mortificazione, della riconduzione a un’infanzia affrancata dall’orribile imbarazzo della libertà e confortevolmente assoggettata all’avvicendarsi assolutorio di punizioni e premi.
Autore delle foto è, a insaputa della fanciulla, il giovane Pulitov. Puro e idealista, il bel tomo si presta però al porno con le narici tappate e per motivi squisitamente “alimentari” (come diceva Aristide) in attesa del giorno in cui potrà servirsi di un futuristico mezzo espressivo – il cinema - per ben più autoriali faccende. Suo boss, intento a lucrare nel ramo carnale con l’assistenza del laido braccio destro Victor, è lo spregiudicato Johan. Costui è anche fratello della governante Grunja, nonché nipote della Star Cult del film di cui ti dirò più avanti (sembra Beautiful, lo so, resisti: è fatto apposta). Come Pulitov, Johan aspira alla mano della nostra incantevole Liza e una volta da lei respinto si fa protagonista di un radicale switch che lo teletrasporta dal mondo desiderante e frustrato del pretendente a quello incurante di chi pretende, perché può.

Passata alla morte del padre sotto la tutela di Grunja, Liza resta infatti inerme nelle mani di Johan, insediatosi nella quieta dimora borghese di cui sopra come un tracotante invasore. Egli, dimostrando un ammirevole istinto sadico, non si degna di usarle personalmente violenza ma la elegge a reificata attrice non protagonista della specialità della casa: filmini sadomaso a base di flagellazione girati proprio dal sedicente idealista, quel cacasotto ipocrita di Pulitov, e cuciti su misura per l’appassito carisma della mitica “gnagna” (lo scrivo come è pronunciato, non farmene una colpa). Costei è la Star Cult di cui sopra: La corrucciata sadononna per cui Johan nutre un’amorevole, incantata e incestuosa ammirazione. Armata di un domesticissimo strumento di fustigazione [1], la sadononna fa il suo ingresso sulla scena borbottando stoicamente, quasi lasciasse di malavoglia le ordinate e semplici faccende di bucato e cucina da cui immaginiamo sia stata distolta per somministrare una seccante ma meritata lezione alla petulante pargoletta. Si siede, sculaccia senza economie la nuda Liza e a riprese concluse si allontana così com’era venuta. E cioè perfetta e surreale.

Frattanto l’inferno comico e crudele si accresce di nuovi protagonisti, con l’intrusione di un nuovo sadico, stavolta il “barbaro” Victor, nella placida dimora di un buon dottor Treves [2] dedito con la moglie Ekatrina all’accudimento di Kolia e Tolia, due gemelli siamesi che ha adottato alla nascita immediatamente dopo gli scatti destinati a documentare il fenomeno teratologico. Ekatrina, contrapposta alla sciatta puttanità della balia opportunamente tettona e futura complice di Victor, è una frigida e inflessibile signora che non ci vede, ammaestra i suoi gemelli al bel canto con disciplina e sottopone il consorte al sistematico e algido rifiuto di ogni tenerezza coniugale. Il suo è il secondo e più clamoroso caso di switch. Toccata nel profondo dalla volgare autorità del viscido Victor, Ekatrina finisce come Liza protagonista dei soliti filmini a base di fustigazione, mentre il truce figuro si impossessa dei pargoli per dare un tocco di esotico freakshow alla sua raccapricciante produzione cinematografica. A seguito del rapimento i gemelli finiscono, malgrado la disperata ricerca del padre, per condividere la prigionia di Liza in quella che fu una casa normale. Il primo sviluppa così un precoce amore (corrisposto) per la (meno) giovane slave, il secondo una sinistra e fatale dipendenza dall’alcol.
Ad eccezione di Victor Ivanovic e Pulitov, che paiono immuni alla minaccia del legame per brutalità/elementarità o codardia/opportunismo, ogni singolo personaggio è imprigionato in un vincolo soffocante e ineludibile, più vicino al bisogno distorto e testardo che non all’imposizione violenta nel suo grado più puro. Per questo non si assiste ad alcuna redenzione quando la cricca dei pornocarcerieri viene a dissolversi. I prigionieri, semplicemente, si disperdono in un’inutile e breve assenza di patria, di casa e di senso.

Un finale triste, lo so. Perciò per non deprimere nessuno, in luogo di qualche considerazione di chiusura toccante o sagace, annuncio e proclamo la buona notizia che già tutti sanno: tra pochi giorni inizia il Joe D'Amato Horror Festival. Con un cartellone molto interessante.
Perciò, chi può, ci vada.


GORE GORE NOTES

[1] Il flagello della sadononna è simile, mi pare, a quello della vera foto SM vintage sopra. Scene SM e in particolare di spanking e fustigazione sono, per il poco che ne so, particolarmente frequenti nella fotografia erotica e pornografica di quella che amo chiamare (da simpatica buontempona quale sono) l’Età Freudiana.

[2] Il dottor Treves era il medico che, prendendolo sotto al sua ala, esportò "l’uomo elefante" Joseph  Merrick dai crudeli sideshow dei bassifondi alle sale da conferenza e all’ora del ricevimento della buona società vittoriana. Treves di fatto non salvò Merrick dagli altrui occhi, ma almeno dalla miseria e dalla violenza fisica sì. Scrisse anche, narrandone l’interiorità candida e romantica, un’accorata biografia/agiografia dell’uomo elefante che fu in seguito ispirazione di opere teatrali e musical nonché del celeberrimo film di D. Lynch. A mio giudizio questa biografia rappresenta una delle più deludenti testimonianze di come la difformità, anche quando oggettivamente patologizzabile, sia dolorosamente destinata a restare fraintesa da chi pretende di comprenderla. Infatti il solo parlarne mi ha depressa a morte, non dovevo farlo.

[3] I ragazzi del film hanno fattezze orientali, per citazione dei famosi fratelli Bunker, alla cui celebrità si deve l’origine dell’espressione “Gemelli Siamesi”. Chang e Eng Bunker, impossibilitati a separarsi, morirono in modo assai simile a quello dei bambini di Of Freaks and Men: l’uno sano seguì l’altro malato.
[ AgonyAunt a proposito di hasta la frusta, we accept you one of us ]
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domenica, 17 settembre 2006

LE BRAVE RAGAZZE VANNO IN PARADISO...

Il buon M., strenuo precorritore dei sentieri di Ikea e indefesso centauro, soleva dirmi “Tesoro, tu vedi il sadomasochismo ovunque”. Io gli rispondevo “Certo che lo vedo ovunque, Titti. perché  è  ovunque.” e poi fra me e me soggiungevo “perlomeno è ovunque in Twins of Evil”.

I Karnstein, discendenza dell’incantevole Carmilla di Le Fanu (probabilmente il più ricco, evoluto e complicato dei vampiri letterari), hanno avuto nel cinema Hammer una storia relativamente breve e assolutamente interessante. Questo, a firma Hough (1971), è il terzo capitolo della saga nonché, a quanto mi risulta, uno dei più bistrattati. Personalmente lo trovo adorabile.

La trama.
Frieda e Maria sono due gemelle completamente identiche, orfane prive di mezzi ma non di vestiti e camice da notte che, passate nella miglior tradizione d’appendice sotto la tutela di zio Cushing e signora, giungono nel remoto villaggio in cui costoro hanno dimora. Sull’ameno posticino, immerso nella foresta e caratterizzato da un’architettura molto Hansel e Gretel, incombono le ombre antagoniste e speculari del Castello Karnstein, su cui signoreggia un conte satanista con amicizie in alti lochi, e della locale Fratellanza di puritani che, capeggiata dall’immenso Peter (sospiro) Cushing in versione Witchfinder (sospiro) General, batte i confini boscosi in caccia di poppute e innocenti giovinette da ardere con l’arbitraria accusa di stregoneria. Presente il fascinoso e fantasioso identikit della Strega di quel gran bell’uomo di Michelet? Ecco: la vittima ideale di queste squadracce clericali è simile, solo che senza l’elemento mistico diana & proserpina e rivisitata da Hugh Hefner. Troppo pusillanimi per sfidare l’arroganza aristostronza del depravato conte, i puritani si rifanno sulle contadine incolpevoli, braccandole con le scuse più pretestuose per pura paranoia autoritaria e frustrazione sessuofoba.

Nel delizioso quadretto piombano, dicevamo, Frieda e Maria, interpretate da una simpatica coppia di playmates doppiate come la Bellucci prima che i suoi contratti lo vietassero [grazie al Rev. St.Bastard per la golosa informazione] e modellate, presumo, sulle famose sorelle di sadiana memoria. Frieda (la Juliette del dinamico duo) è volitiva, portata alla trasgressione e ben determinata ad adoperare la sua avvenenza per arrivare alla libertà attraverso il comodo mezzo della lussuria maschile. Maria (la Justine) è pura, casta e passiva e per tutto ringraziamento alle proprie buone azioni – volte a coprire le magagne della gemella sveglia – riceve sempre uno zaino di cinghiate da zio Cushing (bei momenti che non vediamo, ahinoi, ma che risultano assolutamente esilaranti anche nel lagnosissimo resoconto della nostra – una cosa tipo : “ha scoperto che eri uscita di nascosto, ma io per discolparti ho finto di essere te. Così mi ha frustata come Frieda per aver coperto la fuga. E domani mi frusterà come Maria per essere scappata. Uffi!”)
Le due vengono mandate a scuola ove, nel manzo fratello della maestra, incontrano immediatamente il classico studioso di larghe vedute: l’unico al villaggio che aborrisca gli integralismi superstiziosi di Cushing & Co. e osi opporsi al suo regno del terrore. Comunque, in quanto perfetto esempio di sinistrorso cagadubbi il manzo si oppone a chiacchiere, sbraitando davanti al camino o scrivendo petizioni che ricordano per utilità e allegria la mia corrispondenza no fur con la presidenza del consiglio dei ministri. Naturalmente tale soggetto non poteva essere che un masostronzo e cade immantinente ai piedi di Frieda, ove resta per tre quarti del film in un’opportuna pozzetta di bava. Lei giustamente se ne infischia, anche perché, raggiunta dalla fama di scellerato del conte Karnstein, non perde tempo a farsi invitare nel suo tetro castello.

Il Conte in questione è un fonatissimo (phonatissimo?)  figurino che annovera tra i suoi servi il tipico laido burocrate (di nome Dietrich!) nonché l’immancabile servo muto, rigorosamente nero in omaggio all’orientalismo patinato di una volta. Fiero della sua lussuriosa condotta, il libertino si tromba senza remore le contadine, organizza messe nere e sfida apertamente Cushing con l’inarrivabile argomento caro al più Divino di tutti i Marchesi (“io sono io e voi non siete un cazzo”, che credevi). Dopo aver consumato un efferato delitto a sfondo satanista sulla tomba della sua ava Mircalla, il conte riesce finalmente a conoscere il Maligno e si tramuta in un vampiro, non mancando di contagiare Frieda al primo appuntamento (un libertino è un libertino è un liberitino).
A questo punto la situazione precipita. La bella Frieda, novella principessa delle tenebre assetata di sangue, viene presto scoperta con le mani nella marmellata e processata da zio Cushing. Verrebbe senz’altro anche arsa viva, non fosse che il justiniano karma di Maria impone una provvidenziale sostituzione della detenuta con l’innocente sorella. Il male sembrerebbe aver vinto, ma un’imprevista alleanza fra le brigate dell’inquisitore dal culo stretto e la biblioteca vampirologica del cagadubbi complicherà le sorti della battaglia.

Questo film è un delizioso classico d’altri tempi. E’ insieme irriverente e innocente, fedelissimo alle linee guida del suo genere. Non è difficile vederci una polemica contro la censura che in quegli anni non risparmiava colpi più o meno bassi contro l’eroica casa britannica, bersaglio piuttosto facile e massimo baluardo dell’avventura gotica. E’ un film pieno di debiti e ben meno efficace di altre hammerate storiche, ma molto ben fatto e letteralmente illuminato dalla presenza di un Cushing sempre professionale e splendidamente credibile, specie dal momento in cui la sceneggiatura gli concede l’opportunità di approfondire il suo tormentato e tridimensionale reverendo.
Se posso dire una cosa da vecchietta (e posso), nel cinema di oggi questo è il tipo di prodotto che mi manca davvero.

GORE GORE LINKS

Non posso esimermi dal segnalare la scarna pagina playboy gratuita di Mary Collinson, che confessa il suo romanzo preferito: Histoire D’O (imprevedibile, nevvero?). Gli studenti pay potranno godersi le sue copertine mentre a me, vendicatrice nullatenente, toccherà contentarmi di quattro chiacchiere con il bot di Ikea.

[ AgonyAunt a proposito di bare vergini e dentacci, hasta la frusta ]
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