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A quanto pare Guy Ritchie farà un film sull'Uomo. Cioè su Lobo, il grottesco cacciatore di taglie Czarniano nato negli anni '90 come commento dissacrante ai classici supereroi punitori. Avido, violentissimo, erotomane, metallaro, bianco e nero come un Kiss, sovente coperto delle frattaglie delle sue vittime e dotato di armi ignorantissime, Lobo si è ritagliato un posticino nei nostri cuori come anti-supereroe rozzo e venale e ora si prepara a sbarcare sul grande schermo.
Keith Giffen, creatore di Lobo e autore della sua più precoce e violenta incarnazione per la DC, non è stato interpellato per il film e non ne sa troppo più dei fans. Si augura che la riduzione di Guy Ritchie punti sull'umorismo nero e, informato della candidatura di Jeffrey Dean Morgan, dichiara che preferirebbe un attore non troppo famoso, per evitare che l'immagine di un divo cannibalizzi e sovrasti quella dell'Uomo.
Personalmente, non ho mai trovato i contenuti di Lobo troppo “per adulti”, semmai ci ho sempre visto un piacevole - e in un certo senso anche educativo - esercizio di sana ironia. Malgrado questo, comprendo e condivido le perplessità dei fan sulla compatibilità tra il PG-13, che a quanto pare sarà il rating della trasposizione, e lo spirito del fumetto, per il semplice fatto che “There may be depictions of violence in a PG-13 movie, but generally not both realistic and extreme or persistent violence”. Ecco, il problema è proprio questo: l'efficacia comica di Lobo si basa esattamente sull'uso continuo della violenza estrema.
Tutto questo mi fa tornare alla mente un'avventura di Lobo, pubblicata a ridosso degli ultimi numeri della seconda serie di Alan Grant, oggettivamente già alla frutta.
Si intitolava “The All-New, Non-Violent Adventures of Superbo!” e ipotizzava un cambio di immagine del bruto Czarniano, deciso dai vertici della DC per andare incontro al pubblico mainstream.
Il riluttante Lobo, in queste pagine, veniva sbarbato, pulito, pettinato come superman, dotato di un nuovo veicolo e perfino di un costume giallino con tanto di mantello. Il progetto di revisione del carattere era poi definitivamente attuato sottoponendo lo stesso Alan Grant a una sorta di Cura Ludovico a base di elettroshock: ogni volta che Lobo imprecava, si abbandonava alla sua passione per il massacro o alle sue irruente inclinazioni sessuali, lo sceneggiatore veniva folgorato da una scarica elettrica. Da qui, la sensibile variazione nell'indole e nel gergo del nostro eroe. Per esempio, un proposito schiettamente lobesco quale: “Giusto!Sfrakatzo qualche skrauso finchè un altro verme confessa e poi li sfrakazto per sempre!” si ammorbidiva nell'old-fashioned: “Giusto! Rintraccerò l'ignobile malfattore e lo consegnerò alla giustizia!”.
Ovviamente il tutto si concludeva in un tripudio di sangue e merda - un happy end, per Lobo - ma nel frattempo il pubblico poteva sperimentare il piacere masochistico di vedere il suo truculento beniamino trasformato in un mascellone in calzamaglia: SuperBo. (Potete rimirarlo nella scansione sotto il titolo del post, mentre discute di nudi femminili con un editor e inchioda davanti alle strisce per lasciar passare una vecchietta.)
Orbene, stanti le minacce rappresentate dal divieto ai minori di 13 anni e dalla presenza nella sceneggiatura - pare - di una bambina come comprimaria del nostro eroe, penso si possa dire che lo spettro di SuperBo incombe cupamente sull'incarnazione cinematografica dell'Uomo.
Mentre aspettiamo il 2010, pregando con ardore affinché la piccina di cui sopra faccia la stessa fine della maestra di Lobo, possiamo riguardare questo piccolo corto del 2002, tratto dal bellissimo speciale “The Lobo Paramilitary Christmas Special” e amorevolmente diretto da Scott Leberecht. Su wikipedia si può leggere la fiabesca storia della sua realizzazione.
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Uomini che odiano le donne
un insostenibile Revenge Movie.

Le maggiori potenzialità della storia sono probabilmente da cercare nel personaggio della protagonista che - affidato a Noomi Rapace, un'attrice dalla corporatura atletica e nervosa - indica l'intenzione di superare il modello barbie-armata per costruire un prototipo più bellicoso e nevrotico di amazzone vendicatrice. E' anche interessante l'idea di sistemare sulle tracce di un omicida misogino un'antagonista che, per quanto simpatica e con le sue ragioni, di fatto è a sua volta una specie di serial killer di misogini. Qualcosa che poteva avvicinarsi a una declinazione tatuata e misandrica del modello Charles Bronson.
Purtroppo queste affascinanti premesse si sbracano nell'esasperazione della storia e nella moltiplicazione delle skill del personaggio, cosa che, al di fuori di un contesto schiettamente iperbolico e manicheo come quello action, inizia presto a puzzare di Mary Sue fanzinara.
La nostra eroina ovviamente viene da una famiglia disfunzionale dominata da un padre-padrone, ovviamente si imbatte in un assistente sociale sadico che la stupra (due volte, stile Asia Argento), e ovviamente non riesce a tenersi alla larga dalla sopraffazione maschile nemmeno in metropolitana, dove viene aggredita da una gang di sessisti che le sfascia il Mac al grido di “troia” (e vabbè: qui solo il Vero Nerd può rettamente misurare l'entità dell'affronto, gli altri si limitino a credermi quando assicuro che è una bastardata bella grossa).
Fin qui ci si può stare, perchè è oggettivamente vero che gli abusi di natura sessista – dalle molestie “minori”, tristemente assimilate nella fisiologia sociale, ai crimini più violenti e universalmente riconosciuti come patologici - hanno un'incidenza tutt'altro che episodica nell'esperienza femminile. A tutte le signore, prima poi, capita di vivere momenti di paranoia ed esasperazione: la presentazione di Lisbeth potrebbe parlarci anche di questo, dunque soprassediamo sulla collezione di tragedie.
Il problema è che, a parte il vissuto molto Justine, costei è una hacker fighissima, capace di penetrare qualsiasi sistema, ficcarsi nei laptop dei giornalisti investigativi e smascherare i mega-politici corrotti con un click. Buon per lei, ma ha anche una memoria fotografica da paura ed è intelligentissima. Non basta. Due pacchetti di Marlboro al giorno sulla coscienza e un manifesto problema con l'alimentazione non le impediscono di correre come una lepre. Naturalmente picchia durissimo, padroneggiando armi improvvisate e scalciando come Chuck Norris, e chiaramente se ne va a zonzo su una moto perchè una così dura mica poteva averci la smart con Winnie the Pooh che penzola dallo specchietto. Tralasciamo il trasgressivo vestiario, e passiamo alla psicologia del personaggio: nella miglior tradizione del duro mainstream con tendenze sociopatiche e traumi assortiti nello zaino, Lisbeth è introversa, indurita, terrorizzata dall'intimità e, ça va sans dire, ha paura di innamorarsi. Tempo una settimana infatti è lì che fa l'Elettra borchiata con il giornalista bonaccione, maturo e protettivo.
Orbene, sono cose che hanno il loro perché in un film di Tarantino (che infatti ha messo gli occhi su Uomini che odiano le donne e ne progetta, presumo, la riedizione pulp, citazionista e con un cameo di Mickey Rourke). In un film che funziona come un thriller con Julia Roberts o come uno di quei best seller americani in cui alla fine “tutti i conti tornano”, invece, cotale e cotanta ammucchiata di disgrazie e luoghi comuni risulta irreparabilmente stucchevole.
Tutto il film è come la protagonista.
Non si poteva rinunciare proprio a nulla: i politici corrotti con i conti alle Cayman, i sadici della porta accanto, i nazisti, i delitti biblici alla Seven, i ricongiungimenti familiari in extremis, la storia d'ammore, i "potrebbe essere stato chiunque", il vecchio gentiluomo che non si arrende, le bionde angelicate, le seconde vite nell'esotica patria di Peter Jackson, tutte le lacrime di chi non sa più piangere e la vita che comunque continua. C'è pure il finale della serie “Incorreggibile, fragile, fortissima Lizzie! ne sai davvero una più del diavolo!”.
Insomma, evoluzioni del tipo “poi si scopre che era stato il maggiordomo” avrebbero aggiunto un po' di pepe a questo imprevedibile e cervellotico thriller. Veramente un'occasione mancata, soprattutto perché, volendo, una specie di maggiordomo c'era.
Per il resto, nella mia infinita magnanimità, salvo alcuni momenti dell'indagine sul cold case, l'atmosfera morbosa addensata intorno alla villa patrizia e la scena di revenge sullo stupratore, che ha raccolto gli entusiasmi del giovane pubblico in sala. Premio miglior commento all'ineffabile signore assiso al mio fianco, che ha candidamente lamentato l'eccessiva ergonomia del dildo.La Fondazione Henenlotter, meritoria istituzione per la ricongiunzione dei gemelli siamesi ingiustamente separati alla nascita, segnala infine una sospetta somiglianza tra l'attore protagonista, il melanconico Michael Nyqvist, e Richard Benson, l'Antichrist Antistar dei locali capitolini.
Questo elemento, per cui la Fondazione ha fornito abbondante documentazione fotografica a comprova, vale alla pellicola una valutazione di ben due palle due, in tutti i sensi che il tuo inossidabile istinto da cinefilo può suggerirti.
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WOLVERINE, PERCHE' ?
Perché questa gente che altrimenti farebbe buoni filmoni di botte, esplosioni e acrobazie si ostina a farcirli di intermezzi drammatici, epici o sentimentali girati con ovvia inettitudine e perciò criminalmente banali? Perché?Una volta c'erano i film in cui Schwarzenegger, supereroe di fatto se non di diritto, si armava fino ai denti e andava a sterminare i cattivi con il kalashnikov, che erano molto numerosi ma in compenso tutti miopi.
Ovviamente anche quelle vecchie glorie dedicavano due momenti drammatici all'archiviazione della tediosa formalità "motivazione dell'eroe e suo spessore umano", ma erano proprio due, due di numero, e cioè: Schwarzenegger scopre che sua figlia è stata rapita (dopo i titoli di testa) e Schwarzenegger riabbraccia sua figlia rapita (prima dei titoli di coda). Tra questi episodi giustamente parentetici stanziava il film vero, cioè una rumorosa orgia di calci in culo, incendi e sparatorie, senza interruzioni o stucchevoli incursioni in registri estranei alle corde degli autori.
Perché X-Men Origins: Wolverine non può essere così? Perché deve impantanarsi in situazioni strappalacrime allestite a cazzo di cane e sipari romantici girati malissimo?
Non si capisce.
A parte questo e a parte il fatto che ci sono veramente tutte le scene più banali che il filone revenge possa offrire - da quella in cui Wolverine, l'eroe disperato rigorosamente inquadrato dall'alto, strilla "nnooooo!" con il corpo esanime dell'amata tra braccia a quella in cui Wolverine, l'eroe impassibile, si allontana con cinica noncuranza dalla deflagrazione apocalittica alle sue spalle - si può anche guardare.
Molto meno perdonabile, in un prodotto di questo tipo, è il fatto che a tratti gli effetti speciali siano poco convincenti. Si veda, per esempio, la trista scena del cesso in cui Wolverine, l'eroe maldestro, familiarizza con gli artigli placcati di Roger Rabbit.
Un punto a favore del film è invece la villosa avvenenza di Sabretooth, qui fratello malvagio di Wolverine, che annusa, ringhia, picchia come un fabbro e si acquatta per correre in ambio. Liev Schreiber sostituisce in questo ruolo lo zombiano Tyler Mane, che a suo tempo aveva fornito una versione un po' meno realistica e assai meno orgonicamente rilevante del carattere.
Questo Schreiber mi ha colpita anche per una ragione che non può essere dedotta dalla foto in alto a destra. Mi è sembrato l'attore più calato nell'umore atteggione e iperbolico che ci si aspetta dall'interprete di un supereroe Marvel. Mi è sembrato bravo, insomma. Non c'era bisogno ma, come si suol dire, fa sempre piacere.
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THE WRESTLER
La storia del corpo di Mickey Rourke sembra un'inversione malvagia del primo tempo di Johnny Handsome, dimenticata parabola di deformità e vendetta che alla fine anni ottanta falsificava John Merrick sull'impunita faccia da Vogue del nostro eroe. Rourke, un bravo attore, nasce con la faccia da bonazzo spettinato e si fabbrica un solido corpo da pugile per portarla in giro. Interpreta scopatori inquieti e duri hard boiled con l'impermeabile, diventa un sogno erotico mainstream. Poi abusa di sé, decade. Si mette a fare la boxe professionistica. I suoi connotati si rimescolano e si inspessiscono, la chirurgia plastica peggiora le cose. La sua faccia, destinata dai geni a una maturità introversa e virile, diventa un'incarnazione di errori, ineffabile giunzione tra tutte le specie di cicatrici possibili (lesioni da divo maledetto, pugni di altri uomini, esperimenti dei pinhead di Hollywood). Certo cinema intuisce il suo potenziale di icona della dissoluzione e si appropria browninghianamente della sua mostruosità, intagliando brevi sipari entro cui spettacolarizzarla. Penso all'idolo troppo vissuto di un'irritante paraculata intitolata Spun, al coriaceo bestione di Robert Rodriguez (che aveva addirittura il chihuahua) e in parte a Marv di Sin City, declinazione iperbolica del tipico macho sentimentale milleriano.
Questa serie di spettrali cameo prefigura le identificazioni morbose che hanno spezzato il cuore ai fan di The Wrestler.
II. Un mondo di colpevoli e di eroi
Nel wrestling tradizionale la contrapposizione tra lottatori non si esaurisce nella competizione atletica ma fornisce la rappresentazione articolata un contrasto tra due stereotipi, due stili di vita, due mondi morali.Il conflitto in questione è normalmente inscenato in termini abbastanza manichei e il suo svolgimento procede per tappe topiche che il pubblico riconosce e gestisce meno ingenuamente di quanto si potrebbe pensare. La struttura è vicina al registro della leggenda popolare, ma evidentemente comparabile, secondo Aronofsky, anche a quello della sacra rappresentazione.
I dialoghi italiani di The Wrestler hanno maldestramente tradotto heel con “suola” e face con “faccia”, nel tentativo di lasciare alle espressioni la loro allure gergale. Forse sarebbe stato più ragionevole parlare semplicemente di “cattivo” contro “buono”. “cattivo” contro “buono” è un canovaccio base.
Un heel è un tipo superbo, sleale, inaffidabile, uno che il pubblico, per un motivo o per un altro, percepisce come nemico; per esempio può essere devoto a un perverso sistema di disvalori (si va dalle posizioni antiamericane a un dissennato culto del caos), egoisticamente privo di ideali o semplicemente accecato dalla sete di potere.
Va notato che l'heel non è necessariamente un malvagio totale, spesso anzi è un ex buono, talora ottenebrato da una passione irrazionale o perfino tratto in inganno da un manager jago. Non è nemmeno detto che la reazione del pubblico al suo carisma negativo si esaurisca nel “semplice” disprezzo: gli appassionati potrebbero riconoscere un interessante valore eversivo alle sue posizioni impopolari o cogliere qualcosa di liberatorio nella scorrettezza politica delle sue invettive. Ciò non toglie che in linea di massima il suo compito è “farsi odiare”.
Insomma, l'heel è il villain del wrestling, con tutto quello che ne deriva, e naturalmente ha una nemesi positiva: il face, l'eroe, il buono. Leale, sportivo e di parola, costui può anteporre alla vittoria valori più importanti del successo personale (per esempio il fair play o l'amicizia) e spesso è proprio a causa di queste nobili inclinazioni che finisce nei guai. Il buono è la maschera con cui si suppone che il pubblico intenda identificarsi, perciò si comanda che egli debba sopportare grandi traversie se vuole portare a casa un meritato trionfo.
Tendenzialmente il face incassa più a lungo e più duro dell' heel, proprio perchè può - e deve – mostrare una sovrumana tolleranza del dolore fisico, battersi prima di tutto contro i propri limiti e superarli per ascendere alla vittoria (o alla successiva rivincita, quando è il caso di tirarla per le lunghe).
Un Eroe non vince facile: lui subisce, soffre e si riscatta. Lo fa anche grazie al sostegno del pubblico, che lo considera un paladino e un redentore; la fiducia della platea è il suo più grande potere, il deus ex machina delle sue battaglie, capace perfino di infondergli una temporanea invulnerabilità ai colpi dell'avversario. [1]
Generalizzando, si potrebbe asserire che la differenza tra un heel e un face standard sta proprio nel fatto che il buono non combatte solo per sé. L'antagonista cattivo invece - sociopatico come ogni villain che rispetti – si accompagna unicamente ai desideri egoistici, alle brame contorte, ai sodali opportunisti e ai propri errori. L'heel affronta il ring immerso nello sconcertante isolamento degli esclusi. Non c'è nessuna ingiustizia in questo: la colpa è sua. Il pubblico può perdonare solo fino a un certo punto.
III. Usa la mia gamba, Ram!
Ram esibisce tutti attributi canonici del lottatore positivo: aspetto massiccio ma rassicurante (chioma selvaggia e schiarita, abbronzatura californiana), emozionate tema di ingresso e uno spiccato atletismo. E' un face dell'età di Hulk Hogan e ha conosciuto lo stesso immane livello di popolarità e successo, solo che in maturità, invece di andare in onda su MTV come Ozzy, continua a esibirsi nell'orbita meno redditizia delle federazioni minori. Il canovaccio dei sui show però resta invariato a prescindere dall'esemplare mutazione degli avversari e dei contesti.
Nei tre incontri mostrati dal film si batte con un campionario di heels eccezionalmente esaustivo: il punk anarchico, lo psicotico “mansoniano” e il villain mediorientale, nemico storico di un feund lungo 20 anni.
Gli scontri – tutti - sono raccontati come contenitori tanto dell'elemento fittizio, inquadrato dalle convenzioni dello show ( accordi nel backstage; ripetitività della trama tripartita: cattivo prevale – pubblico prega – buono rimonta; salto come acme), quanto di quello veridico, definito dalla minuziosa documentazione del dolore fisico e dello sforzo atletico.
Nel passaggio da un match all'altro il rapporto tra verità e fiction non si altera (il wrestling è sempre il wrestling) ma quello tra la rappresentazione dei due elementi sì sovverte gradualmente, concentrandosi in modo via via più aspro su un corpo che il pubblico è esplicitamente indirizzato a leggere come luogo del martirio dagli sproloqui di Marisa Tomei (qui irragionevolmente bella, peste la colga) sulla Passione di Cristo.
Il primo incontro è oggetto di una narrazione tradizionale: il fuori scena, il ring e il dopo incontro sono rappresentati nell'esatto ordine cronologico e lo spazio da dedicare a ciascuno dei tre momenti è ripartito in modo equilibrato e convenzionale. Durante l'antefatto nel backstage, la solidarietà tra gli alteti è descritta più diffusamente degli accordi sulle evoluzioni da affrontare per divertire il pubblico.
La villaina dell'heel è ritratta come pura interpretazione, le sue provocazioni al face in ambasce (“ormai sei vecchio!”) sono declamate per essere udite oltre le corde.
Il sangue c'è, ma sgorga da una ferita piccola e autoinflitta: è quasi make-up.
Il salto è una ciliegia: la spettacolare mossa aerea, la zeta di zorro.
Negli spogliatoi, dopo il match, Ram incontra ancora con il suo avversario: i lottatori sono una famiglia.
Il secondo incontro è raccontato per flashback: l'occhio del cinema (fiction) è dunque un filtro più che mai evidente, eppure l'insistenza sull'elemento cruento induce chi guarda a percepire il momento come impennata realistica. Il backstage ha avuto il suo spazio, ma si è parlato soprattutto di che effetto faccia essere crocifissi con una spillatrice.
L'avversario di Ram stavolta è Necro Butcher (non già il buontempone pittato dei Mayhem, bensì questo lezioso damerino di un metro e novanta, pro wrestler assai caro alle federazioni ultraviolente). Rispetto al devoto figliuolo crestato che le ha prese poco prima, Necro Butcher sembra meno separato dal suo personaggio. Parla in modo stranamente ossequioso ed è inquietante.
Mentre i due se le danno di santa ragione, tirandosi addosso di tutto e sanguinando copiosamente, il martirio di Ram si dichiara per tale, complici il grand guignol gibsoniano e la topografia evangelica delle piaghe. L'orchestrazione delle metafore di questo segno è disarmantemente aperta: a un certo punto Ram stende Necro Butcher usando la protesi di un fan senza una gamba, una specie di ex voto hardcore che chiarisce la sua natura di campione e redentore - fallo per me, con una parte me, fallo al posto mio.
Il salto è un crollo, una caduta, una rovina.
Negli spogliatoi manca il calore solidale che abbiamo visto dopo il primo match. Quando Ram vomita e stramazza a terra è solo.
Il terzo incontro, finalmente, è l'immolazione suicida. Ci arriva tramite il precipizio di Ram nella coazione a ripetere, nella solitudine e nell'errore. Esemplare in questo senso è la sua notte brava: dimenticarsi della figlia per fottersi una groupie irrilevante è quello che questo personaggio ha sempre fatto nella sua vita di padre. Il suo desiderio di cambiare non si scontra con la cattiva volontà, ma con una banale predestinazione tragica. Ram non è un malvagio, ma trasforma in cacca tutto quello che tocca. A un certo punto non è più possibile perdonarlo.Prima del combattimento c'è stato un solo scambio, piuttosto freddo e sbrigativo, tra Ram e l'Ayatollah. Intuiamo che tra i vecchi leoni deve esserci una rivalità autentica, forse una certa antipatia. Di fatto, quando Marisa Tomei raggiunge Rourke prima dell'ingresso in uno stadio di serie A, il nostro eroe è solo.
Il match è documentato come un “vero” scontro.
Le provocazioni dell'heel sono sussurrate, sono proprio per Ram: al massimo può sentirle l'arbitro.
La sofferenza e il travaglio restano spettacolari e spettacolarizzati; non sono però pianificati, ma previsti come tappe obbligate di un'allegrissima necessità soteriologica: la macellazione catartica.
L'Ayatollah e l'Arbitro capiscono e vorrebbero aiutarlo ma è troppo tardi, perchè s'è fatta l'ora del salto. Che infatti è una sentimentale ascensione, assolutizzata dal citatissimo fermo immagine.
Qui si spezza il cuore dell'umano pietoso, e più dolentemente ancora si rompe quello del cinefilo pietoso - colui che naturalmente ha odiato The Fountain, che ha giudicato pretenzioso Pi greco - il teorema del delirio e che ora riflette, torvo, turbato, sulle identificazioni. Qui torna a galla l'effetto Johnny Handsome.
Quando Mickey Rourke, con questa faccia vecchia, gonfia, costernata, con il corpo enorme e sgraziato di un guerriero autentico, sanguina nei fili di spine e patisce vulnerazioni cristologiche e botte da orbi, allora il cinefilo pietoso sente di averlo sempre amato e di avere finalmente la possibilità e il diritto di scrivere un post in stile enfatico sul buon ladrone (nella vita, l' heel pentito) che ottimamente si promuove a Gesù Cristo (sul ring, il face che combatte per tutti noi). Gli sembra di essere sempre stato dalla sua parte, di non aver mai scritto salaci perfidie su Harley Davidson e Marlboro Man o caricato sul tubo qualche scena imbarazzante di Orchidea Selvaggia, di non aver mai fatto battute da stronzo sul fatto che gli è morto il cane. Ovviamente non è affatto così.
La gratitudine ispirata da chi per le nostre iniquità è stato trafitto è un sentimento struggente e sostanzialmente vigliacco. E' il sentimento di qualcuno che (con grande buon senso eh, per carità) ha lasciato combattere un altro al suo posto e che poi, dopo, mentre assiste alla sua atroce e necessaria immolazione, si sente proprio troppo colmo di nobile commozione per vergognarsi. Orbene: dopo la domiciliazione delle utenze e lo shopping su Internet, questa mi sembra davvero la cosa più comoda del mondo. Perciò dichiaro che The Wrestler, commuovendomi, ha fatto di me una persona peggiore, più pigra, più cattiva, con un post in stile enfatico all'attivo.
GORE GORE NOTES
[1] Ecco un esempio storico di rimonta sovrumana nel mitologico finale della sfida tra due ex alleati: l'integerrimo Hulk Hogan e Macho Man, che – ahi ahi ahi - non è stato gentiluomo per nulla.
La prima parte è qui.
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DOPO AVER VISTO THE WRESTLER Vol.I
(post intimista e strappalacrime)
Quando sento certi deliri da moige (il wrestling è diseducativo, i bambini non dovrebbero guardare il wrestling) penso sempre che io e mio fratello con il wrestling ci siamo cresciuti. La scena è molto ampia e diversificata, ma noi guardavamo il wrestling più noto, quello economicamente pasciuto della WWF, forse all'epoca l'unico raggiungibile per i telespettatori italiani. Lo adoravamo. Ci fidavamo enormemente di Dan Peterson e conoscevamo tutti i nomi dei lottatori, le caratteristiche dei personaggi, le amicizie e le inimicizie che si evolvevano drammaticamente nel corso dello show. Una volta abbiamo dipinto un Big Jim con gli uniposca per farlo somigliare ad Hulk Hogan, il super face biondo, abbronzato e patriottico che superava le corde sulle note di un tema stelle-e-strisce e si strappava la maglietta. Eravamo capaci di passare mezzo pomeriggio a disquisire sulla lingua di George “The Animal” Steele, personaggio eccellentemente strutturato intorno allo stereotipo della bestia irriducibile e ottusa. Tra le memorie della mia infanzia che più mi inteneriscono c'è appunto l'immagine di questo mostro irsuto (sulla schiena, per il resto era calvo) e tarchiato che, mentre un avversrio “minore” tituba al di sotto del ring, ammazza il tempo divorando l'imbottitura dell'angolo. E poi ricordo un dibattito estenuante su André the Giant e Ultimate Warrior: il primo era chiaramente un “gigante vero” mentre il secondo “faceva finta”, naturalmente senza speranze di darla a bere a tipi competenti come noi. In effetti la statura dei due atleti non era paragonabile, e non so davvero perché avessimo preso a confrontarli in questi termini. Forse avevamo sentito qualcosa da Dan Peterson a proposito delle condizioni di salute di André, all'epoca già vecchia guardia, ma resta interessante il fatto che individuassimo nel giovane e palestrato guerriero-sciamano la sua nemesi, che percepissimo la loro competizione come una rappresentazione dell'antitesi tra verità e contraffazione. Non parliamo neppure dei dubbi amletici sulla posizione morale di Undertaker: era un buono o un cattivo? Il becchino nerboruto non era ancora la star che poi è diventato ma, con la sua trashissima crasi di iconografia funebre e ipertrofia muscolare, portava nelle nostre giovani vite un oggetto di discussione filosoficamente ingombrante come la neutralità della morte.
Ovviamente imitavamo anche i lottatori, eppure non ci siamo mai azzoppati per due motivi davvero incredibili e contorti: primo, i nostri genitori si comportavano da genitori perciò ogni tanto guardavano con noi il wrestling, degnandosi financo di illustrarci la sottile differenza che intercorre tra le possibilità atletiche di un affermato professionista e quelle di una coppia di mocciosi petulanti; secondo, come diceva non ricordo chi: i bambini non sono stupidi, sono solo bassi.
Gli anni ottanta sembravano non passare mai, invece un giorno sono finiti. Già alle medie abbiamo smesso di dichiarare la nostra passione per il wrestling, per non sembrare piccoli. Alle superiori ci hanno spiegato che era una roba da ritardati, pensata apposta per indottrinare surrettiziamente i gonzi con ignobili preconcetti filoamericani. Volevano farci percorrere il sentiero di Giuda del principe Henry, volevano farci rinnegare il guerrafondaio Hulk Hogan: non ti conosco, vecchio.
E' così – deh! - che si viene privati dell'infanzia.
Oggi non seguo più il wrestling, un po' perchè non ho tanto tempo, un po' perchè quando ci provo non ci riesco. Non mi piacciono gli speaker, non conosco i lottatori e comunque mi sembrano sempre più standardizzati, “meno personaggi” di quelli che amavo da ragazzina. La verità è che probabilmente sono altrettanto fighi, solo che io ho perso confidenza con l'immaginario di riferimento. Sono una vecchia. Sono come Ram che vorrebbe giocare a Nintendo, atterrando l'Ayatollah in tempi in cui l'Iraq è il set ideale per Call of Duty IV.
Va bene anche così. Anzi, il fatto di essere ufficialmente vecchia mi dà il diritto di intervenire come interlocutore paritetico nel prestigioso dibattito tra cariatidi su cosa sia educativo per i bambini. Ebbene, io mi avvalgo del suddetto privilegio per affermare che il wrestling è estremamente educativo per i bambini.
Il wrestling è divertente, emozionante, ma anche e soprattutto stimolante. E' uno show complesso, sofisticato, che induce gli infanti a pensare e discutere. Mette in gioco sistemi di valori opposti, raffigura – pur evitando di imporre traumatici eccessi di realismo - un universo articolato senza rimuovere ottusamente certi argomenti (l'inimicizia, lo spazio della lotta, la violenza, la slealtà, i “cattivi”) con cui anche i piccoli hanno il diritto di venire in contatto e a proposito dei quali è sano e auspicabile che possano fare domande.
Se avessi scelto di avere dei figli, signora mia, mi sarei preoccupata di fargli guardare regolarmente il wrestling. Poi magari qualche assistente sociale psicotico avrebbe fatto irruzione nel mio soggiorno per sottrarmeli, rinchiuderli in una casa famiglia davanti alla melevesione e convincerli che il conflitto non è un loro problema, anche e soprattutto perché in realtà non esiste affatto. Però almeno ci avrei provato.
GORE GORE EXTRAS
Avere un blog è utile, perchè cercando link finisci per leggere su wikipedia roba che altrimenti avresti ignorato per sempre. Trenta minuti fa per esempio non sapevo affatto che anche André the Giant avesse picchiato l'eroico Chuck Wepner (vorrei scrivere qualcosa su di lui da un sacco di tempo, ma fin ora ho fatto solo un piccolo accenno in questo adorante post su Foreman).
Sempre sia lodato Youtube.com:
I LOVE DEAD. HATE LIVING. (vol. I)
Muhammad Ali possedeva l’allure eroica e la perfezione fisica del grande atleta, ma anche la bellezza irragionevole di un divo. Si muoveva in maniera particolarmente consona al suo carattere, con una grazia formidabile e irritante. Era inoltre intelligente, eloquente, ambizioso e magnetico. Una "farfalla" di un metro e novanta per centoepassa chili di statuario carisma. Sfoggiava sempre - il più delle volte a spese altrui - un umorismo efficace e arrogante nonché la speciale consapevolezza di essere "irresistibile" che si può ammirare in un buon numero di seduttori di massa. Questo eccezionale individuo mi ha sempre ispirato un'antipatia invincibile e viscerale, paurosamente incrementata dal meraviglioso documentario Quando eravamo Re.Le interviste recenti, al pari del suo buffo sito internet e delle avventure di venditore, mostrano un'amabilità serena che in qualche maniera sotterra il carisma silenzioso e vagamente spirituale di cui George Foreman era dotato a ventisei anni. Aveva un corpo gigantesco, saggio e regale come quello di un guerriero preistorico, un po' combattente e un po' santo. La sua presenza abnorme e laconica, lontanissima dal clamoroso fulgore dello sfidante, prometteva forza leggendaria e controllo assoluto. Nerissimo di pelle, aveva l'espressione enigmatica degli introversi e una fisionomia ieratica. Nota, ti prego, l'aggressività della fronte e la profondità dello sguardo, poi l'essenzialità della linea che scorre dalla serietà ascetica del naso alla giovinezza del labbro superiore: ecco una faccia misteriosa.
Tuttavia non vorrei che leggendo questa descrizione ti facessi l'idea astratta di un lottatore tetro. G. Foreman da giovane non era brillante come Ali, ma non aveva nemmeno nulla del picchiatore plumbeo e autodistruttivo tramandato in innumerevoli luoghi dalla mitologia da boxe. Per esempio era un gentiluomo nel senso più scontato del termine. Troppo riservato ma educatissimo, non scontroso. Non spartiva niente con il cliché del gigante stupido, né con alcun altro stereotipo associato al pugilato, salvo forse che per la storia di ragazzino salvato dal ring.
Nel 1974 pochissimi avrebbero scommesso sulla vittoria di Ali, più vecchio, più debole e reduce dalle severe lezioni di Norton e Frazer, entrambi già battuti da Foreman. Più che altro suppongo non ci si aspettasse che un incontro di boxe, almeno contro uno come Foreman, potesse essere vinto dalla tattica oltre il ring e, in finale, dalla personalità.
In Quando eravamo re si vede Foreman che pesta il suo sacco in maniera inumana e sistematica. Lo spettacolo (a cui Ali saggiamente si rifiutava di prestare attenzione) può essere sinteticamente descritto come concretizzazione del concetto di 'implacabilità'. Ho visto il documentario cinque volte, di cui tre di seguito, la scena del sacco di Foreman tra le quindici e le venti. Guardala anche tu, orsù: poi penserai che Rambo in finale è una pippa, e lo osserverai con condiscendenza ghignante mentre si rattoppa le braccia con quel che passa il convento.
Il divo Ali, istrione insuperabile e un politico nato, arrivò in Africa spalleggiato dal detestabile talento di Don King e dal fiero passato di obiettore che gli era costato la cintura al momento della sua cosiddetta "diserzione". Il suo show era già iniziato oltre oceano, con clamorose conferenze “alla Ali” in cui la sottile detrazione dell'avversario passava dal paragone con un mostro classico (uno dei miei preferiti: la Mummia) alla presunta insoddisfazione sessuale di sua moglie. Ma il cabaret americano di Muhammad Ali e la sua infallibile presa mesmerica sul suolo africano si coagularono in sonanti rivendicazioni politiche, mutandosi in un ingiudicabile intruglio di volgare populismo e sacrosanta deposizione di ogni pazienza. Ali dissertava di diritti civili, di fratellanza e dei miti bugiardi dell’integrazione con militante eloquenza, riconosceva come propria patria l'Africa e lo Zaire del sanguinario Mobutu, sfanculava l’America, nominava Dio. Era ispirato, era coraggioso, era bellissimo, parlava ai neri africani e americani e a tutti.
A questo punto si fa difficile distinguere il clown arrogante dall’eroe rivoluzionario. Come che sia, Muhammad Ali appare un uomo al centro del suo tempo, immerso nel momento storico che sembrava nato per abitare e modificare. Foreman no, lui stava per conto suo, confuso, a chiedersi perché gli altri neri lo odiassero.
Foreman non ci teneva a denigrare Ali a parole, in parte perché infilarsi in una schermaglia verbale con un tipo del genere è allettante come un tuffo nel water, in parte perchè non era nel suo carattere. Alle conferenze americane permetteva piuttosto al suo pastore tedesco fuori taglia, un giovane cane veramente sveglio, di abbaiare al microfono. Il pastore atterrò con lui a Kinshasa, ma agli zairesi non ispirava nessuna simpatia: ricordava invece i cani feroci dei belgi. Sebbene G. Foreman fosse "più nero" di M. Ali era stato dipinto dalla sua propaganda come il campione dei bianchi, e di fatto ora si presentava con un simulacro di sopraffazione colonialista al guinzaglio corto. A una nazione adirata che adorava i proclami separatisti di Ali, Foreman raccontava che "l'africa è la culla della civiltà" e che perciò lì "tutti si sentono a casa". Il suo ecumenismo naturalmente pacifista era completamente fuori dalla storia.
Se George Foreman si portava dietro sin dal 1968 la sprezzante etichetta di Zio Tom, Muhammad Ali era un eroe della comunità nera americana. Si impegnò per un mese a fabbricarsi irriducibili fan africani, mentre il campione del mondo accumulava frustrazione in silenzio.
Ali aveva già promosso spettacolari campagne contro i suoi avversarsi - lo faceva sempre, giacchè era, come s'è detto, uno showman. Più che delle invettive anti-Frazer merita la propaganda contro il “brutto orso cattivo”, Charles Liston, la cui sconfitta valse ad Ali il primo titolo mondiale. Quando si chiamava ancora Cassius Clay, dunque prima di entrare attivamente nella Nazione Islamica di Elijah Muhammad e di perdere il titolo pur di non combattere contro i vietcong che non lo avevano mai chiamato "nigger", il suo indiscusso fascino mieteva vittime anche a destra.
All'inizio degli anni '60 chiaramente era già bello, eloquente, spaccone, eccetera, veniva da una famiglia di Louisville (la città natale di T. Browning!) modesta ma onestissima e aveva perfino imparato la boxe dal poliziotto di quartiere. Costituiva una perfetta nemesi di "Sonny" Liston, il boxeur più odiato dal pubblico di tutti i tempi. Per fare un esempio: Tyson in confronto a Liston è il cocco della stampa, l'idolo delle famiglie, il genero dei sogni e il gentleman della porta accanto. Solo che Liston faceva più paura e menava più forte di M. Tyson.
Era completamente analfabeta e veniva da una storia di miseria, violenza, emarginazione e carcere. Vantava relazioni abbastanza ambigue da farlo passare alla storia come "pugile della mafia" e dimostrava - all'opposto di Alì - una conclamata incapacità di adottare stili comunicativi accattivanti: le sue dichiarazioni erano corte, ruvide, caustiche. Aveva vinto il titolo umiliando il Bravo Ragazzo per eccellenza nel 1962 (cioè appena era riuscito a mettergli le mani addosso, visto che l’elegante e colto Patterson era scappato dall'incontro per mesi) e non gli piacevano i Beatles. Fatalista, autodistruttivo, capace di segreta mitezza in certi contesti e incontrollabilmente violento in altri, principe azzurro di sua moglie e più di una volta accusato di tentata violenza da altre donne, anche Liston era un personaggio romantico e sarebbe stato benissimo in certe pagine del Lansdale della Sottile linea scura. Solo che ovviamente in qualità di antieroe controverso colpiva più il melanconico immaginario dei musicisti che quello del grande pubblico, notoriamente assetato di duelli western tra buoni e cattivi.Ali montò contro Liston la campagna del “Grosso Orso Brutto”. Pagava gente per travestirsi da orso, andava in giro con un pullman dipinto per ridicolizzarlo, gli rompeva i coglioni dalla mattina alla sera, pure sotto casa. Gli andò dietro anche in una sala da gioco e gli si fece incontro per prenderlo per il culo viso a viso. Mentre Liston perdeva ai dadi. "Stammi a sentire, frocio di un negro. – si spazientì l’orso brutto, che non era precisamente Lord Byron - Se non ti levi di torno entro dieci secondi, ti strappo quella lingua lunga dalla bocca e te la incollo al culo." Lo spavaldo Alì perse sagacia e se ne andò con la coda tra le gambe; Liston non so, forse si rimise a giocare.
Il primo incontro Cassius Clay vs Charles Liston fu un bel match ma consegnò il titolo al giovane bravo in fortissimo odore di combine, giacchè l’orso lamentava - oltre al gran butto taglio che Ali gli aveva aperto in faccia - un insopportabile dolore alla spalla (effettivamente slogata, anche se giustamente tutti si chiedono quanto se ne potesse fregare un pittbull che tirava avanti 10 riprese con la mascella rotta). La rivincita, con Ali dichiaratamente mussulmano, non più pagliaccio grazioso ma atleta pensante, fu quella del famigerato pugno fantasma dunque un’altra vittoria discussa e ancora ottimo spunto per le invettive di Mark Kram, autore di una velenosissima (mi dicono) antapodosis in cui tenta di demolire del mito del più-grande. Sicuramente al primo incontro Sonny Liston, arrivò irritato, nervoso, convinto di avere a che fare con un buffone che aveva decisamente preso sottogamba.
I fan africani di Muhammad Ali gli andavano dietro gridando a unisono il famoso slogan “Ali boma ye!” (ammazzalo). Lui si esaltava. Dopo l’interminabile sessione di rope-a-dope che lo aveva visto attaccato alle corde con masochistico eroismo, ad aspettare che Foreman si sfiancasse a forza di prenderlo a pugni e a provocarlo per bisbigli tutto il tempo, quell’urlo diventò la colonna sonora del suo trionfo. Però nel lungo mese che precedette gli incontri capitava pure a George Foreman che i ragazzini, persuasi di compiacerlo come accadeva con Ali, lo accerchiassero strillandogli “George Foreman boma ye!”.
“Non mi piace – diceva lui – Preferirei che mi dicessero << George Foreman ama l’africa, ama stare qui>>. Non <<George Foreman uccidilo>> . Non è bello.” Quando l’ho visto, sdraiato sotto un massaggio, che pronunciava queste parole con espressione rimuginante, triste, ho sentito una fitta di emozione. Il gigante taciturno non era al di fuori del suo momento per ignoranza, non per incapacità di decifrare. Più tardi, a sconfitta registrata, mi sono commossa. Me l’aspettavo che perdesse il mio eroe. Non perchè il documentario narra gesta arcinote: me l’aspettavo come succede davanti ad un bel classico, per esempio davanti a La Moglie di Frankenstein, quando si assiste impotenti al triste finale annunciato dall’irreversibile marcia della storia attraverso la manipolazione delle atmosfere e il sapiente processo dei topoi. La bellezza della sconfitta e quella dell’inguistizia su di me fanno parecchia presa, davanti a un film che adoro finisco quasi sempre a frignare con i singhiozzi, i lacrimoni e tutto.
Ali è famoso per mille motivi. Fra le altre cose, è passato alla storia come lo stratega versatile che ha ridimensionato la violenza nella boxe. Tuttavia egli era un avversario letteralmente spietato, mosso da un insaziabile sete di vittoria, un nemico definitivo sia sul ring che fuori. Non si è mai, mai, tenuto un bocca una parola crudele su un avversario, ne sa qualcosa Frazer. Era uno a cui in linea di massima piaceva vincere e pure stravincere.
La sconfitta del 1974 gettò Foreman in una depressione disperata, ci vollero anni prima di rivederlo in una nuova scalata al titolo e di trovarlo cambiato nell’uomo solare di oggi.
A distanza di anni, sembra che lui e Ali siano diventati amici. Dopo il match non era riuscito a rilasciare subito dichiarazioni sportive, insomma, ad ammettere onestamente che Ali aveva vinto in modo geniale e non c’erano cazzi. Alla notte degli Oscar però gli stava premurosamente al fianco e oggi si può leggere questo sul suo sito internet.
Questa è l’ultima ripresa del match Ali vs Wepner, cioè Il-Più-Grande contro Il Vero Rocky Balboa, The Bayonne Bleeder o, meno romanticamente, colui che le ha prese da tutti i titani del suo tempo.
Wepner, un gregario che non è mai stato in possesso di quanto necessario per abbattere Ali ma in compenso famoso per la sua caparbietà masochistica, incassa per l’intero, lunghissimo incontro. Non come aveva fatto Ali a Kinshasa, come alternativa tattica alle promesse danze. Le prende perché le prende e basta. Poi al nono round manda il più-grande al tappeto per un nanosecondo (lo ha fatto inciampare con un piede, visibilmente per sbaglio). Da quel momento il campione, rialzatosi, non fa altro che gonfiarlo senza pietà per il resto del duello con il fermo proposito di stenderlo per terra. L’eroico Wepster alla fine ha il naso rotto, sbanda, barcolla, non riesce più a tenere alte le braccia. E – chiaramente – sanguina come un maiale. Con un coraggio imbecille e commovente, con la protervia di un martire, vuole solo arrivare in piedi alla fine dell’incontro. Mentre wepster caracolla per cambiare corda agli sgoccioli dell’incontro, palesemente innocuo e stordito, Alì gli molla un ultimo, bruttissimo colpo in faccia. Non poteva proprio resistere, doveva farlo crollare sulle corde, doveva vederlo per terra alla quindicesima ripresa. Muhammad Ali è proprio l’avversario definitivo anche quando non c’è nemmeno competizione. Di sicuro è anche per questo che è un eroe, anche se non il mio. Foreman invece è un Signore.
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