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IL RITORNO DEL FANTAFESTIVAL
Non voglio fare la solita romana Abraham Simpson che inizia a raccontare di quanto era bello quando lei era giovane e innocente e il Fantafestival era una cosa seria, una cosa grossa, ci si sapeva divertire allora signora mia.Per anni sono rimasta profondamente (verso la fine diciamo pure irragionevolmente) fedele a questo evento, ma negli ultimi due ho passato. La retrospettiva ha il suo fascino, gli omaggi non sono mai abbastanza, riscoprire i classici sul grande schermo è sempre emozionante e percuotere i bambini con le stampelle di ferro è brutto e sbagliato: tutto vero. Però è altrettanto vero che l'umano medio si trascina ai festival anche per cercare qualcosa che non ha già sul comodino. Che posso dire? Imboccare il raccordo per andare a vedere ET e La Moglie di Frankenstein a Sabaudia non è cosa per me, perciò nel 2007 e nel 2008 sono rimasta in ciabatte.
Nel 2009 la lunga cattività fuori porta è finita e il vecchio e ferito Fantafestival è tornato a casa. Solo che non è più lui. E' irriconoscibile, come il veterano alla vostra sinistra.
Si è tenuto al Palazzo delle Esposizioni, in spazi vegliati da inflessibili Ilse in giacca rossa. Proibito entrare in sala a spettacolo iniziato. Proibito sostare nei corridoi. Cioè, si può transitare per raggiungere il bagno, ma bisogna farlo senza guardarsi troppo intorno perché le Ilse potrebbero accorgersene. Sono terribilmente guardinghe. Se sospettano il fraudolento tentativo di carpire occhiate gratuite alla mostra in corso nei locali adiacenti a quelli destinati alla rassegna si arrabbiano, ti raggiungono e ti sgridano davanti a tutti. I signori che vanno in villeggiatura all' Other World Kingdom ne andrebbero matti.
In sala non vola una mosca, e Stilgar assicura di aver perfino assistito a proiezioni con il pubblico in giacca e cravatta. Atterriti e sconvolti dai suoi racconti, io e Demon abbiamo fatto una breve escursione solo per due film.
Visions
di Luigi Cecinelli (Italia 2006)
E' un thriller alla Seven, condotto con un'attenzione estetica sempre encomiabile nel lavoro di un esordiente. Le trappole del serial killer, per esempio, sono concepite e illuminate come installazioni (l'assassino è Christian Boltanski?).
Purtroppo ha anche una delle storie meno interessanti che si possano immaginare.
Davvero troppo, troppo convenzionale e prevedibile. Non sarebbe mai sopravvissuto al pubblico del Fantafestival di una volta.
Colour from the Dark
di Ivan Zuccon, Italia 2009
Demon, che ha più familiarità di me con la "scena indie" (si dice così?), mi aveva già parlato molto bene di Ivan Zuccon. Io di suo ho visto solo questo Colour from the Dark, che esporta i temi di Lovecraft nell'Italia rurale del 1943.
E' un prodotto povero, tradito per tale dalla qualità delle immagini, più che altro in esterni, e dagli effetti visivi quasi sempre superflui, ma alla fine le potenzialità si notano molto di più dei limiti.
Ambientazione affascinante, belle facce, idee buonissime e uno stile davvero personale, in grado di gestire con misura i debiti cinefili. Ci è piaciuto anche il make-up. Un film che ha le sue ossessioni, il suo progetto narrativo e un finale che non delude, di questi tempi, è una rarità anche a ben altri livelli produttivi. L'idea che, evidentemente, non ci sia nessuno disposto a dare a Zuccon una distribuzione italiana degna di questo nome e i soldi che gli servono per fare meglio è veramente avvilente.
Tra i pochi, timidi lazzi osati da un pubblico inibito e demotivato, il putrido e promettente Colour from the Dark - che scandisce giorno per giorno l'arco narrativo di una settimana - si è beccato il più applaudito: "giovedì... gnocchi!".
Insomma, vincitore morale della nostra capatina al Fantafestival 2009: miglior film e miglior battuta. Vuoi mettere con il premio Méliès?
GIOVANI FILMAKERS
Non so perché.
Forse la vecchiaia, forse il fatto che mi sia cinicizzato oltremodo, forse la richiesta del buon Deep e dei suoi mosconi, forse la curiosità di rivederli…non so.
Sta di fatto che rivedendoli ho pensato: “che cagate” e poi “cazzo ma li ho montati con l’accetta”.
Ma poi ho anche riflettuto: “però erano i primi esperimenti” e “Il montaggio digitale, all’epoca, era fantascienza”.
In effetti non ho ancora ben capito quale sia stata la molla, comunque ho deciso di darli in pasto al pubblico ludibrio.
Solo qualche cenno storico.
“C’est la vie” è del 1999, montaggio digitale presso lo studio di un fotografo, convinto a collaborare con la forza…mi dedicò 2 ore. Con i potenti mezzi di allora ho poi riversato la VHS ottenuta, sul pc per inserire l’audio e la jpg d’apertura. Nella veriosne in VHS ci sono anche i titoli di coda, qui non presenti perché non avevo idea di come si facessero. Mi sono divertito ed ho stressato la protagonista per mezza giornata…la mosca è stata bravissima, molto collaborativa…purtroppo deceduta poco dopo la fine delle riprese.
“Imprinting” è del 2001, più meditato del precedente, ma il montaggio digitale ancora abbozzato. E’ stata dura, perché l’ho rigirato interamente 2 volte…per la felicità della protagonista che alla fine ha esclamato “Mò basta!”, così mi sono accontentato del risultato.
Se avete tempo e voglia potete vederli (ovviamente cliccando sul titolo del corto).
Al vostro buon cuore.
PS. Anche se la tentazione di rimetterci su le mani per modificare qualcosa, era davvero forte, li ho lasciati intonsi così come realizzati a suo tempo…





























