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I VAMPIRI NON SONO PIU' HORROR
Tutti noi vorremmo fare cose che patti sociali, condizionamenti culturali e principi etici più o meno fondati ci inducono a considerare cattive. Giacché non siamo del tutto cattivi, o giacché siamo molto spaventati dalle conseguenze legali e/o sociali delle nostre azioni, va a finire che non le facciamo.Per molto tempo i vampiri hanno soddisfatto tutti quei desideri che i nostri scrupoli e le nostre paure ci impediscono di realizzare. Hanno rifiutato l'obbligo di classificazione (né morti né vivi, né umani né animali). Hanno peccato di ubris, sfidando gli dei e brindando con il sangue che è sacro solo a loro. Hanno divincolato il sesso dalla monotonia binaria della genitalità, e lo hanno praticato con soddisfazione e disinvoltura. Hanno orgogliosamente rifiutato di adeguarsi ai tempi che corrono, ora opponendosi alla democrazia dagli orgogliosi bastioni aristocratici, ora respingendo il conformismo dalla penombra eversiva dei margini. Hanno detto no al “meraviglioso” ciclo della vita, alla luce del sole e alle scintillanti fontane che alla gioventù piacciono tanto. Hanno dichiarato apertamente il proprio orrore per i simboli sacri, si sono trasformati in lupi e in pipistrelli. Hanno deflorato le vergini, corrotto i preti, ipnotizzato i viaggiatori, figliato in meno di nove mesi e senza partorire con dolore. Hanno approntato megalomani progetti di invasione silenziosa. Hanno sognato un potere radicale, ingiusto e inebriante. Hanno infranto ogni legge e calpestato ogni tabù. Un tempo ci piacevano per questo.
Dopo la seconda metà dello scorso secolo, le tendenze melanconiche che avevano già ingentilito in prototipi byroniani le sembianze dei vampiri folklorici si sono evolute, di generazione in generazione, fino a sovrapporsi allo strazio dell'uomo postmoderno, frammentato, disperso, incessantemente vessato dall'imbarazzo della libertà.
Le Cronache dei Vampiri di Anne Rice, hanno definitivamente riformato l'archetipo stabilendo la sua forma per gli anni ottanta e gli anni novanta: quella di un cacadubbi straordinariamente longevo e particolarmente sexy.
Nel 1992 è uscito il famosissimo Bram Stoker's Dracula. A dispetto del titolo e del tripudio di trasformazioni, questo film ha di fatto deposto un'eretica pietra tombale sui tratti mostruosi del vecchio vampiro, riducendo il potente stereotipo vittoriano di “tiranno orientale” a un principe azzurro cinefilo e incompreso, coi boccoli. Dracula - l'incubo del contrappasso colonialista, il principe freudiano, la figura della pestilenza, il condottiero poligamo che rivendicava l'impronta genetica di Attila - non viene per conquistare l'occidente, innescare epidemie di lussuria e minacciare l'ordine costituito, ma per fidanzarsi con la reincarnazione di una moglie medievale e abbozzare metafore sulla natura fantasmatica del cinema.
Il vampiro è ancora un affascinante contenitore di desideri repressi e dubbi repressivi, solo che adesso le due pulsioni convivono in lui come fanno in noi, né più né meno. Il succhiasangue degli anni novanta, almeno nel suo grado mainstream, è sempre meno polarizzato, sempre meno mostro e sempre più umano. Identificarsi con lui non implica più l'imbarazzante confronto con i propri lati oscuri, con le proprie tendenze prepotenti, antisociali o semplicemente sovversive. La sua natura difforme lo assimila a una minoranza incompresa o a un individuo tormentato dall'eccesso di consapevolezza prima che a un sinistro agente del caos.
Intorno all'inizio del secondo millennio pochi vampiri da incasso rimangono mostri, e di solito lo fanno all'interno di prodotti che, da Blade (1998) a Van Helsing (2004), sollecitano l'identificazione con il cacciatore, come accadeva nella prima serie di Buffy - The Vampire Slayer. In questi casi la stessa figura del vampire hunter si complica e si riabilita, staccandosi dal perbenismo lagnoso dei suoi predecessori per assumere i connotati antieroici cari al gusto di quegli anni.
Gli eroi vampirici in cui immedesimarsi, nel frattempo, si evolvono nei combattenti atletici di Underworld (2003), un franchise pesantemente influenzato da Vampire – The Masquerade, il popolare GdR della White Wolf in cui i giocatori impersonano vampiri. Selene, la dark lady in latex dalla mano pesante, è stata trasformata con l'inganno da un tirannico vampiro vecchio stile: alla fine del film lo decapiterà (più o meno) per difendere l'umano mutante di cui si è innamorata.
Twilight dichiara concluso questo processo di umanizzazione del mostro, presentandoci una famiglia di sedicenti “vampiri vegetariani”. In realtà Edward e soci non sono affatto vegetariani: consumano sangue animale e si astengono solo da quello di una specie precisa, esattamente come la maggior parte degli umani. Forse allora non sono più nemmeno vampiri. Sono solo Umani Morti. O Umani Non Viventi, se vogliamo dirla con più delicatezza.
La cosa veramente bizzarra è che anche questi vampiri rappresentano un sogno erotico. La loro carica sessuale è ancora indissolubilmente legata al concetto di repressione, anche se in senso opposto ai vecchi modelli. Se i Vampiri di una volta erano attraenti in quanto capaci di opporsi ai gravami repressivi, gli Umani Non Viventi piacciono per il motivo opposto: perché sanno reprimersi come nessun altro. Edward dimostra il suo amore per Bella nel momento in cui riesce a dominare l'istinto di mangiarsela. Edward è fico perché resiste alla tentazione, perché è capace di disciplinarsi e di attendere. Ai miei tempi, signora mia, un giovane maschio in salute che si comporta in questo modo aveva un nome e un cognome: Jonathan Harker.
La conseguenza, prevedibilissima e non necesseriamente negativa, è che la più influente e popolare incarnazione attuale del mito è definitivamente uscita dall'horror, anche da quell'horror poco integralista, quasi irriconoscibile e profondamente contaminato con altri generi di cui ho parlato citando Intervista col Vampiro, Bram Stoker's Dracula e Underworld.
Quello di Twilight non è il pubblico dei film di paura, punto e basta, e i due segmenti di mercato non hanno contatti. L'equazione questa volta è semplice: no mostro = no horror.
Gli amanti del genere hanno ancora voglia di vampiri, ma per averli devono disseppellire la loro carica problematica, la loro dimensione mostruosa. Per ora l'abbiamo riesumata negli spietati invasori di Trenta giorni di buio (lingua antichissima, sadismo predatorio, gigantesche bocche Lon Chaney strapiene di denti canini) e negli attacchi famelici di Eli, la piccola vampira transgender di Lasciami Entrare.
In futuro potremmo avere piacevoli sorprese da Grace, la neonata che nessuna ragazza con la testa sulle spalle vorrebbe allattare, ma forse la cosa migliore è tornare ancora più indietro. Ricominciare da prima che Lord Ruthven sdoganasse il merletto, la bella presenza e le buone maniere. Darsi al folklore dell'Europa dell'est, recuperando le sue rubizze incarnazioni delle paure rurali e dell'invidioso rancore dei morti.
COMING OUT OF THE COFFIN

True Blood, nel suo sofisticato vestitino Alan Ball + ambientazione palustre + sesso rozzo, altro non è che una soap vampiresca con proibitivi livelli di romanticismo adolescenziale parzialmente stemperati dall'ostentazione di un sottotesto politico vagamente didascalico e quasi puerile.
Una roba pazzescamente pop e perciò inenarrabilmente appetibile, finalmente sui nostri schermi.
Trama: in un futuro imprecisato ma assai prossimo, fa la sua comparsa sul mercato il sangue sintetico Tru Blood, in grado di soddisfare alla perfezione i fabbisogni nutrizionali dei vampiri. Non dovendo più servirsi degli umani per mangiare, i figli della notte fanno coming out, dichiarando pubblicamente la propria natura e tentando la via dell'integrazione. Gli estremi del dibattito sui diritti civili dei vampiri incidono drasticamente gli umori sociali e la vita politica. Negli USA, alle istanze vampiriche, sostenute dall'associazionismo e in qualche modo accolte da parte progressista, si oppone il fronte conservatore di ispirazione religiosa.
Bon Temps, cittadina immaginaria della Louisiana, è teatro della microstoria incastonata in questo sfondo. Riusciranno Sookie - la cameriera telepatica - e Bill - il vampiro taumaturgo - ad amarsi in santa pace a dispetto dei pregiudizi e del fatto che la loro affrettata quanto inesplicabile passione li qualifica senza scampo come una coppia di storditi scemotti? La corte provinciale di Bon Temps incolperà la nuova controversa minoranza dell'orrendo delitto che ha recentemente sconvolto il suo placido metabolismo? Come interagiranno con le novità l'afroamericana leale ma incazzosa, il fratello scapestrato, lo sceriffo con gli occhiali a goccia, l'ironico chef gay, la nonna svampita ma poetica, gli spacciatori white trash e tutti gli altri bidimensionali personaggi minori? E soprattutto il bellissimo cane con il muso a punta - che chiunque abbia superato i sei anni è in grado di identificare già dalla prima inquadratura come guardiano soprannaturale della cameriera telepatica – verrà sventrato dai vampiri truzzi, obbligandomi a soffiarmi il naso con la carta igienica se continuo a scordarmi di comprare i kleenex?
Queste e altre torturanti domande mi toglieranno il sonno fino alle 23 di lunedì prossimo, quando potrò concedermi la terza appagante serata di teledipendenza e rutto libero.
Su True Blood Italia ho letto questa intervista, che mette il dito in una piaga ancora aperta citando la soppressione della serie Carnivàle. Non so ancora se un'eventuale mancata sopravvivenza di True Blood alla seconda stagione sarebbe veramente comparabile a una simile inestimabile perdita, ma così su due piedi l'ipotesi mi fa già girare i coglioni, per cinque ragionevolissimi motivi che vado prontamente ad elencare.
1. L'effetto “Bovaro a Versailles”
True Blood è una serie esteticamente raffinata. E' noto che lo spettatore medio italiano, annichilito da Elisa di Rivombrosa e dalla sua pestilenziale discendenza, al cospetto di un prodotto per la TV visivamente impeccabile precipita sempre in uno stato soggezione e meraviglia.
Non importa se hai già visto Six Feet Under, Lost, I Soprano, e tutto il resto. Ogni volta allibisci (“oooh, loro possono permettersi uno sceneggiatore, un direttore della fotografia e anche un regista!”) e ti lasci assalire da un miscuglio di ammirazione intontita e mortificanti complessi di inferiorità. Per descrivere questo tipo di turbamento una signora di mia conoscenza ha coniato l'espressione “sentirsi come un bovaro a Versailles”, che mi pare assai appropriata.
2. True Blood non sembra - per ora e corna facendo - particolarmente buonista.
Non ha tanto i tratti della metafora quanto quelli della satira. Non della specie più caustica ovviamente, ma la ferocia a tutti i costi non è sempre un pregio (mi piacerebbe se qualcuno lo spiegasse a Trey Parker, che bravo ma basta).
3. True Blood accosta le logiche della soap opera ai temi dei film di paura, ibridando due forme di intrattenimento altamente compatibili.
Ne avevo già parlato qui, con particolare riferimento alle wasp-novelas per adolescenti Beverly Hills e The O.C.. Riassumo per i nuovi copiosissimi lettori: la soap opera (o comunque la serie di impostazione corale, caratterizzata da ardimentosi intrecci tra protagonisti fissi e scarsa autosufficienza delle singole puntate) va spesso incontro, tramite spietata escavazione nei segreti di un piccolo gruppo di individui costretti all'orribile intimità della convivenza (stessa famiglia, stesso quartiere, stessa cittadina e così via), allo svelamento di uno strato profondo di malessere e marciume. Procedendo per l'alternanza dei processi di mistificazione e demistificazione, la struttura da soap si rivela straordinariamente accogliente per i temi della crudeltà, del tabù, dell'abnormità e dell'inganno. Potrebbe ospitare come si deve anche quelli della mostruosità e dell'orrore, che stanno giusto un passetto più in là.
Per un esempio di tentativo (non del tutto riuscito) in questo senso si potrebbe guardare alla vecchia serie American Gothic, prodotta da Sam Raimi e recentemente riapparsa su Sky.
4. La vecchia faccenda del sesso
La pretestuosa love story tra due tizi carucci potrebbe sembrare un cardine debole e vieto, ulteriormente banalizzato dal fatto che lui è il classico vampiro tormentato del filone revisionista e lei la classica vergine della tradizione letteraria. Invece è una scelta molto efficace, se si tiene conto del fatto che il tema centrale, almeno per il momento, è costituito dalle dinamiche dell'integrazione.
Non per fare l'antropologa de noantri, ma ci sarà bene un motivo se in tutte le storie di relazione tra gruppi egemoni e soggetti marginali la questione del contatto sessuale, momento contaminante per eccellenza, finisce sempre per proporsi come problema prioritario, anche a prescindere dagli oggettivi livelli di incidenza. Volendo restare più in tema, si può pensare alla corposa tradizione critica che riconosce il vampiro come sunto iperbolico di tutte le minacciose qualità predatorie viste nel mito negativo del maschio “straniero”. Insomma, la tresca tra Sookie la cameriera telepatica e Bill il vampiro taumaturgo ci sta tutta.
5. Gli incisivi di Anna Paquin
Sookie la cameriera telepatica è un personaggio stordito, ma così stordito che non lo capisco. Non ne arguisco la personalità e non ne comprendo le azioni. In base a una simile interpretazione mi è del tutto impossibile fare affermazioni sentenziose del tipo “Anna Paquin sa recitare” oppure “Anna Paquin non sa recitare”. Non saprei proprio dire se è brava o meno, però ha gli incisivi distanziati. Gli incisivi distanziati fanno subito simpatia.
GORE GORE LINKS
Coming out of the coffin è un'espressione - evidentemente mutuata dal contesto LGBTQ – che si usa da anni nelle comunità americane di Real Vampires, cioè di persone che avvertono istinti o bisogni “vampirici” e praticano uno stile di vita in linea con queste istanze. Già negli anni novanta Introvigne documentava in italiano, molto seriamente ma se ricordo bene anche un po' moralisticamente, il fenomeno nel suo ponderoso La stirpe di Dracula, segnalando l'esistenza di questo modo di dire insieme alla massiccia presenza dei vampiri reali sul web. Riflessioni e consigli sul difficile momento del coming out si possono trovare in questa sezione del pionieristico sito di supporto per vampiri Sanguinarius.org.
Scopri che gusto di Tru Blood fa per te con il test su Truebeverage.com!
Io, modestamente, ho le stesse preferenze di Oscar Wilde (solo in fatto di sangue e di Robert Ross però. Una roba anche solo lontanamente simile a Bosie non la toccherei nemmeno con la canna da pesca).
LASCIAMI ENTRARE
A dodici anni ero carne da bullismo: ridicola, disadattata, paralizzata in una personalità rancorosa e integralmente derivata dall'oggettiva mancanza di bellezza fisica che per un paio d'anni ha semplicemente costituito la mia identità sociale. Ero romantica anche allora: giaceva dentro di me una seduttrice ironica, crudelmente imprigionata dal guscio adiposo e sgraziato di un corpo informe. Il lardo si è sciolto intorno ai quindici anni, colando via con gli eccessi di sebo, tendenze tragiche e bigiotteria ripugnante. Sotto – banalmente - c'era un'enorme e ingestibile potere sessuale del quale si pretendeva perfino che non abusassi. Prevedibilmente, ho incominciato ad amare il cinema dei mostri. Quello dei vampiri in particolare.C'era tutto. Spleen e crudeltà, sinistre irruzioni del caos, esclusione e unicità di specie, incontrollabili metamorfosi della carne, dislocazione polimorfa del sesso genitale, maledettismo, conflitto tra ordine e disordine, equilibri sadomasochistici, crinali impervi tra mostruosità e bellezza, depressione, irriducibile antitesi tra individuo e massa, possibilità omoerotiche, narcisismo, amore come assimilazione cannibalica dell'altro, pestilenze e altre spaventose figure del modo psicotico in cui l'ineluttabile e l'incontrollato usano riprodursi, rivolte miltoniane e fallimenti prometeici, abitudini alimentari devianti, invasione e transegender, crisi, l'indistinto miraggio della morte. E soprattutto c'era l'ambigua e imprescindibile necessità che il male ha del consenso (dell'invito): senza una pattuizione mefistofelica, più o meno “informata” ma in ogni caso esplicita, il vampiro non può nuocere né la vittima può subire.
Queste ed altre fascinosissime cose, tradizionalmente pertinenti all'archetipo vampirico, in Lasciami Entrare si disseppelliscono. Abbandonano il sottosuolo della metafora e della psicanalisi de noantri per diventare la storia, in uno scenario nordico urbano e prosaico bene attento a scartare l'estetica emo.
Il film è ambientato negli anni ottanta. Cioè al tempo in cui Tomas Alfredson, che è nato nel 1965, era un adolescente.
MAGNIFICENT CARCASS Vol. II
Elvira sta a Vampira come Lily Munster sta a Morticia Addams
Non mi riferisco alla primogenitura della signora Addams (si tratterebbe comunque di quella cartacea, perchè almeno in tv le due dinastie sono praticamente coetanee), ma allo scarto socioeconomico che ha distinto i Munsters dagli Addams sin dall'epoca del loro contemporaneo debutto, conferendo alla competizione diretta tra le due serie sui teleschermi degli anni 60 un divertente retrogusto di lotta di classe tra sitcom sulle famiglie deformi.
Come tutti sanno, tra le due dark ladies, quella aristocratica è Morticia Addams. Assistita da una servitù grottesca quanto devota, dispone di tutto il tempo libero di una signora bene e può coltivare in santa pace la versione macabra dei tipici hobby muliebri altoborghesi: si dedica ad attività caritatevoli, decapita rose nel suo jardin d'hiver, vezzeggia esotici pet carnivori, asseconda ostentate inclinazioni artistiche oppure si limita a sorvegliare la prole e a disporre il culto delle tradizioni familiari dal suo altero trono di vimini. Anche quando la troviamo assorta in occupazioni più umili, come sferruzzare maglioni per creaturine tentacolute o mescolare pranzetti venefici e aperitivi ribollenti, ha l'aria di espletare questi doveri domestici quasi per diletto, in quanto amorevoli pegni d'accudimento o semplici, superflue riprove di una consapevole perfezione da Stepford Wife gotica.
Le preoccupazioni di Lily Munster - che includono un Grampa vampiro piuttosto rincoglionito e una primogenita combinata come Doris Day - sono decisamente più vicine a quelle di Marge Simpson (personaggio che peraltro condivide con quello della De Carlo anche la tendenza a citare l'acconciatura di Elsa Lancaster).
Del resto, Morticia ha impalmato (soffiandolo alla sorella bionda) un facoltoso poliglotta in giacca e cravatta, carico di azioni redditizie e squisite parafilie: uno che va a lavorare quando si ricorda, per surrogare gli abituali passatempi infantili con il piacere bislacco e cervellotico - e perciò eminentemente aristocratico - di perdere in tribunale. La signora Munster invece ha scelto uno schietto e massiccio uomo del popolo, un ridanciano e ingenuo gigante karloffiano che a dirla tutta, a dispetto della possanza fisica, non può nemmeno vantare speciale virilità.
Ammettiamolo: Morticia Addams, uno come Hermann, non lo avrebbe preso in considerazione nemmeno come aspirante maggiordomo, visto che l'unico pseudofrankenstein che si tiene in casa porta il papillon e ha dimestichezza con gli strumenti da musica barocchi.
Elvira non è una signora tradizionale, non è una moglie-e-madre e nemmeno una fidanzata. Se ci figurassimo l'immaginario sul femminile come un fornitissimo e luccicante ipermercato di stereotipi, lei si troverebbe sicuramente nel reparto “femmine ingovernabili, ipertofiche e selvagge con approccio maschile al sesso”. Tuttavia, come Lily e a differenza di Vampira e Morticia, Elivira è immediatamente collocabile all'interno della working class.
Nel mio vecchio panergirico della Divina Nurmi avevo già ricordato l'importante ruolo svolto dai suoi sogni infantili di isolamento protettivo e ricchezza materiale nella genesi della prima horror host del mondo. Il divismo ostentato di Vampira evoca infatti il paradiso platinato delle star silenti, il sontuoso stile di vita dei reali di Hollywood e, con quelli, un benessere tanto favoloso da svanire occultato dalla sua stessa irragionevole enormità. Si tratta del genere di lusso che, relegando le faccende di denaro allo spazio angusto e trascurabile dello scontato, separa definitivamente il Divo dalle cure dei comuni mortali e apre la via a un'eccentricità radicale e conturbante, sì, ma anche conchiusa in spazi remoti, empirei e dunque non direttamente minacciosi. Le star sono dispensate d'ufficio dal dovere dell'integrazione, di fatto imposto come prima preoccupazione ai “soggetti strambi” costretti a campare nella complessità terrestre e a scendere a patti con convinzioni e convenzioni dell'umano medio [1] .
Elvira ha assunto il modello Nurmi con una letteralità imbarazzante, tanto che perfino il suono del suo nome lo ricalca. E su questo, qualunque cosa se ne sia detto a suo tempo in tribunale, non ci piove. La parte significativa di un'elaborazione per altri versi affatto priva di novità sensibili consiste precisamente nell'aver esportato il prototipo dal limbo divistico in cui giacciono le incarnazioni a quello pragmatico in cui si muovono gli individui.
Vampira ha addensato in un unico formidabile corpo - impossibile addizione di spigoli e curve - le ossessioni di sesso e morte di un' America pronta a ricevere i turbamenti più oscuri e a elaborare i desideri più forsennati. E malgrado questo - e per questo - l'ha fatto in quell'irreversibile isolamento che contraddistingue i freaks ma anche e soprattutto le star.
Le sue apparizioni pubbliche, sui bolidi ballardiani di J. Dean o per le strade di Los Angeles al riparo di un lugubre parasole, non potevano essere percepite che come epifanie surreali. Il carro funebre di Maila Nurmi, nel traffico meridiano del Sunset Boulevard, doveva fare lo stesso effetto della prima promenade di Dracula/Lugosi sul suolo londinese: quello di un'incarnazione soprannaturale che discende nelle strade dei viventi senza partecipare della loro natura, senza possibilità di mimesi efficace. Maila, magnifica carcassa e compianta musa, era una straniera in terra straniera come il voivoda di Bram Stoker [2].
L'eccentiricità da diva di Vampira, in Elvira, si compromette con un tessuto sociale, diventa quella di una metallara cotonata, di una sboccata e procace bomba el sesso sottoculturale. Diventa l'eccentricità socialmente collocata di un altro genere di freak.
Prima di Edward Mani di Forbice, anche se in assenza delle incantevoli stilizzazioni pop di Tim Burton, nella provincia ipocrita color pastello era sbarcata Elvira, per riscuotere un misterioso lascito stregonesco. Succedeva in un filmaccio chiamato Elvira – Mistress of the Dark, che potrebbe essere descritto come un'innocua ibridazione tra fantasy per famiglie e commedia disimpegnata strettamente cucita sulle curve di Cassandra Peterson, proprio come il suo sudario-bra. A dispetto di questa premessa poco incoraggiante il film conteneva immagini interessanti, direttamente responsabili delle sue sorti americane di cult trash: l'eredità immaginata come chiassosa vincita a un telequiz contro l'estetica del lutto per bene, il gergo dei concerti accanto alle siepi ordinate, il sogno kitsch dell'hotel Flamingo sopra la soporifera routine del buon gusto. Elvira, con il suo trucco punk rivisitato e corretto da un costumista di Las Vegas e con la sua parlata beffardamente clonata dagli sconclusionati “I mean” delle valley girls (praticamente le “bionde dentro” americane, ma con più soldi), forniva la traduzione potabile e camp di uno stile di vita antagonistico, antipuritano e orgogliosamente sociopatico, si faceva portatrice di un'estetica per giovinastri lugubri, ancorchè addomesticata da un insolito livello di autoironia e da una quantità di lacca che ridicolizza il contributo di Robert Smith al buco nell'ozono.
Interrogata su Vampira, Maila Nurmi spiegava di non aver prodotto l'immagine di una donna ma quella di un'entità; Cassandra Peterson vede in Elvira una proiezione di se stessa teenager, una mocciosa sboccata che esprime ad alta voce quanto la gente dabbene censura e tace. La Nurmi affabulava aneddoti sulla seduzione di Orson Wells, la Peterson rievoca le profezie estorte ad Elvis Presley sulla via di Damasco [3]. E questo, nella sua parabolica semplicità di rivelazione, è quanto.
Come adoratrice acritica, devota vestale e umile serva della Divina Maila Nurmi, so bene che dovrei odiare Elvira, su vampirasattic.com tuttora citata come quella “prominent mistress of the dark who shall remain nameless”.
Sulle sue colleghe – per esempio sull'adorabile Crematia Mortem del Creature Feature di Kansas City – so poco o niente, dunque mi è difficile formulare un'opinione particolarmente sensata sul contesto. Credo tuttavia di poter ipotizzare che le ragioni per cui Elvira è emersa dalle loro schiere come tenebrosa signora del merchandising kitsch abbiano a che fare con la roba di cui blateravo sopra. Per via di quella roba, in ogni caso, mi vedo costretta a confessare un'imbarazzata ma indiscutibile approvazione per il personaggio della Peterson.
Come imitatrice di Vampira – categoria che potrebbe del resto includere tutti gli horror host mai vissuti – Elvira è al contempo platealmente derivativa e assurdamente originale. Non perchè ha aggiunto un coltellino al costume, né perché ha ricalcato l'abitudine – risalente ai fasti della superstar Zacherley - di interrompere i film per snocciolare battutacce. Il fatto è che ha saputo saccheggiare il rigoglioso/putrescente prototipo di un'icona pop in un modo sensato, bizzarro, a suo modo rilevante.
Che ne sarà, ora che il secolo XXI s'avanza, di Elvàira?
Un anno fa ha condotto – insieme ai suoi impersonators storici, Christian Greenia, aka Cassandra Fever, e Patterson Lundquist - un reality show per selezionare un terzo clone ufficiale.
Io, pur possedendo indiscutibilmente (e da almeno 71 anni, nevvero) le physique du rôle, non ho potuto partecipare al casting giacchè avevo da pisciare il cane, ma alle “odd-itions” si è presentata una valanga di altre aspiranti Elvire, più o meno convincenti. Superata una prima selezione, le concorrenti erano chiamate a provarsi in varie sfide degne di una mistress of the dark comme il faut (chessò, replicare gli sketches dell'originale piuttosto che prestarsi a una cena a lume di candela con un pavido nerd) e in base all'esito venivano promosse alle successive fatiche con un affettuoso “welcome to my nightmare!” oppure disintegrate dai trashissimi effettacci del pollice verso.
Ha vinto tale April Wahlin, detentrice del titolo e del relativo contratto sino allo scorso ottobre: una fanciulla tanto simpatica quanto oggettivamente poco minacciosa per l'icona di cui avrebbe dovuto farsi erede.
The Next Elvira è indubbiamente giovine e graziosa, ma qualcosa mi dice che fra le molte (moltissime, troppe) tette pro veg che potete trovare sul canale youtube PETA, quelle della sua musa resteranno più cliccate anche nel prossimo decennio. Prominenti e pallidi antidoti alla “dieta per vermi” e al moralismo ascetico che corrompe l'80% della propaganda antispecista.
GORE GORE NOTES
[1] I Munsters, transilvani, sono comunemente letti come figura della tipica famiglia migrante, determinata ad inserirsi a dispetto dei malintesi culturali che tendono a frustrare i loro sforzi di integrazione.
[2] Le celebri parole di Dracula trovano una curiosa e ben più romantica eco in quelle concesse da Vampira a Enterteinment Weekly in risposta all'immancabile quesito su James Dean: “He was the first and the last human being I've ever known with whom I'd felt we were of the same species. Everybody else to me is a stranger.''
Naturalmente il tiranno di Stoker – un tipo ben diverso dalle sue sentimentali riproduzioni cinematografiche - le pronunciava in un contesto mooolto meno melanconico.
[3] Al consiglio del Re, ferunt, dobbiamo la migrazione della giovanissima Peterson dalla galassia dei casinò alla costellazione della KCAL-TV. Elvira, in questa intervista di un paio di anni fa, conferma la chiacchierata.
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MAGNIFICENT CARCASS (vol. I)
in order to impress people, because people love evil [...]
in order to distance the bad guys
and in order to have the respect of the devil.
L’adorabile nome del post non si deve alla mirabolante verve da titolista che da diversi lustri sono velleitariamente persuasa di possedere. E’ una citazione dell’esclamazione che Orson Wells si lasciò scappare tanti anni fa, comprensibilmente folgorato dalla visione della Nurmi in una delle sue pose più tipiche. La sorprese infatti – come lei stessa ama narrare - poco vestita e morbidamente stravaccata in un salottino e fu così trafitto dall’ineffabile miscuglio di indifferenza satolla, naturale imperio e molle condiscendenza che solo le Vamp purosangue possono produrre con la mera esibizione del proprio ozio. Il presunto ossimoro “magnifica carcassa” mette impeccabilmente a fuoco ciò che, come è già stato osservato forse da David Skal (santo subito) e in ogni caso non da me, costituisce il profondo epicentro del successo di icona di Vampira: il gentile connubio di eros e thanatos sintetizzato dalla sua figura attraverso una mostruosa - e quindi meravigliosa - crasi di iperboliche curve ‘50 e anoressia ossuta.
Non che si tratti del binomio più originale del mondo. Il personaggio della Nurmi in effetti è tutto fuorché originale, è un mostro di frankenstein del vampismo (nuovo imperdibile neologismo avengeriano: urrà). La sua bellezza è dello stesso segno impuro che si riconosce in certi cult, sta nella capacità di raccogliere, assimilare e tradurre in un prodotto definitivo un’infinità di immagini, allusioni e insinuazioni. Quello di Vampira è un corpo enormemente contaminato e splendidamente citazionista, di una referenzialità invereconda. E’ per questo, secondo me, che da mezzo secolo a questa parte resta tanto spesso assiso, anzi svaccato, al vertice del pantheon feticista di tanti tossici del weird.
Amare Vampira è un po’ come amare in una volta sola tutte le donne fatali della prima metà del novecento, ibridate con l’ungulato e rachitico conte Orlok di Murnau e filtrate attraverso il pop demenziale e iperbolico della cultura horror così come fioriva negli anni rigogliosi degli EC comics.
La produzione di Vampira parte da una maschera, narra la leggenda, dal travestimento da Morticia Addams approntato per prendere parte al famoso Bal Caraibe ove la Nurmi fu cenerentolescamente "scoperta" dal talent scout di turno. Poi su questa bozza ancora informe la magnifica carcassa installa con un miracolo degno del Dr. Moreau una serie stupefacentemente lunga di dettagli derivati da altre meduse archetipiche. Prime vittime del saccheggio la funerea Theda Bara e la sarcastica femme fatale di Milton Caniff (a sua volta ispirata a una silent star d’annata): non a caso due signore i cui nomi/soprannomi – rispettivamente Vamp e Dragon Lady – si sono fatti nel tempo sinonimo di ammaliatrice perniciosa. Quindi c’è Grimhilde, la regina cattiva e proteiforme (perciò vampiresca) di Biancaneve e i sette nani della Disney (uno dei miei film preferiti, ovviamente) con le sue sopracciglia crudeli e un abito che è superba somma di frigida austerità e sfarzo luttuoso [1]. Al momento di scegliere il guardaroba per la sua horror host, Maila Nurmi opta però per qualcosa di decisamente meno pudico includendo nella lista dei modelli le pinup sadomaso di Bizarre. Memore dei loro lucidi corsetti, the glamour ghoul ricorre ai rimedi della nonna pur d’infilarsi in un busto strettissimo e la sua vita si assottiglia docilmente sino all'inconcepibile record di 43 centimetri: una corazza angusta e dolorosamente opprimente, un costume di scena degno dei martiri di L. Chaney. Come dicevo prima, nel frullato finale c’è anche qualche reminescenza del cosiddetto Max Schreck. Nessuna delle succitate dee possiede infatti gli spropositati artigli di Vampira, preparati in casa dalla Nurmi in persona [2]. Ebbene, questo ponderoso e roboante apparato estetico si insedia su una costituzione minuta, su un volto affilato ed elegante vicino per fattezze a quello di L. Bacall, dando luogo a una versione nera, ipersessuata e aguzza del già classico modello Borland (così il cerchio si chiude tornando a Morticia attraverso la probabile musa di Addams).
Favoloso, lo so, ma non è tutto. Vampira sonnecchia per qualche tempo in questo magmatico distillato di vamp, sin quando l’immaginazione della Nurmi non subisce un fatidico trauma Desmond.
La diva di Sunset Boulevard è la declinazione lugubre e fatiscente della vamp di celluloide assoluta. La summa delle sue doppie attitudini di vittimismo e tirannide, inarrivabile classe e kitsch intrinseco, ma soprattutto del suo destino bifido di caducità ed eternità, di decadenza e persistenza. Dentro di me, perciò, l’ho sempre associata – forse attraverso la Bara o la Swanson stessa - a Vampira. Non sapevo però che facesse parte della sua magnifica collezione di muse dirette. Invece è così.
Cercando news su Vampira - The Movie (di cui sento parlare – con non poca trepidazione - da una vita ma che ad oggi non sembra reperibile in dvd), ho trovato su YouTube questa splendida intervista in cui la Nurmi (ancora bellissima) presenta Viale del Tramonto come ingrediente definitivo della ricetta Vampira.
Come tutti sanno, negli anni’80 Cassandra Peterson aka Elvira fu accusata dalla Nurmi di averle rubato l’idea, sottratto l’icona, trafugato la Vampira. Il che era sostanzialmente vero, anche se con qualche distinzione su mi riservo di blaterare pedantemente in un futuro post integralmente dedicato ai mitologici Elvira Mistress of the Dark & Elvira’s Haunted Hills e dunque alla loro pettoruta superstar. Per ora mi limito a un accenno. Qui e lì on line leggo che la Nurmi avrebbe vinto la causa vs Elvira, ma le mie fonti riportano ahilei una ben diversa versione, qui confermata.
Non sono stata a leggere tutto, sono pigra, però trovo che i più vistosi dettagli per cui i personaggi divergono, facendosi così “molto simili ma non identici”, siano appunto il modo di parlare e la gestualità. Conosco Vampira soprattutto attraverso le pose in cui è stata immortalata, avendo potuto vedere pochissimo con lei in azione (qui un magro esempio, concesso da Vampira's Attic) eppure mi sembra che la sua maniera di muoversi (basta guardare come l'ottuagenaria Vamp fa la Swanson nell'intervista) sia fortemente ispirata a N. Desmond, e attraverso di lei alla teatralità assoluta, alle mani rapaci e ai menti sollevati delle morenti star del muto hollywoodiano. Se Elvira è fondamentalmente adeguata, anche come declinazione horror, al sex symbol standard anni ottanta, rispetto ai tempi del suo debutto (1954, a meno di un quinquennio dal Viale del Tramonto) Vampira appare per contro una creatura modernissima e assieme anacronistica, stracolma di emancipato sarcasmo e di glamour datato. Come Norma Desmond è una sopravvivenza di dark lady totale, da palcoscenico, intrinsecamente vampirica e già teoricamente ammuffita. Manca però del lato drammatico della padrona di Max, giacchè la glamour ghoul esiste solo in un limbo ragnateloso, sfacciatamente artificiale e ben difeso dall’ironia petrosa delle proprie mura che la preserva dalle tristezze dell'abbandono e dalle sfortune del tempo rendendola di fatto inattaccabile. Come dice la Nurmi, Vampira è un' "entità" e non una donna, prodotta con fini commerciali ma sulla base privata di una fantasticheria infantile, caricata di un valore quasi catartico rispetto al passato povero, magro, male abbigliato da cui la giovane Maila non si era ancora redenta negli anni in cui bazzicava lo Schwab's come lo spiantato J. Gillis. Una nemesi, insomma, dell'umanità insicura e cronicamente dilettante che la sua creatrice ricordava e riconosceva ancora in se stessa. E una N. Desmond che non sarà mai costretta a lasciare il fascio luminoso del riflettore sul set di De Mille: cioè la dimensione altra e parallela in cui in cui restare per sempre "imperiosa, invulnerabile, bella all'estremo".[1] Norma Desmond, specie se ci si concentra sui tratti essenziali di faccia e espressione come ha fatto l'autore di questa locandina, somiglia in effetti moltissimo alla regina Grimhilde, ed è come lei ossessionata dai bisbigli di uno specchio malignamente incapace di proferire menzogne zuccherine.
[2] Non mi sembra di aver mai letto nulla di attendibile su una diretta ispirazione al mostro espressionista, e per la verità è perfino accertato che prima di essere ingaggiata alla KABC la nostra eroina non si fosse mai particolarmente interessata alle storie di vampiri o ai film a tema. Tuttavia, ammesso che Maila Nurmi abbia potuto godere delle perturbanti e scheletriche sembianze del conte Orlok, stento a credere che non ne sia rimasta colpita. Qui c’è Orlok.
[3] Ecco una biografia in italiano, stringata ma secondo me ben fatta, della Nurmi. Notare l'allusione dell'autore ai toni sarcastici con cui la stampa, avvelenata dalla faccenda di J.Dean, si riferiva a Vampira negli anni del suo terribile declino. Preme anche a me ricordare quanta cattiveria, quanta bassezza e quanta slealtà questa bellissima signora abbia dovuto subire, perfino nel triste contesto di una violenta aggressione di cui fu vittima e che venne riferita in toni divertiti dalla coeva cartaccia. Come molte donne sia intelligenti che arrapanti, intrinsecamente pericolose e ostinatamente orgogliose, Vampira era circondata da una specie di sottaciuto rancore sessista che emerse piena di livore nel più buio momento della sua caduta.
La gente, oltre ad amare il male, ama scagliarsi contro chi è stato invulnerabile e ama oltremodo vendicarsi della propria repressione contro chi prima ha adorato esattamente in quanto figura eversiva. E' un classico. Una delle deliziose abitudini che fanno di quella umana una specie particolarmente miserabile.
VAMPIRES Vs ZOMBIES
Cronaca di una “sola” annunciata
Mi capita spesso di comprare o recuperare film, che rimangono negli scaffali della mia videoteca parecchio tempo prima di essere visionati, sono quei film che appartengono alla categoria del: “lo vedrò quando non avrò nient’altro di meglio da fare”.
Film che non ispirano in maniera particolare il mio appetito e che vedo solo per “dovere di cronaca”.
“Vampires vs Zombies” era uno di questi.
Già da tempo in mio possesso, sarebbe rimasto lì inerme per chissà quanto ancora se Sandrix non lo avesse evocato. E allora mi son detto “perché no! Tanto prima o poi mi tocca”.
Avete presente “il pacco”? Quando ti rifilano una macchina fotografica ed una volta a casa scopri che all’interno della scatola c’è un mattone?
Beh “Vampires vs Zombies” è proprio questo: un pacco, una truffa, nà sola!
La radio annuncia che un’epidemia trasforma gli esseri umani in violenti mostri antropofagi.
Un padre ed una figlia girovagano in auto non si sa bene perché.
Vengono fermati da una tipa che chiede loro di dare un passaggio alla figlia Carmilla, che è una vampira, mentre lei se ne va con una ragazza imbavagliata in bella vista sul sedile posteriore.
Intanto un vecchio cowboy, che anche lui non si sa dove vada, con la macchina investe uno zombi.
Se il mondo è invaso dagli zombi, cosa c’è di meglio se non una sosta per fare benzina?
Il benzinaio è infastidito dalla presenza del terzetto protagonista perché sta facendo un cruciverba (?). I tre si dividono: l’uomo fa il pieno, Carmilla va al cesso e la ragazzetta fa shopping. Entra un’altra ragazza che con aria sospettosa le regala un amuleto antivampiro.
Da questo punto in poi non si capisce più un cazzo.
La radio continua a urlare che il mondo è invaso da creature fameliche, ma il regista non si cura di darcene conferma.
Una strega, che poi sarebbe la madre di Carmilla, si prende un pugno in bocca dal vecchio cowboy ed ogni tanto fa un’apparizione in vesti da cerimonia.
Carmilla seduce la ragazzetta e “la fa sua” senza incontrare particolari resistenze. Le due gironzolano per le strade da sole su una jeep presa ad uno zombie-vampiro con il benestare del padre che chiede loro di guidare con prudenza. Arrivano in un posto dove ritrovano il padre (che intanto indossa una maglietta di tre misure più piccola) ed il vecchio cowboy. Qui, una specie di ospedale con una cripta sotto (?), mentre le due ragazze lesbicheggiano, i due uomini vanno giù per uccidere Carmilla (che è al piano di sopra). Ma le due ragazze li uccidono e ripartono felici esclamando “ma avremo fatto la cosa giusta”?.
Colpo di scena!
E tutto frutto dell’immaginazione della ragazzetta, almeno sembra.
L’ospedale-cripta in effetti è un nosocomio dove lei stessa è rinchiusa, con tanto di camicia di forza. Un medico esce fuori da una porta e dice al padre “mi dispiace, ma sua figlia è scappata con un’infermiera”. Indovinate chi è l’infermiera?
Carmilla, che però adesso non è più una vampira. Le due vanno in un motel, e mentre Carmilla fa uno spogliarello e la ragazzetta è al cesso, arrivano gli zombi e se le mangiano.
Raccontato così, potrebbe sembrare perfino interessante, ma vi assicuro che questo film è quanto di più irritante si possa immaginare. Sui titoli di coda (pessimi anche quelli) viene voglia di afferrare il regista per le palle e fargli mangiare la copia acquistata del film.
Non ci sono zombi, non ci sono vampiri, dunque non ci sono gli scontri preannunciati nel titolo. Non c’è sangue (pochissimo per un trash di genere), scena finale esclusa, tutto si svolge fuori campo.
Manca l’ironia (motore essenziale di questo genere di prodotto), le scene erotiche sono talmente scarse da risultare comiche. La regia è un susseguirsi di oscene inquadrature montate un po’ a caso con la forza narrativa di una scorreggia.
Non parliamo della recitazione, della fotografia e della colonna sonora… non pervenuti.
Insomma “Vampires vs Zombies” è davvero infimo, penoso, inguardabile, ma soprattutto irritante.
E’ talmente brutto che non lo si dovrebbe neanche inserire nella categoria delle “cagate pazzesche” perché si troverebbe in condizione paritaria con film che, quantomeno, un barlume di cinema lo posseggono. Se lo possedete… buttatelo nel cesso, se non lo avete… siete fortunati.
Chiudo ringraziando Sandrix per avermi spinto a vederlo.
Grazie Sandrix….’cci tua!
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QUANDO IL COREOGRAFO E' IN VACANZA [LE LUSSURIE DI ED]
[Putroppo, ho potuto vederlo solo in lingua orginale e la pronuncia mi ha creato molte difficoltà, per questo i dialoghi li riporto come 'contenuto' e NON come forma, e c'è qualche buco qua e là, soprattutto sull'introduzione di alcune ballerine in cui il ghoul in due battute cerca di spioegare chi diamine siano. Ho cercato i sottotitoli in rete, esisteva un solo file posseduto da ben due persone, ma il volenteroso scrittore si è annoiato a 5 minuti dall'inzio, e non ha finito il testo.]

Il film sostanzialmente si basa su questo presupposto: con la luna alta orde di nonmorte in topless danzano ricordando il modo in cui sono decedute e/o cosa le ha caratterizzate in vita, per il piacere di non morti più evoluti come i vampiri. Se siete delle donne mediamente attraenti e passate da un cimitero durante tutto ciò, avete buone possibilità di venire reclutate nel corpo di ballo.
Location: la storia nasce e finisce in un cimitero. Concretamente si tratta di circa quaranta metri quadri di terreno cosparso di paglia e reso più misterioso da una quantità mai vista di fumogeni. [C'è anche un mausoleo però.]
I titoli di testa, ancora una volta, mi illuminano (e inquietano) sulla pellicola. L'ordine di importanza dei personaggi e ruoli infatti è :
Black Ghoul (il vampirone)
Shirley e Bob
Featuring:
gold girl dance
hawaiian dance
skeleton dance
indian dance
slave dance
street walker dance
cat dance
fluff dance
mexican dance
zombie dance
...ogni "dance" dura cinque minuti abbondanti come media, il film dura ben 130 minuti. La cosa grave è che nessuna, ma nessuna, fa un ballo che sia vagamente erotico o gradevole da vedere.
Ma cosa accade nel film?
Vediamo due energumeni con un gonnellino a righe come i gondolieri veneziani che scoperchiano un sepolcro in una stanza decorata da un rosone e un busto della Madonna appoggiato sul davanzale. Dalla bara esce un vampiro/ghoul, roseo e biondo, che ci introduce al problema delle feste notturne e le insidie delle tenebre.
Intanto due tizi, uno scrittore fallito che va per tombe cercando idee per racconti dell'orrore più remunerativi e una tipa (che non credo sia la fidanzata ma non so) sono in auto che vanno a cercare un cimitero. Lei dice che di notte non è prudente, lui dice ok, ma accellera troppo, e fanno un incidente.
I due sono a terra, pulitissimi, sui fatidici 40 mq di paglia e fumogeni. Dell'auto non sappiamo nulla.
Nel mentre il vampiro figo, affiancato da una vampira figa sua allieva, chiama la prima danzatrice. Entra una tizia in mutanda e mocassini che balla fra i fumogeni una musica similmessicana tribale che non proviene da nessuna parte.
i due dell'incidente si alzano da terra ("andiamo a cercare aiuto." "sei scemo, che aiuto credi di trovare in un cimitero?" "beh c'è musica" "eh si è notte e c'è musica in un cimitero, sono i non morti!" "Ma no andiamo a vedere")
La messicana finisce, ma arriva subito un'altra. E' una con una vestaglia rosa e un boa blu, che balla una musica da piano bar.
i due spuntano da un cespuglio e guardano la scena.
la tipa è di colpo in topless e tanga, e balla. Quando se ne va, i due energumeni si avvicinando a una cosa che credo sia un sepolcro, aprono le porte e...
c'è una ballerina! ma è vestita con un abito d'argento, esce e balla.
I due guardano il ballo.
La ballerina è in tanga.
il vampiro e la vampira approvano con cenni del capo.
Si vede una roba che bolle, l'interno di un calderone.
La tipa smette di ballare. I due energumeni portano un cesto che a me pare un tamburo da banda svuotato o un'enorme contenitore per pop corn, e inziano a lanciarle delle cose che capiamo essere monete d'oro perchè il vampirone dice: 'ORO!'. La tipa è contenta. 'ORO!' i due buttano oro, la tipa è contenta. 'PIU' ORO!' come sopra 'ORO, ORO, ORO!!!' i due, con la medesima flemma, fanno come prima. Poi, prendono la tipa che deduco doveva essere una..attaccata ai soldi quando era in vita,e flemmaticamente la trascinano verso il calderone. il vampiro ride. I due infilano con flemma la tipa dentro il calderone. I due dai cespugli guardano. Gli energumeni estraggono la tipa dal calderone, che è rigida come un sedano e coperta d'oro e la riportano nel mausoleo.
Qui entrano in scena i due protagonisti più simpatici: la mummia e l'uomo lupo. Li vediamo uscire da un cespuglio (la qualità del make up potete immaginarla da soli) facendo un casino infernale e appropinquarsi facendo sempre casino infernale alle spalle dei due che non li sentono. Presi i due spioni, li portano dai vampiri. Vengono legati a due colonnine che stavano lì. A lui spunta un livido blu elettrico sulla fronte.
La vampira introduce...la nuova ballerina, che se non ho frainteso era una zoofila e qui assistiamo al peggio: entra una tipa, seguita da un energumeno che batte a terra la frusta, vestita con una tuta da leopardo intera come quelle da carnevale ma ha due buchi, uno per le tette e uno per il sedere. La tipa balla, poi si sveste in modo poco erotico e resta in tanga. I quattro guardano, e l'energumeno caccia a frustate la tipa fra i fumogeni.
[Abbiamo superrato la metà del film]
"Mi piace un sacco guardare questa che viene torturata!" annuncia il vampiro.
Si vede una tipa con un abito rosa,che un energumeno frusta. Poi la tipa si libera e?
balla, i vampiri la guardano, la tipa è in tanga, i due legati la guardano.Sparisce fra i fumogeni.
Lo scrittore fallito dice: "dobbiamo andarcene" "come?" "non ne ho idea. ma sta tranquilla." La vampira va dalla tipa legata e le apre la camicetta, la graffia e prende un pugnalone. "no, no, più tardi" le dice il vampiro, e la vampira scazzatissima richiude la camicetta e torna al suo posto. Il vampiro tira un teschio alla vampira, e qui tutto si fa più concettuale: "cos'è?" la interroga "un simbolo mio padrone." e qui ci spiega in modo contorto che la tipa che entra fra pochi istanti vestita da spagnola per ballare ha a che fare coi matador e la morte. La vampira tira il teschio, la spagnola lo prende e balla. tutti la guardano. La tipa è in tanga, e bacia il teschio e balla. Poi esce fra i fumogeni.
"mi sono divertito." ci informa il vampiro, e la vampira chiama un'altra tipa.
E' vestita con un pareo. La vampira parla della tipa. La tipa è in tanga e balla. La vampira parla di serpenti. la tipa balla. Qui, la mummia rivela all'uomo lupo che non gli piacciono i serpenti, e gli racconta il perchè ma aimè non l'ho capito per via della lingua già difficoltosa e resta peggiore dall'effetto ovattato della maschera da mummia. Però lo racconta con una gestualità da rapper e sembra molto avvincente. la tipa balla e sparisce fra i fumogeni. "vorrei parlare con la mummia el'uomo lupo" dice il vampiro. "come volete maestro." la vampira gesticola ai due che:
mummia: "ma che vuole?" "aaaargh." "Hai fatto di nuovo qualcosa di male?" "aarr." nega il lupo, "venite!" si scazza la vampira, i due vanno.
La mummia e il lupo chiedono se hanno fatto qualcosa di male "lo sapete benissimo" "no no signore non sappiamo niente" "era uno scherzone!" i due gioiscono, la vampira si accorge che la luna sta calando "Hey è tardi, dobbiamo muoverci" "no, no sta lì" dice il vampiro, la vampira, seccata, torna al suo posto.
Lo scrittore intanto si libera dalle corde: "hey mi sto liberando" "sta attento!" "sono attento, mi sto liberando" "ma secondo me moriremo" "ah si?" " si, si, me lo sento" , " beh magari ci mettono nella stessa tomba" "spero di no, perchè ti odio! E' tutta colpa delle tue idee di merda se siamo qui!"
intanto, dato che la vampira scass, il vampiro promette che le darà la tipa dello scrittore (ma dopo.) la vampira felice introduce..una ballerina. e' una che ha ucciso il suo tipo la notte di nozze, ergo ora balla col suo scheletro. e' una vestita da sposa che si trascina dietro uno scheletro da anatomia col suo piedistallo rigido, e difatti lui non balla affatto, ma fa scena. I due la guardano. Lei è nuda col velo e balla una musica disimpegnata e allegra muovendo le tette. Poi sparisce fra i fumogeni. Il vampiro chiede alla tipa legata "Vi siete divertiti?" lei tace. "Ora diventerete come noi!"
"Auuuuuuuuuu." ulula poco credibilmente il lupo. "Sembra che l'uomo lupo voglia tenerti per sè." spiega il vampiro alla tipa. "AAAAAAAAAAAAA." replica lei. "Però in effetti potrei anche darti alla mummia." "AAAAAAAAAAAAAA." replica lei. "Ma comunque, non adesso." dice il vampiro. "vattene via" dice lo scrittore "sei uno sfigato" dice il vampiro, "hey hai detto che era mia!" dice la vampira scazzatissima,"hey mi sono liberato!" dice lo scrittore, "cosa facciamo?" chiede la tipa"ah, non so" dice lo scrittore, "sei uno sfigato" dice la tipa, "posso fare di lei un'altra Cleopatra" rivela la mummia all'uomo lupo (e temo che l'aneddoto di prima fosse su questo) "ar ar" ride l'uomo lupo, "senza serpente, ovvio" dice la mummia. "ar."
"Insomma quando cavolo posso copparla?" chiede l vampira esaurita al vampiro "ehhh, c'è tempo" dice lui "ti ho detto che quando cala la luna dobbiamo andare!" dice lei, "io il sono il capo, tu no!" minaccia lui, "ci sono altre ballerine nude per caso?" "si" dice mesta lei, e appare la ballerina zombie che balla imitando molto molto vagamente gli zombie, in topless. Esce fra i fumogeni. "E' tardi." butta lì la vampira" "no, c'è tempo."
Arriva la nuova ballerina che è una morta, se ho capito bene, per i vestiti fighi e quindi balla vestita di veli.(prima di restare in tanga) Dato che è quella che balla meglio e ha le tette più grandi, mi è parso che la durata del ballo sia stata amplificata. Sparisce fra i fumogeni.
"E' tardi" dice il vampiro, "Eh? per cosa?" dice la vampira che non si ricorda nemmeno cosa voleva fare "Eh, coppala, su!", "Evvai!"
La vampira va ed estratto il pugnalone....
balla! ..ma resta vestita. Quando finalmente punta il pugnale alla tizia, lo scrittore si ribella ma l'uomo lupo lo stende subito. Ed è mezzogiorno. cioè appare il sole altissimo. La vampira a terra è uno scheletro, come anche gli altri tre.
I due si risvegliano messi come dopo l'incidente, circondati da due dottori e un giornalista che sembra trovare questa cosa una figata e fa foto a loro due nella paglia. Lei sostiene la storia coi dottori, e dice: guardi ho un graffio anche . "ma no, è stato l'incidente" assicura il medico. "ti amo" dice lei allo scrittore, "perdonami" dice lui, " ma di che, era tutto un sogno." Assicura lei. I medici caricano lei su una barella in ambulanza, e tirano su lui che si arrangia senza barella. Intanto, dalla cripta con il rosone, il vampiro ci informa che stavolta è andata così, ma di massima con le tenebre è meglio non andare per cimiteri perchè loro tornano in vita ogni volta. fine.
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LE BRAVE RAGAZZE VANNO IN PARADISO...
Il buon M., strenuo precorritore dei sentieri di Ikea e indefesso centauro, soleva dirmi “Tesoro, tu vedi il sadomasochismo ovunque”. Io gli rispondevo “Certo che lo vedo ovunque, Titti. perché è ovunque.” e poi fra me e me soggiungevo “perlomeno è ovunque in Twins of Evil”.
I Karnstein, discendenza dell’incantevole Carmilla di Le Fanu (probabilmente il più ricco, evoluto e complicato dei vampiri letterari), hanno avuto nel cinema Hammer una storia relativamente breve e assolutamente interessante. Questo, a firma Hough (1971), è il terzo capitolo della saga nonché, a quanto mi risulta, uno dei più bistrattati. Personalmente lo trovo adorabile.
La trama.
Frieda e Maria sono due gemelle completamente identiche, orfane prive di mezzi ma non di vestiti e camice da notte che, passate nella miglior tradizione d’appendice sotto la tutela di zio Cushing e signora, giungono nel remoto villaggio in cui costoro hanno dimora. Sull’ameno posticino, immerso nella foresta e caratterizzato da un’architettura molto Hansel e Gretel, incombono le ombre antagoniste e speculari del Castello Karnstein, su cui signoreggia un conte satanista con amicizie in alti lochi, e della locale Fratellanza di puritani che, capeggiata dall’immenso Peter (sospiro) Cushing in versione Witchfinder (sospiro) General, batte i confini boscosi in caccia di poppute e innocenti giovinette da ardere con l’arbitraria accusa di stregoneria. Presente il fascinoso e fantasioso identikit della Strega di quel gran bell’uomo di Michelet? Ecco: la vittima ideale di queste squadracce clericali è simile, solo che senza l’elemento mistico diana & proserpina e rivisitata da Hugh Hefner. Troppo pusillanimi per sfidare l’arroganza aristostronza del depravato conte, i puritani si rifanno sulle contadine incolpevoli, braccandole con le scuse più pretestuose per pura paranoia autoritaria e frustrazione sessuofoba.
Nel delizioso quadretto piombano, dicevamo, Frieda e Maria, interpretate da una simpatica coppia di playmates doppiate come la Bellucci prima che i suoi contratti lo vietassero [grazie al Rev. St.Bastard per la golosa informazione] e modellate, presumo, sulle famose sorelle di sadiana memoria. Frieda (la Juliette del dinamico duo) è volitiva, portata alla trasgressione e ben determinata ad adoperare la sua avvenenza per arrivare alla libertà attraverso il comodo mezzo della lussuria maschile. Maria (la Justine) è pura, casta e passiva e per tutto ringraziamento alle proprie buone azioni – volte a coprire le magagne della gemella sveglia – riceve sempre uno zaino di cinghiate da zio Cushing (bei momenti che non vediamo, ahinoi, ma che risultano assolutamente esilaranti anche nel lagnosissimo resoconto della nostra – una cosa tipo : “ha scoperto che eri uscita di nascosto, ma io per discolparti ho finto di essere te. Così mi ha frustata come Frieda per aver coperto la fuga. E domani mi frusterà come Maria per essere scappata. Uffi!”)
Le due vengono mandate a scuola ove, nel manzo fratello della maestra, incontrano immediatamente il classico studioso di larghe vedute: l’unico al villaggio che aborrisca gli integralismi superstiziosi di Cushing & Co. e osi opporsi al suo regno del terrore. Comunque, in quanto perfetto esempio di sinistrorso cagadubbi il manzo si oppone a chiacchiere, sbraitando davanti al camino o scrivendo petizioni che ricordano per utilità e allegria la mia corrispondenza no fur con la presidenza del consiglio dei ministri. Naturalmente tale soggetto non poteva essere che un masostronzo e cade immantinente ai piedi di Frieda, ove resta per tre quarti del film in un’opportuna pozzetta di bava. Lei giustamente se ne infischia, anche perché, raggiunta dalla fama di scellerato del conte Karnstein, non perde tempo a farsi invitare nel suo tetro castello.
Il Conte in questione è un fonatissimo (phonatissimo?) figurino che annovera tra i suoi servi il tipico laido burocrate (di nome Dietrich!) nonché l’immancabile servo muto, rigorosamente nero in omaggio all’orientalismo patinato di una volta. Fiero della sua lussuriosa condotta, il libertino si tromba senza remore le contadine, organizza messe nere e sfida apertamente Cushing con l’inarrivabile argomento caro al più Divino di tutti i Marchesi (“io sono io e voi non siete un cazzo”, che credevi). Dopo aver consumato un efferato delitto a sfondo satanista sulla tomba della sua ava Mircalla, il conte riesce finalmente a conoscere il Maligno e si tramuta in un vampiro, non mancando di contagiare Frieda al primo appuntamento (un libertino è un libertino è un liberitino).
A questo punto la situazione precipita. La bella Frieda, novella principessa delle tenebre assetata di sangue, viene presto scoperta con le mani nella marmellata e processata da zio Cushing. Verrebbe senz’altro anche arsa viva, non fosse che il justiniano karma di Maria impone una provvidenziale sostituzione della detenuta con l’innocente sorella. Il male sembrerebbe aver vinto, ma un’imprevista alleanza fra le brigate dell’inquisitore dal culo stretto e la biblioteca vampirologica del cagadubbi complicherà le sorti della battaglia.
Questo film è un delizioso classico d’altri tempi. E’ insieme irriverente e innocente, fedelissimo alle linee guida del suo genere. Non è difficile vederci una polemica contro la censura che in quegli anni non risparmiava colpi più o meno bassi contro l’eroica casa britannica, bersaglio piuttosto facile e massimo baluardo dell’avventura gotica. E’ un film pieno di debiti e ben meno efficace di altre hammerate storiche, ma molto ben fatto e letteralmente illuminato dalla presenza di un Cushing sempre professionale e splendidamente credibile, specie dal momento in cui la sceneggiatura gli concede l’opportunità di approfondire il suo tormentato e tridimensionale reverendo.
Se posso dire una cosa da vecchietta (e posso), nel cinema di oggi questo è il tipo di prodotto che mi manca davvero.
GORE GORE LINKS
Non posso esimermi dal segnalare la scarna pagina playboy gratuita di Mary Collinson, che confessa il suo romanzo preferito: Histoire D’O (imprevedibile, nevvero?). Gli studenti pay potranno godersi le sue copertine mentre a me, vendicatrice nullatenente, toccherà contentarmi di quattro chiacchiere con il bot di Ikea.
IO INVECE TI AMO, INGRID
Vito Russo è l’autore di un eruditissimo e giustamente celebre saggio intitolato “Lo schermo Velato” che attraversa la storia del cinema sulle orme della rappresentazione dell’omosessualità al suo interno. Ho letto questo libro circa cinque anni fa e all’epoca l’ho ferocemente odiato per la sua superficiale citazione delle vampire lesbiche, menzionate in blocco (o meglio con ingiusta selezione) come mero esito di uno spirito anacronistico e reazionario tutto ansioso di edificare claudicanti legami tra perversione, pericolo e omosessualità.
Tempo fa, sfogliando il libro in cerca dell’ormai sbiadita citazione di Glen or Glenda (si farà post a parte), ho avuto modo di ammorbidire la bellicosa indignazione di allora, ritrovandovi il mio più vecchio e accanito difetto: una malcelata inclinazione all’ira che mi impedisce, talora, di attribuire agli scivoloni di dettaglio le giuste proporzioni. Non che in questo momento non senta il dovere di correggere, con la modestia che mi caratterizza, la lettura di un sapiente del calibro di Russo sulle bistrattate Vampire Lesbiche, ma questi annetti mi hanno concesso la temperanza necessaria a contestualizzare il suo libro. In primo luogo Lo Schermo Velato è stato scritto agli albori degli anni ottanta, per ricostruire il percorso dell’omosessualità lungo i decenni di celluloide che l’hanno sbatacchiata da una condizione di ostinata e talora risibile negazione a un’emersione quanto mai ferale, popolata di froci e cerbiatte squilibrati, soli, disperati, nevrotici e regolarmente suicidi. Questa è la linea fondamentale, e per quanto ne so mi pare una cronaca piuttosto fedele. Io l’ho letto dopo il 2000, quando la polemica antisessista, se aveva – come ha ancora - ragione di mantenere toni duri, stava correggendo la mira per adeguarsi ad aggiornato bersaglio. Se gli omosessuali al cinema mainstream si erano ormai evoluti nel senso contrario a quello auspicato da Russo (film gay = l’omosessualità spiegata a mio figlio scemo), personalmente non potevo certo lamentare assenza di occasioni per vedere Ein Mann wie Eva o Go Fish.
Più di tutto disapprovai enormemente il disprezzo serioso con cui l’horror, minoritaria comparsa nella scrosciante processione di esempi, è stato liquidato.
“L’omosessualità come vizio vampiresco sta alla base di tutti i personaggi gay dei film dell’orrore”. Queste parole alle mie orecchie suonano ancora figlie della particolare sottospecie di snobismo che si ostina a vedere nell’horror un genere geneticamente reazionario e populista: se ti limiti a citare Per favore non mordermi sul collo magari sì, allora l’omosessualità non ha avuto alcun diritto di affermazione all’interno del cinema di vampiri, altrimenti la teoria risulta completamente mendace. Per la gran rabbia, all’epoca, ringhiai improperi contro Vito Russo e persi di vista il più ampio respiro del testo. In effetti ha scritto un libro molto passionale, assolutamente militante, che se pure è capace – soprattutto per vastità manualistica, per l’inverosimile enciclopedismo di cui sopra - di acquistare un valore storico indubbio, andava letto e o comunque giudicato come un’occasione di rivendicazione e di denuncia rispetto a quello che sostituisce il più grave sopruso a cui qualcuno possa essere sottoposto, cioè il negato diritto all’autorappresentazione, a raccontare la propria storia. Siccome codesto blog è orgogliosamente frivolo e il post è già abbastanza lungo da non esser letto da nessuno al mondo, evito di immergermi nella spinosissima questione sul diritto a fornire una rappresentazione ‘estranea’ dell’alterità. Mi limito quindi a riconoscere che il libro di Russo è importante e funziona. Per cui vorrei porgere ideali scuse all’autore per averlo smerdato con tanta leggerezza per un quinquennio, anche se non ritratto quanto asserito sulla superficialità del suo sguardo all’horror in generale [1] e in particolare sulle vampire lesbiche. Russo non si è semplicemente fatto nessun problema ad asservire questo cinema alla sua teoria di fondo, selezionando strumentalmente le fonti e piegandone in modo discutibile i contenuti perché gli dessero ragione [2].
Per quanto concerne le nipoti di Carmilla il problema di Russo, in effetti, è che è troppo colto per sospettare che anche un certo tipo di cinema, per sua natura abbondante di archetipi e assai dicotomico, possa servirsi dell’astuzia necessaria a strumentalizzare con profitto l’indiscusso e arcinota impunità della detrazione a sfondo moralista per indagare una realtà sessuale (che può essere il lesbismo o più in generale, dico io, la sessualità femminile) normalmente censurata, rimossa o mistificata. Mircalla in technicolor può essere dipinta come un’immagine di libertà anche quando non si voglia/possa rinunciare al dovere di stigmatizzarla formalmente. Anche in uno stupido horror che insiste sulle scollature la libertà sessuale può passare come valore. Soprattutto nel momento in cui l’antagonista della vampira diventa non tanto la vittima quanto l’hunter, ovvero, assai spesso, un soggetto sanguinario, maschilista, represso e apertamente ritratto per tale.
Posso poi convenire che certa rappresentazione del lesbismo vampiroso (ma più in generale, ribadisco, della vampirosa sessualità femminile) dimostri malcelata indulgenza verso i biasimevoli appetiti del famigerato spettatore - maschio - etero devoto a priapo e ai mondiali di calcio.
Ma.
Dopo aver annuito mi domando (primo) a che tipo di pubblico, precisamente, sia rivolto Baise Moi coi suoi acclamati postfemminismi o una roba come Bound – sottotitolo: "torbido Inganno" se non ricordo male. Che il regista e lo sceneggiatore e una coppia di attrici definiscano quanto appena sfornato “femminista” o “filolesbico” non basta a far sì che lo sia. Il vecchio horror ’70 sulle vampire saffiche sceglie un altro tipo di promozione, ma se la fabbricazione di icone erotiche esige una certa indulgenza divulgativa non è detto che la loro messa in scena debba risultare invariabilmente svilente.
M’interrogo (secondo) su quanto, onestamente, si possano considerare i più famosi vampiri etero della storia del cinema, per esempio il sadopredatore aggressivo di Lee o il subdolo e mesmerico aristocratico di Lugosi, rappresentazione esaustiva e sfaccettata della sessualità maschile (più complicata di come la si dipinge o meglio -cioè o peggio- di come la si dà per scontata). Il vampiro è un po’ in generale, sessualmente, una figura di quello che gli altri non osano fare, di un sesso alternativo a quello canonico (possiamo dire etero, ok, ma anche genitale, vanilla, strettamente coniugale/legale, a mero scopo riproduttivo, vincolato da stereotipi di genere e ruolo e così via). Il giudizio sulla legittimità di questi impronunciabili costumi sessuali non è nel fatto che ad esercitarli sia un mostro, ma nel tenore del singolo film.
Mi chiedo (terzo, con sincera preoccupazione) se la rappresentazione delle minoranze non venga troppo spesso e troppo pericolosamente percepita come positiva solo quando queste ci vengono additate come neutrali, indubbiamente inoffensive, assolutamente indifese e –per tornare proprio a russo e ritorcergli contro le sue sgridate– magari tendenzialmente autolesioniste ma giammai aggressive. Personalmente, trovo ferocemente offensivo un film di merda come Qualcosa è cambiato, che sembra scritto da quel fascista di Spielsdorf (il braccio armato del patriarcato che decapita la sovversiva Mircalla riconducendo Laura alla mansuetudine di incubatrice per cui è stata programmata) o da Cushing (stessa funzione nel film ispirato di Baker), non Dracula’s Daugther.
Soprattutto (quarto) mi torturo pensando e ripensando a quale inconfutabile dogma possa mai vietare ai B Movie le raffinatezze anticensura che è costume comune menzionare tra i meriti di De Mille. Scordando magari gli stivali da cavallerizzo, che invece sono di uno chic inenarrabile.
GORE GORE LINKS
[1] Non ho proprio retto, per dire, la sua lettura di Frankenstein, che onestamente mi sembra ancora far torto (a dispetto delle parole di Aldrich, letteralmente citate) alla quantità di fegato e orgoglio che Whale dimostrò come uomo, ma anche alla sua misura di autore. Spiacente: io trovo molto chiaro che il mostro non è afflitto dalla “sua innaturalità”, piuttosto dall’ingordigia con cui i “viventi” vanno in caccia di differenze e responsi; Anche sul fatto che Pretorius sia un personaggio semplicemente negativo e privo di ragioni di ambiguità potrei aver da dire la mia, sicuramente ho da dirla sul fatto che vada letto principalmente come sissy corruttore. Secondo me ci hanno visto molto più lungo quelli di Demoni e Dei, interpretato fra l’altro dal militantissimo Sir Ian McKellen (con Chris Lee il mio attore preferito vivente e gentiluomo in ogni cosa amabilissimo).
[2] Quella di manipolare le fonti è un’accusa sempre spiacevole da rivolgere a un saggista e credo che in parte la selezione di Russo sia dovuta a questioni di tempo, ciò non toglie che alcuni pressappochismi vadano rilevati. Su culturagay.it, lo stesso sito citato per la biografia di Russo, ho trovato questa recensione di Mauro Giori che ben sottolinea quella distanza fra la convincente panoramica d’insieme resa dal libro e la scarsa persuasività di certi passi legati al singolo film. Quanto ho notato per gli horror a quanto pare si estende anche ad altri luoghi che non conosco abbastanza. L’articolo cita in particolare il cinema di Aldrich, a me solo sommariamente familiare, pur non trovando tempo di approfondire.
la VAMPIRA e la SIRENA
Se questo fosse un cineblog serio dovrei spergiurare che il primo nome che mi è venuto in mente guardando Marebito (Takashi Shimizu, 2004) è quello di Powell. In effetti è quello che sovviene a tutti i cinefili davanti al binomio citazionista scopofilia + indagine sul terrore, ed è palese quanto Shimizu - già regista del sopravvalutato Ju-on - abbia inteso riflettere lungamente sull' Occhio. Tuttavia, riposta immantinente in qualche anfratto del mio incasinatissimo inconscio quest'informazione sin troppo ovvia, ammetto di aver pensato invece a Mermaid in a Manhole (Hideshi Hino, 1988), la puntata "con la trama" della famigerata serie Guinea Pig .
Insomma per istinto ho agilmente affiancato quello che secondo alcuni (è pure al 3° posto tra i film dell’anno di BloodyDigusting.com) è un prodotto autoriale di un certo livello a quello che secondo quasi tutti è una pretestuosa stronzata. Mi par giusto parlare di entrambi. Tanto lo so che vagando per cineblog non sarà difficile farsi un'idea delle effettive distanze tematiche.
Il Prodotto Autoriale di un Certo Livello
Shinya Tsukamoto è l'autore culto del film culto Tetsuo, nonché attore (culto?), che qui a destra scelgo di mostrarti nelle palestrate vesti indossate per il regista culto Takashi Miike in Ichi the Killer, un (a-ah) giovane e bellissimo cult movie. In Marebito impersona Masuoka (ignoro l'ortografia), un cameraman ossessionato dal terrore negli occhi dei morenti e dei folli e giustamente desideroso di trasferire questa visione definitiva dalle retine di chi l'ha ottenuta al testimone glaciale della sua camera. Tornato sulla scena di un suicidio da lui ripreso e significativamente consumato attraverso la perforazione di un occhio, finisce per scivolare - camera alla mano - nelle viscere della metropolitana e dunque oltre la soglia del mondo sotterraneo che si estende sotto i nostri piedi, serbando le vestigia poetiche e violente di un'età anteumana. Dopo una lunga parentesi di incontri perturbanti e chiacchierate filosofiche col fantasma del suddetto suicida, l'eroe si mette in caccia dei leggendari DERO, cieche ed emofaghe creature del buio profondo, e finisce con l'arrivare alle Montagne della Follia, dove si imbatte in una creatura incatenata. Catatonico e livido, l'essere è comunque incarnato in seducenti fattezze femminili e appropriatamente nudo, nonché adorabilmente bisognoso di un salvatore. Il cameraman porta la misteriosa fanciulla a casa sua, nel più religioso segreto, ribattezzandola Effe e prendendola inizialmente per una versione femminile di Kaspar Hauser (io avrei trovato più spiritoso da parte di un film morboso citarne la versione nasty e compiaciuta, Bad Boy Bubby, ma sono gusti). Dopo averla amorevolmente rinchiusa la controlla costantemente, registrando video durante le lunghe ore d'assenza e osservandola di continuo attraverso lo schermo di un telefonino. Resosi conto che Effe (per il resto una cucciola inconsapevole con ritmi sonno-veglia degni del mio gatto) può nutrirsi solo di sangue umano Masuoka, lungi dal perdere la visione poetica e melanconica del tutto, si risolve ad allevarla nell'unico modo possibile.
Il soggetto è veramente affascinante: la relazione fra il protagonista e i suoi occhi meccanici che riproducono fermano ripetono e strappano i limiti della vista naturale, l'insofferenza per il segreto, il desiderio per il tabù su quanto di osceno non deve essere visto. Tutte cose molto belle, su cui tuttavia mi pare non si dica molto di nuovo. Non dico per polemizzare. Non c'è nulla di male a ripetere bene e sono comunque questioni che chiedono tempi lunghi per esaurirsi, tuttavia ho amato di più l'allevamento della creatura, ovviamente sensuale e velatamente incestuoso, e la sospensione di Effe fra inferiorità dell'inerme e incomprensibile superiorità, il fatto che in rapporto al suo tutore sia al contempo bestiola regredita e entità ulteriore. Ho trovato interessante lo studio dell'essere filmato mentre si crede inosservato, come le belve di Superquark, l'utilità-inutilità del documentario che accumula informazioni sui comportamenti, sui rituali, sui tempi, senza poter sfiorare sul serio le intenzioni, senza raggiungere i moventi e i misteri degli squali. Molto belle anche le soluzioni di regia legate a un esibito digitale, agli scatti sgranati dei telefonini e alle barcollanti corse della camera a mano che è sempre documentazione, vista, non narrazione. Aggiungo però che Shimizu mi piace molto meno quando si lascia adescare da effetti photoshopposi che dovrebbero sottolineare un caotico collasso per sovrainformazione e invece mi seccano e basta. Altro tratto insopportabile è il ruolo didattico della voce fuori campo, che incalza con rara pedanteria e indefessa costanza, amputando l'interpretazione di Tsukamoto e dando pure implicitamente del minorato allo spettatore. Hai presente quei vecchi fumetti in cui davanti a un cadavere col coltello nella schiena l'ispettore esclama: "Poffarbacco! Un omicidio!", nel dubbio che il lettore non afferri? Ecco, più o meno stessa sensazione.
Spoiler
Se il cameraman è semplicemente un pazzo non ha affatto trovato e sfamato e seguito nel mondo ulteriore un Marebito, un antico essere, ma imprigionato e reso pazza sua figlia, nonché scannato la mamma per riempirle il biberon di sangue.
/ Spoiler
La Pretestuosa Stronzata
Un pittore vedovo e depresso è ossessionato dalla rappresentazione della morte e del perduto, e pur di poter ritarre i suoi soggetti favoriti nel proscenio ideale si cala nelle fogne, con il suo bel blocco sotto braccio. Vaga al di sotto della vita, nel dimenticatoio delle sue scorie, schizzando feti morti e ben sapendo che dove ora si snodano quei fetidi condotti scorreva un tempo il ruscello fatato della sua infanzia. In quelle pure acque vide sguazzare, da bambino, l'impossibile splendore di una sirena. Resta per un po' immerso in cupissime riflessioni su come tutto ciò che amava si trovi ora annegato tra liquami ammorbanti (a proposito di ingenuità narrative va osservato che mentre la voce fuori campo ce lo spiega - sempre perchè soli non ci arriviamo - il pittore trova il suo gatto perduto, ovviamente stecchito: in vita mia non avevo mai riso davanti a una scena in cui c'è un animale morto, ma le sfighe di costui si accumulano in modo troppo fantozziano), quando un rumore lo attrae, guidandolo fino al rigagnolo in cui giace la sirena. Ancora bellissima, giustamente nuda (vabbè, è una sirena) e assolutamente bisognosa di cure, l'incantevole abitatrice del ruscello è rimasta nel suo luogo d'origine sfidandone la ripugnante metamorfosi. Dato l'ambiente insalubre ha contratto una malattia deturpante e progressiva, inizialmente localizzata in una piaga cancerosa e purulenta al fianco. Persuaso di poterla salvare con il potere del cicatrene e due confetti di antibiotico, l'eroe porta la misteriosa fanciulla a casa sua, nel più religioso segreto, e comincia a dipingerla ossessivamente, convinto che nel suo ritratto sintetizzerà l'intero Perduto, ciò che non è più.
La sirena posa con piacere, ma imprevedibilmente il cicatrene fallisce, impotente di fronte all'evoluzione del morbo alieno che gradualmente trasforma il più seducente dei mostri mitologici in una carcassa infetta, ricoperta da bubboni viscidi pieni di pus multicolore e vermi lunghissimi (sono davvero enormi: finisci per rimpiangere le larvette di Fulci..). Sic stantibus rebus il ritratto (peraltro eseguito in buona parte con il pus variopinto della moribonda) non potrà imprigionarne l'armoniosa immagine primigenia della Sirena. Sarà costretto a mutare al ritmo della sua decomposizione, adeguandosi al decorso fino a lasciare solo l'effige di una cosa deforme e pustolosa che nemmeno Dorian Gray al culmine della baldoria potrebbe invidiare.
Veramente questa Stronzata Pretestuosa non mi sembra poi così malaccio. Certo, le riflessioni sulla corruttibilità di corpi e sogni, l'indagine accennata sulle dinamiche relazionali nell'ambiguo contesto della cura e dell'accudimento e l'abusata ma sempre efficiente poesia del ritorno sono una cornice piuttosto sfocata per l'esplosione delle buffissime pustole a sorpresa. Il film però ha molte delle piacevolezze proprie dei set claustrofobici e dei caratteri isolati. Non ho nemmeno avuto la sensazione che troppe irritanti pretese filosofiche si addensassero attorno al classico show di viscere, a meno che non si possa tacciare di pretenziosità la mera intenzione di staccarsi dal finto snuff per cedere a qualche perdonabile melensaggine. Onestamente trovo davvero insopportabile Mermaid in a Manhole solo quando segue le figure "comiche" dei due vicini di casa teenager. Chiunque sia lo sceneggiatore l'ironia non è proprio il suo registro e di certe cose bisogna pur farsene una ragione, un giorno o l'altro.
Spoiler:
Se il pittore è semplicemente un pazzo non ha affatto trovato e curato e degnato di una dolce eutanasia a colpi di mannaia una Sirena, ma imprigionato e sezionato la moglie malata di cancro.
/ Spoiler
GORE GORE LINKS
[ Sirena ] : Trailer sul sito della Unearthed Films , e recensione (troppo) positiva sul figosissimo Midnighteye.com .
[ Vampira ] Trailer. Per le recensioni (troppo) positive temo che basti digitare il titolo su google.





























