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Uomini che odiano le donne
un insostenibile Revenge Movie.

Le maggiori potenzialità della storia sono probabilmente da cercare nel personaggio della protagonista che - affidato a Noomi Rapace, un'attrice dalla corporatura atletica e nervosa - indica l'intenzione di superare il modello barbie-armata per costruire un prototipo più bellicoso e nevrotico di amazzone vendicatrice. E' anche interessante l'idea di sistemare sulle tracce di un omicida misogino un'antagonista che, per quanto simpatica e con le sue ragioni, di fatto è a sua volta una specie di serial killer di misogini. Qualcosa che poteva avvicinarsi a una declinazione tatuata e misandrica del modello Charles Bronson.
Purtroppo queste affascinanti premesse si sbracano nell'esasperazione della storia e nella moltiplicazione delle skill del personaggio, cosa che, al di fuori di un contesto schiettamente iperbolico e manicheo come quello action, inizia presto a puzzare di Mary Sue fanzinara.
La nostra eroina ovviamente viene da una famiglia disfunzionale dominata da un padre-padrone, ovviamente si imbatte in un assistente sociale sadico che la stupra (due volte, stile Asia Argento), e ovviamente non riesce a tenersi alla larga dalla sopraffazione maschile nemmeno in metropolitana, dove viene aggredita da una gang di sessisti che le sfascia il Mac al grido di “troia” (e vabbè: qui solo il Vero Nerd può rettamente misurare l'entità dell'affronto, gli altri si limitino a credermi quando assicuro che è una bastardata bella grossa).
Fin qui ci si può stare, perchè è oggettivamente vero che gli abusi di natura sessista – dalle molestie “minori”, tristemente assimilate nella fisiologia sociale, ai crimini più violenti e universalmente riconosciuti come patologici - hanno un'incidenza tutt'altro che episodica nell'esperienza femminile. A tutte le signore, prima poi, capita di vivere momenti di paranoia ed esasperazione: la presentazione di Lisbeth potrebbe parlarci anche di questo, dunque soprassediamo sulla collezione di tragedie.
Il problema è che, a parte il vissuto molto Justine, costei è una hacker fighissima, capace di penetrare qualsiasi sistema, ficcarsi nei laptop dei giornalisti investigativi e smascherare i mega-politici corrotti con un click. Buon per lei, ma ha anche una memoria fotografica da paura ed è intelligentissima. Non basta. Due pacchetti di Marlboro al giorno sulla coscienza e un manifesto problema con l'alimentazione non le impediscono di correre come una lepre. Naturalmente picchia durissimo, padroneggiando armi improvvisate e scalciando come Chuck Norris, e chiaramente se ne va a zonzo su una moto perchè una così dura mica poteva averci la smart con Winnie the Pooh che penzola dallo specchietto. Tralasciamo il trasgressivo vestiario, e passiamo alla psicologia del personaggio: nella miglior tradizione del duro mainstream con tendenze sociopatiche e traumi assortiti nello zaino, Lisbeth è introversa, indurita, terrorizzata dall'intimità e, ça va sans dire, ha paura di innamorarsi. Tempo una settimana infatti è lì che fa l'Elettra borchiata con il giornalista bonaccione, maturo e protettivo.
Orbene, sono cose che hanno il loro perché in un film di Tarantino (che infatti ha messo gli occhi su Uomini che odiano le donne e ne progetta, presumo, la riedizione pulp, citazionista e con un cameo di Mickey Rourke). In un film che funziona come un thriller con Julia Roberts o come uno di quei best seller americani in cui alla fine “tutti i conti tornano”, invece, cotale e cotanta ammucchiata di disgrazie e luoghi comuni risulta irreparabilmente stucchevole.
Tutto il film è come la protagonista.
Non si poteva rinunciare proprio a nulla: i politici corrotti con i conti alle Cayman, i sadici della porta accanto, i nazisti, i delitti biblici alla Seven, i ricongiungimenti familiari in extremis, la storia d'ammore, i "potrebbe essere stato chiunque", il vecchio gentiluomo che non si arrende, le bionde angelicate, le seconde vite nell'esotica patria di Peter Jackson, tutte le lacrime di chi non sa più piangere e la vita che comunque continua. C'è pure il finale della serie “Incorreggibile, fragile, fortissima Lizzie! ne sai davvero una più del diavolo!”.
Insomma, evoluzioni del tipo “poi si scopre che era stato il maggiordomo” avrebbero aggiunto un po' di pepe a questo imprevedibile e cervellotico thriller. Veramente un'occasione mancata, soprattutto perché, volendo, una specie di maggiordomo c'era.
Per il resto, nella mia infinita magnanimità, salvo alcuni momenti dell'indagine sul cold case, l'atmosfera morbosa addensata intorno alla villa patrizia e la scena di revenge sullo stupratore, che ha raccolto gli entusiasmi del giovane pubblico in sala. Premio miglior commento all'ineffabile signore assiso al mio fianco, che ha candidamente lamentato l'eccessiva ergonomia del dildo.La Fondazione Henenlotter, meritoria istituzione per la ricongiunzione dei gemelli siamesi ingiustamente separati alla nascita, segnala infine una sospetta somiglianza tra l'attore protagonista, il melanconico Michael Nyqvist, e Richard Benson, l'Antichrist Antistar dei locali capitolini.
Questo elemento, per cui la Fondazione ha fornito abbondante documentazione fotografica a comprova, vale alla pellicola una valutazione di ben due palle due, in tutti i sensi che il tuo inossidabile istinto da cinefilo può suggerirti.
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FREDRIC WERTHAM EXPLOITATION

La Fondazione Henenlotter, meritoria istituzione per la ricongiunzione dei gemelli siamesi ingiustamente separati alla nascita, denuncia una sorprendente somiglianza tra la copertina della prima edizione inglese di Seduction of the Innocent (1958), il saggio in cui il famigerato dr. Wertham teorizzava i nefasti effetti dei fumetti pulp sulla psicologia dei ragazzini, e certe locandine exploitation.
In primo luogo è una questione di caratteri e uso del colore. Come gli artisti della propaganda exploitation, i grafici albionici di Wertham minimizzano le sfumature, usano pochi colori dall'impatto violento, isolano un dettaglio noir (il terrorizzato sguardo infantile) e scelgono un font massiccio, esclamativo.
Anche il titolo fa pensare alla vasta produzione exploitation dedicata alla devianza giovanile, alla corruzione di provinciali imberbi e aspiranti modelle sprovvedute.
Il gemello prescelto dalla vostra umile cronista per festeggiare l'agnizone è la locandina di un film di Corman del 1968, scritto da J. Nicholson.
L'INVASIONE DEGLI ASTROMOSTRI
10 motivi per vederlo
1. Personaggi non-mostri bellissimi #1: Il rigido astronauta giapponese Fuji e il disinvolto astronauta yankee Glenn si scambiano a sopracciglio sollevato holmesiane deduzioni quali: “Ehi aspetta un istante… Ma H2O non è la formula dell’Acqua?” “…Già!”.2. Scenografie indimenticabili: ingenue e terribilmente creative. Il Pianeta X, in particolare, è un altromondo in cui parecchie cose scintillano, dalle rocce glitterate ai led dei pannelli di controllo dopati, e parecchie altre recano memoria del fresco passaggio di una bomboletta argentata a simulare ferro sul cartone. L’intera parte del film in territorio alieno è da questo punto di vista assolutamente spettacolare.
3. Personaggi non-mostri bellissimi #2 : le vicende dell’ingegnere nerd Tetsuo, noto per aver consegnato ai posteri l’invenzione (apparentemente) più inutile del mondo, si intrecciano con gli ambigui affari della bellissima Namikawa, colei che possiede una chioma più scintillante di quella di Costantino della Gherardesca.
4. Presunti o presumibili nipoti famosi: Mars Attacks! per il finale. Ma L’Invasione degli Astromostri è infinitamente più figo.
5. Dischi volanti e sistemi di trasporto spettacolari.
6. L’Invasione degli Astromostri è un film consigliato e approvato dalla Fondazione Henenlotter (meritoria istituzione per la ricongiunzione dei siamesi separati, della cui presidenza mi onoro e mi bullo) in ragione della fulgida comparsa dell’Infido Boss Alieno completamente identico al Teletubbie Verde, ma in versione dark e con stilosi occhiali neri che anticipano Matrix di decenni.
7. Personaggi mostri bellissimi #1: ci sono Ghidorah e Rodan.
8. Personaggi mostri bellissimi #2: c’è anche Godzilla, e in questo film balla. Le potenzialità di slogan promozionale di “Godzilla danza!” non hanno nulla da invidiare a roba come “Il mostro [di Frankenstein] parla!” o “La Garbo ride!”.
9. Locandine spettacolari.
10. Un film ingenuo (soprattutto nei dialoghi) e veramente bello, curiosamente attento alla questione di genere, pieno di cliché eppure creativo. Divertente e non solo involontariamente. Un film che se, come nel mio caso, ha la fortuna di costituirsi come primo (o secondo-terzo) approccio a un genere che non si frequenta e non si conosce fa venire un’incredibile voglia di lanciarsi in serrate rassegne e clausure monografiche per colmare cotanta imbarazzante lacuna. I Film migliori, alla fine, sono quelli che fanno venire voglia di vederne altri.
Qui la recensione di uno dei miei siti preferiti di sempre, l’immortale BadMovies.org che ha cura di proporre tra gli estratti il balletto gioioso del lucertolone con titolo "Happy Moment". A seguire, una piccola postilla autobiografica/chissenefrega, che fa molto blog intimista (c’è carenza di intimismo in questo blog): mi sono dolorosamente azzoppata.

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