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DANCE OF THE DEAD
ovvero
QUANDO DIO TIRO' LO SCIAQUONE DEL CESSO (di Gregg Bishop, 2008)
Chi l’ha detto che non si può fare un film “originale” usando trame viste e riviste, situazioni ultra sfruttate ed addobbando ogni fotogramma di pellicola con citazioni anche banali?
Beh, Gregg Bishop (regista) e Joe Ballarini (sceneggiatore) hanno dimostrato con “Dance of the Dead” che questo paradosso è realizzabile.
Nonostante sia assodato che l’era dei morti viventi sia iniziata da un pezzo e che il Teen-zombie ormai sia diventato (quasi) un genere cinematografico, la visione di questo film lascia qualcosa in più di un semplice piacevole ricordo.
Causa radiazioni i morti di un cimitero tornano in vita affamati, a prenderli a calci in culo un gruppo di adolescenti alle prese con il grande ballo di fine anno.
Come dicevo…nulla di nuovo, anzi da questa brevissima sinossi, mi vengono in mente almeno una decina di film…tuttavia DOTD merita.
L’aspetto tecnico è notevole considerato il budget bassissimo, il cast sconosciuto, il poco esperto regista e lo shot in digitale. La fotografia regge sia in interno che in esterno e il ritmo è davvero elevatissimo anche nei momenti di pausa. La recitazione dei ragazzi è davvero di altissimo livello e consolida, in maniera non indifferente, il lavoro di Bishop. La sceneggiatura disegna un’omogenea fricassea di personalità eterogenee. Individualità forti, interessanti e soprattutto protagoniste.
Forse è proprio questo il pregio principale del film. Alcune trovate sono davvero azzeccate, come la fuoriuscita degli zombi dai loro loculi, l’apprezzamento dei suddetti per la musica rock (punk per l’esattezza), l’amore antropofago tra due zombi e l’anomala quantità di superstiti pronti a combattere senza paura.
Il clima è piuttosto leggero e ironico ma sempre misurato, in modo da non sfociare mai in farsa o parodia. Davvero un buon film (aveva ragione Deep) dal gusto e dall’aspetto molto anni ’80 (il che non è male).
Consigliato vivamente a tutti…ma se amate le citazioni è una vera goduria…
POTEVA ESSERE UN CULT
(di Antony Balch, UK 1973)
Poteva essere un cult, e non intendo un cult per pochi intimi. Nemmeno il Rocky Horror Picture Show, per carità, ma una reputazione almeno pari a quella di Gore Gore Girls sarebbe stata il minimo sindacale per un simile gioiellino schlock. Invece no, ingiustamente no. Il sublime Horror Hospital non è un cult e i turpi giornalai romani lo lasciano marcire al freddo e al gelo, protetto solo dagli avanzi umidicci di chissà che allegato, perché nessuno è disposto a sborsare tre euro per salvarlo.
Parliamo di un'esilerante parabola antiautoritaria deliberatamente kitsch, girata inaspettatamente bene e impreziosita da qualche commovente momento di sana violenza vintage.
Brevemente, la magnifica trama: in un'isolata clinica della campagna inglese, il perfido dr. Storm pratica orrendi esperimenti sull'annullamento della volontà, lobotomizzando “sudici figli dei fiori”. Riusciranno I nostri eroi (due storditi fricchettoni di nome Jason e July) a lasciare illesi l'ospedale degli orrori?
1. La scena di apertura ridefinisce una volta per tutte il concetto di fuoriserie
La prima cosa che vediamo è il Villain che condanna a morte due misteriosi fuggitivi dal sedile posteriore della sua Rolls, customizzata con un'infallibile lama da decapitazione. Il principio, per capirci, è lo stesso della biga sleale di Ben-Hur, solo che il bolide di Horror Hospital ha anche un pratico cestino strategicamente assicurato alla carrozzeria onde raccogliere al volo le teste mozzate degli sfortunati pedoni.
2. Grande scena di introduzione dell'eroe
Non pago di un incipit tanto gratificante, il munifico Balch riapre sul primo piano di un tizio in tenuta da drag queen non-morta, che rinuncia quasi subito al suo spleen necrofilo per mettere al tappeto quel bellimbusto del protagonista: conosciamo così Jason, un musicista sregolato in piena crisi creativa.
3. Pubblicità ingannevole
Attratto da un volantino che pubblicizza “vacanze per capelloni” (disintossicatevi con la natura!), Jason approda all'agenzia di viaggi gestita dal tipico sissy malevolo che avrebbe mandato in bestia Vito Russo e che a me ha inizialmente suggerito l'idea di una specie di Renfield in salsa camp. Costui - dopo aver tentato inutilmente di sedurlo - spedisce il capellone alla clinica del Dottor Storm, spacciandogliela per una specie di rehab bucolico.
4. Strategie d'approccio di imprevedibile successo (DON'T TRY THIS AT HOME)
Jason intraprende in treno la sua bislacca versione del viaggio stokeriano verso la roccaforte del Tiranno. Così conosce July: l'unica avvenente fanciulla che, interpellata da uno sconosciuto con l'agghiacciante excusatio non petita “non essere nervosa, non ho la minima intenzione di violentarti”, invece di metter mano allo spray antistupro comincia a civettare e lo rende partecipe dei suoi più intimi segreti familiari. Ah, I favolosi anni settanta!
Comunque, i due scoprono di essere entrambi diretti alla Clinica Storm, lui per beneficiare della piovosa calma della campagna inglese, lei per ricongiungersi a una zia perduta, attuale assistente del primario ed ex tenutaria di un bordello (trascorso professionale che anticipa la natura “immorale” del personaggio e spiega parecchie cose sulle sue scelte di make up).
5. Chips che hanno ceduto al Lato Oscuro della Forza
A guardia della clinica degli orrori c'è la versione hitleriana e darchettona dei benemeriti agenti Baker e Poncharello. Inutile specificare che i nazi-chips hanno il manganello facile e indossano il casco anche se appiedati e con un tetto sulla testa, un po' come i cloni di Jango Fett.
La natura “poliziesca” di questi attendenti - e più in generale dell'apparato repressivo della clinica Storm - è successivamente confermata dalla presenza, nei più inferi recessi dell'ospedale, di un'autentica cella (“metteteli al fresco!”) con tanto di bocchettoni per il gas.
6. L'ineffabile ingegno dei buoni
Scortati alla clinica dai nazi-chips, i nostri eroi vengono accolti da Aunt Harris (Ellen Pollock). Costei, un po' più matura e un po' più truccata di Baby Jane Hudson, è così contenta di rivedere sua nipote che la spedisce subito in camera con il capellone. I due, lucidissimi, ne approfittano per cominciare a sistemarsi e a mettersi le mani addosso, ignorando/sottovalutando una valanga mai vista di “sottili” segnali inquietanti.
Ora non voglio scendere in dettagli. diciamo solo che questa fase del film mi ha suggerito i primi timidi dubbi su che cosa, precisamente, due soggetti tanto perspicaci dovrebbero temere da una lobotomia.
7. La cena è in tavola, barone Frankenstein!
July e Jason scendono per cena. Il desco, presieduto da Aunt Harris a capotavola, offre più meno lo spettacolo paventato dall'onnivoro medio quando una gang di vegani lo invita a cena: una dozzina di gioviastri catatonici - gli occhi sbarrati, le facce pallide, la vivacità di Darby Jones in I Walked with a Zombie - fissa il vuoto in silenzio. L' unico cibo disponibile è una specie di purè melmoso e grigiastro. Nei calici ristagna un liquame due toni più scuro del classico verde-lindablair. Scena icastica, tra i più succulenti brandelli del film.
8. Il mad doctor vornoffiano
Questo meraviglioso villain ha le fattezze vittoriane di Michael Gough, mitico caratterista con un secolo di gloria alle spalle, e non ha mai letto il famoso vademecum sulle 100 principali cose da fare quando si diventa un Oscuro Signore del Male.
Praticamente parliamo di Alfred Pennyworth cattivo e depravato, in sedia a rotelle, con un casino di cerone, dita guantate e scricchiolanti, orribili segreti e un frustino sempre a portata di mano, nel caso si presentasse l'occasione di tormentare gratuitamente il servitore nano Frederick.
Ex allievo prediletto di Pavlov, trombato dallo stalinismo in favore di altri e ben più giovani scienziati, il Dr. Storm non l'ha presa meglio del dr. Vornoff e come lui s'è dato da fare per mettere a punto una nuova razza di superuomini (non atomici però, che non è più tempo) e produrre memorabili monologhi:
Sono come degli automi e sono completamente in mio potere.
Non conoscono il dolore fisico...”
9. Il caratterista sottovalutato
Quello del servitore nano, sulla carta, si direbbe il carattere con meno speranze di emergere dal regime del cliché. Nei fatti è l'unico a superare lo stereotipo.
La cosa si deve sicuramente alle intenzioni della sceneggiatura (dopotutto nessun altro personaggio agisce in modo sensato, e Frederik resta il solo a compiere scelte autenticamente eroiche), ma una buona parte di merito va all'efficace prova di Skip Martin.
Abbastanza noto agli affezionati per le collaborazioni con Francis, Young e soprattutto con Corman, Martin non è mai emerso dalla penombra dei caratteristi horror. La fisicità troppo forte l'ha drasticamente penalizzato nell'espressione di un istinto d'interprete probabilmente tutt'altro che banale, ma alcune scene di Horror Hospital ce ne danno un assaggio.
10. È una roba veramente datata (che però sa il fatto suo)
I temi, il registro e l'estetica di Horror Hospital mostrano una dipendenza totale e particolarmente riconoscibile dal suo contesto culturale. E' una cosa che fa parte del suo charme, ma mi rendo conto che il livello di interesse per l'immaginario da cui il film deriva e su cui il film riflette potrebbe esercitare un'influenza più pesante del solito sulla possibilità che lo spettatore se ne innamori “disperatamente”.
A dispetto degli anni però (e del fatto che li dimostra tutti), Horror Hospital conserva una notevole forza dissacrante, concentrata nell'impronta autoironica della messa in scena: il conflitto fra le nevrosi del reazionario Dr Storm e le inconsistenti fissazioni dei suoi giovani oppositori è salacemente rappresentato come uno scontro tra demenze. Oltre le sconnessioni surreali di una sceneggiatura che a sospendere l'incredulità non ci pensa nemmenno (del resto, perchè dovrebbe?) l'intelligenza appuntita e ghignante di chi l'ha scritta c'è, e si vede ancora benissimo.
Insomma è un filmaccio dai colori suggestivi, autoironico, dissennato e approssimativo, irrimediabilmente datato. Secondo me, magnifico.
GORE GORE LINKS
Cercando informazioni su questa meraviglia mi sono imbattuta nell'ottimo Bmovies.splinder.com.
Alla sua recensione di Horror Hospital devo l'impagabile pettegolezzo su come Alan Watson, autore con Balch della sceneggiatura, abbia soffiato il fidanzato a niente-poco-di-meno-che William Burroughs. Su wikipedia la versione approfondita del gossip e lo sprezzante ritratto che del nostro eroe resta ai posteri (ebbene no, il leggendario guru della beat generation non l'ha presa “con calma, dignità e grazia”).
La clinica Storm su movie-locations.com e la scheda del filmone su britishhorror.co.uk.
Infine, ecco il dolce: questo amoroso tributo degli Stonasaurus che antologizza i migliori momenti del film.





























