Gore Gore Links

Guest Stars
Adam West
Andreas Schnaas
ArakiNobuyoshi.com
Beware the Beast
BigKugles.com
BiteMe Magazine
Bloody Disgusting
BMezine
Bob Flanagan
Brightlightsfilm.com
Britishhorrorfilms.co.uk
Bruce Campbell
Bubba Ho-Tep!
Cannibal! The Musical
Carnivàle
Charles Atlas.com
Classic Polish Film Posters
Culturisti Vintage
Danny Trejo - Champion
Danny Trejo - Myspace
De Profundis
Dead Creatures
Demoni e Dei
Devoured by Demons
Elvira - Mistress of the Dark
Europa Film Treasures
Exxagon.it
George "The Animal" Steele
George Foreman
Gli Addams
Grazie di tutto Russ Meyer
Guida on line a K. Kinski
Guinea Pig
Hershell G. Lewis
Hostel Game
Hulk Hogan
I fratelli Bunker
I Munsters
Ich brauche Liebe
Il cilicio!
Jami Deadly
Joe D'Amato Horror Festival
Joseph Merrick Tribute Website
Kinski's final interview
Koroshiya 1
L'oroscopo di Brigitte Lahaie
Le sculture di T. S. Kuebler
Leatherface
Lo Schermo Velato
Lon Chaney Puppet
Marebito
Masters of Horror
Mermaid in a Manhole
Midnight Eye
Muhammad Ali
Off Screen
Polish Posters Shop
Richard Benson
Richard Militia
Robert Englund
Sanguinarius.org
Slayer
Splatter Container
Takena Nagao
The Day After
The Monster Show
The Unknown
The Unknown - video
Tom Savini
Troma
Trubeverage.com
Tura Satana
Un Brutto Quarto d'Horror
Unearthed Films
Untrated - cinema of the eXtreme
Vamp
Vampira - The Movie
Vampira's Attic
VHEMT
Waters
Wes Craven
White Zombie
Zombie Farm
Zombie Pinups

Satan's Sadists
bologosfera degenere...
Antropophagus
Blog - il fluido che uccide
B Movies
Caina
Captain Strange Vault
Fascination Cinema
La Tavia Tovarich
Sborror
Teatro dei Vampiri
The Jigsaw's Grave
Odorama
Orlok cafe'
Peeping Tom
Tre Rose

...anche con i sottotitoli!
Blonde Zombies
Erotrash
Frankensteinia
Gay of the Dead
Mandra
Hammer and Beyond
I'm in a Jess Franco State of Mind
The Groovy Age of Horror
The Kinski Files
The League of Tana Tea Drinkers
Zines
Zombie-A-GoGo

Peeping Tommies
blog che il cinema
Cineblabbers Connection
F 4 Fake
Friday Prejudice
Non si sevizia un Caligari
Sarah the hutt
Seaweeds
Stilgar

Surf Bloggers Must Die!
psicotici, complici, favoreggiatori
Agony Column
Amneria
Antares 666
Demonglam
Di cronache e libero pensiero
KiLL dEEP
Mr. Peter Pain
Pervertigo
Richard Blog - Il Simposio del Metallo
Rosa Sadico
Rosa Sadico vol.II
Rosso Cupo
Stracult
Tabbo
Venere in Forse
Vladimir Peluria

martedì, 02 giugno 2009

UN VISITOR AL MESE!

Arrivano su gigantesche astronavi, sembrano in tutto per tutto simili agli umani e, malgrado la sospetta estetica di stendardi e uniformi (una variazione nazistoide della classica couture spaziale alla Star Trek), si dichiarano completamente amichevoli.
Stringono legami con la politica e l'industria, lanciano efficienti campagne di assimilazione culturale, manipolano i sistemi di comunicazione di massa e obbligano l'élite scientifica e intellettuale a scegliere tra il collaborazionismo e la persecuzione.
Quando le loro vere intenzioni vengono a galla, i Visitors hanno già preso il potere, ma forse non è ancora troppo tardi... forse qualche coraggioso è ancora disposto a rischiare la vita per il bene di tutti. E poi l'ingordigia di una sedicente specie superiore intenzionata a prosciugare le risorse di questo pianeta e a industrializzare la trasformazione in cibo altri esseri senzienti è esattamente il tipo di cosa che manda in bestia gli umani, lo sanno tutti.

Andata in onda per la prima volta negli stati uniti nel 1983,  V è l'evoluzione in salsa aliena di un progetto originale di Kenneth Johnson, già padre dell'Incredibile Hulk con Lou Ferrigno, inizialmente intenzionato a scrivere una trasposizione televisiva di It can't happen here.
Il setting dell'invasione aliena, prescelto per cavalcare il trionfo del terzo capitolo di Star Wars, ha consentito ai Visitors di importare sul piccolo schermo le emozioni gigantesche della fantascienza, canalizzando un incredibile sforzo produttivo nella messa in scena di un prodotto spettacolare e torvo, strapieno di scene d'azione, rettili cannibali e schifida manducazione di sorci vivi.
L'eccezionale e meritato successo di pubblico delle prime due miniserie (V e V - The Final Battle ) ha poi permesso ai Visitors di tornare in pompa magna già l'anno successivo, con una serie di 19 puntate a programmazione settimanale e non senza qualche significativo mutamento di toni e contenuti.

Le miniserie di Johnson si concentrano soprattutto sul perfezionamento dell'analogia tra invasione aliena e instaurazione di un regime autoritario, proponendo senza troppe concessioni al disimpegno mainstream sviluppi drammatici sulle ripercussioni sociali de dispotismo, a volte in toni anche molto tetri e indigesti (penso per esempio alle vicende della famiglia Bernstein, con particolare riferimento all'azione corruttrice del potere sul giovane e volubile Daniel).
Anche l'attualità politica si insinua nel discorso, soprattutto attraverso i colloqui tra Donovan e Ham Tylor (un durissimo M. Ironside), rispettivamente giornalista investigativo e ambiguo mercenario. La stessa apertura di V è altamente indicativa in tal senso: la prima nave aliena che ci viene mostrata troneggia infatti su uno scenario salvadoregno e appare al culmine di una già concitata scena di guerriglia.
Ben meno sensibile è la prospettiva ambientalista, che pure avrebbe trovato buoni appigli nel plot, ma erano proprio altri tempi. Basti pensare al fatto che V – The Final Battle, si chiude sull'immagine degli eroi americani che, acclamati dal mondo tutto, festeggiano allegramente una vittoria conseguita grazie all'impiego di micidiali armi batteriologiche. Potrei sbagliarmi, ma credo proprio che nelle nuove e ormai imminenti avventure dei Lucertoloni non vedremo nulla di simile.

V - The Series , portata avanti senza Johnson, si discosta dalla struttura asciutta e dalle intenzioni didascaliche delle miniserie originali, per lasciare spazio a caratteristiche più commerciali.
Proliferano i subplot romantici che, al pari dei colpi di scena, vengono spesso condotti con schiette inflessioni soap: penso, per dirne una, alla puntata in cui Robin e sua figlia, la starchild Elizabeth, mettono gli occhi sullo stesso motociclista bonazzo, oppure al ritorno di Frank Ashmore, che dopo la morte del suo personaggio Martin (leader della Fifth Column nelle Miniserie) ricompare nelle vesti del gemello Philip per andare a ricoprire un ruolo quasi identico. Anche gli intrighi sulla nave aliena assumono sfumature vagamente Dynasty, come nel caso delle vicende legate al matrimonio di Diana e Charles (memorabile il banchetto nuziale, nel filmato in coda al post), ma soprattutto si impenna il sex appeal dei cattivi.
Spicca in questo senso la vera superstar della serie: la perfida Diana, del cui lussurioso arrivismo già sapevamo all'epoca di Johnson. La rapida ascesa al rango di icona di questo indimenticabile personaggio si deve all' avvenenza di Jane Badler, debitamente spettacolarizzata dai costumisti, alla felice ibridazione di almeno tre stereotipi negativi (mostro alieno, mad doctor, dark lady) e soprattutto al fatto che si tratta di un villain malvagio come pochi altri. Anche a paragone di compari e avversari veramente bastardi, Diana resta sempre la stronza definitiva, la più cattiva di tutti.
Come capita spesso, il fronte dei buoni è assai meno interessante, ma il pubblico si è affezionato molto anche al personaggio del giovane Robert Englund: Willie, il Visitor vegan che fino all'arrivo di Oswald ha sostenuto in solitudine l'elemento comico della serie. (ora che ci penso, sempre per la serie “altri tempi”, in una trentina di episodi ci sono solo due personaggi volutamente buffi: il fricchettone-vegetariano e l'esteta-effemminato.)

Per parlare in dettaglio dei personaggi, comunque, ci sarà spazio nella nuova e frizzantissima rubrica “Un Visitor al Mese”, che ho deciso di inaugurare per presentare ai gentili depravati che leggono un lucertolone vintage ogni trenta giorni, prima che l'avvento dei nuovi Visitatori provi a soppiantare nell'immaginario collettivo i volti dei vecchi, meravigliosi antieroi.
Intanto raccomando a grandi e piccini l'acquisto dei tre confanetti Warner con l'intera saga e mi permetto un avvertimento preliminare per chi intendesse accettare il consiglio: sappi, o tu che ti accingi a riesumare questo vetusto cult generazionale, che gli alieni parlano in inglese tutto il tempo, anche fra loro, che si comportano come se non fossero in grado di distinguersi uno dall'altro quando sono senza maschere e tendono a tenersele addosso pure mentre scopano. Se non sei in grado in tollerare tutto ciò senza gridare alla cazzata-pazzesca lascia direttamente perdere i Visitors, che tanto non te li meriti.


[ AgonyAunt a proposito di arte dello zapping, un visitor al giorno ]
[ link ] [ commenti (6) ]
giovedì, 07 maggio 2009

COMING OUT OF THE COFFIN

True Blood


Mentre le ninfette emo vanno in fissa per un soporifero franchise che legittima con una patina zuccherosa inconfessabili fantasie di soggezione a figure maschili oh-così-teneramente autoritarie ed economicamente potenti, io – che sono nell'età in cui noi ragazze diffidiamo del regime di comunione dei beni, ci appassioniamo alle battaglie per i diritti civili e cominciamo ad affrontare più seriamente la questione del contorno occhi - mi sono intossicata con True Blood.
True Blood, nel suo sofisticato vestitino Alan Ball + ambientazione palustre + sesso rozzo, altro non è che una soap vampiresca con proibitivi livelli di romanticismo adolescenziale parzialmente stemperati dall'ostentazione di un sottotesto politico vagamente didascalico e quasi puerile.
Una roba pazzescamente pop e perciò inenarrabilmente appetibile, finalmente sui nostri schermi.

Trama: in un futuro imprecisato ma assai prossimo, fa la sua comparsa sul mercato il sangue sintetico Tru Blood, in grado di soddisfare alla perfezione i fabbisogni nutrizionali dei vampiri. Non dovendo più servirsi degli umani per mangiare, i figli della notte fanno coming out, dichiarando pubblicamente la propria natura e tentando la via dell'integrazione. Gli estremi del dibattito sui diritti civili dei vampiri incidono drasticamente gli umori sociali e la vita politica. Negli USA, alle istanze vampiriche, sostenute dall'associazionismo e in qualche modo accolte da parte progressista, si oppone il fronte conservatore di ispirazione religiosa.
Bon Temps, cittadina immaginaria della Louisiana, è teatro della microstoria incastonata in questo sfondo. Riusciranno Sookie - la cameriera telepatica - e Bill - il vampiro taumaturgo - ad amarsi in santa pace a dispetto dei pregiudizi e del fatto che la loro affrettata quanto inesplicabile passione li qualifica senza scampo come una coppia di storditi scemotti? La corte provinciale di Bon Temps incolperà la nuova controversa minoranza dell'orrendo delitto che ha recentemente sconvolto il suo placido metabolismo? Come interagiranno con le novità l'afroamericana leale ma incazzosa, il fratello scapestrato, lo sceriffo con gli occhiali a goccia, l'ironico chef gay, la nonna svampita ma poetica, gli spacciatori white trash e tutti gli altri bidimensionali personaggi minori? E soprattutto il bellissimo cane con il muso a punta - che chiunque abbia superato i sei anni è in grado di identificare già dalla prima inquadratura come guardiano soprannaturale della cameriera telepatica – verrà sventrato dai vampiri truzzi, obbligandomi a soffiarmi il naso con la carta igienica se continuo a scordarmi di comprare i kleenex?
Queste e altre torturanti domande mi toglieranno il sonno fino alle 23 di lunedì prossimo, quando potrò concedermi la terza appagante serata di teledipendenza e rutto libero.

Su True Blood Italia ho letto questa intervista, che mette il dito in una piaga ancora aperta citando la soppressione della serie Carnivàle. Non so ancora se un'eventuale mancata sopravvivenza di True Blood alla seconda stagione sarebbe veramente comparabile a una simile inestimabile perdita, ma così su due piedi l'ipotesi mi fa già girare i coglioni, per cinque ragionevolissimi motivi che vado prontamente ad elencare.

1. L'effetto “Bovaro a Versailles”
True Blood è una serie esteticamente raffinata. E' noto che lo spettatore medio italiano, annichilito da Elisa di Rivombrosa e dalla sua pestilenziale discendenza, al cospetto di un prodotto per la TV visivamente impeccabile precipita sempre in uno stato soggezione e meraviglia.
Non importa se hai già visto Six Feet Under, Lost, I Soprano, e tutto il resto. Ogni volta allibisci (“oooh, loro possono permettersi uno sceneggiatore, un direttore della fotografia e anche un regista!”) e ti lasci assalire da un miscuglio di ammirazione intontita e mortificanti complessi di inferiorità. Per descrivere questo tipo di turbamento una signora di mia conoscenza ha coniato l'espressione “sentirsi come un bovaro a Versailles”, che mi pare assai appropriata.

2. True Blood non sembra - per ora e corna facendo - particolarmente buonista.
Non ha tanto i tratti della metafora quanto quelli della satira. Non della specie più caustica ovviamente, ma la ferocia a tutti i costi non è sempre un pregio (mi piacerebbe se qualcuno lo spiegasse a Trey Parker, che bravo ma basta).

3. True Blood accosta le logiche della soap opera ai temi dei film di paura, ibridando due forme di intrattenimento altamente compatibili.
Ne avevo già parlato qui, con particolare riferimento alle wasp-novelas per adolescenti Beverly Hills e The O.C.. Riassumo per i nuovi copiosissimi lettori: la soap opera (o comunque la serie di impostazione corale, caratterizzata da ardimentosi intrecci tra protagonisti fissi e scarsa autosufficienza delle singole puntate) va spesso incontro, tramite spietata escavazione nei segreti di un piccolo gruppo di individui costretti all'orribile intimità della convivenza (stessa famiglia, stesso quartiere, stessa cittadina e così via), allo svelamento di uno strato profondo di malessere e marciume. Procedendo per l'alternanza dei processi di mistificazione e demistificazione, la struttura da soap si rivela straordinariamente accogliente per i temi della crudeltà, del tabù, dell'abnormità e dell'inganno. Potrebbe ospitare come si deve anche quelli della mostruosità e dell'orrore, che stanno giusto un passetto più in là.
Per un esempio di tentativo (non del tutto riuscito) in questo senso si potrebbe guardare alla vecchia serie American Gothic, prodotta da Sam Raimi e recentemente riapparsa su Sky.

4. La vecchia faccenda del sesso
La pretestuosa love story tra due tizi carucci potrebbe sembrare un cardine debole e vieto, ulteriormente banalizzato dal fatto che lui è il classico vampiro tormentato del filone revisionista e lei la classica vergine della tradizione letteraria. Invece è una scelta molto efficace, se si tiene conto del fatto che il tema centrale, almeno per il momento, è costituito dalle dinamiche dell'integrazione.
Non per fare l'antropologa de noantri, ma ci sarà bene un motivo se in tutte le storie di relazione tra gruppi egemoni e soggetti marginali la questione del contatto sessuale, momento contaminante per eccellenza, finisce sempre per proporsi come problema prioritario, anche a prescindere dagli oggettivi livelli di incidenza. Volendo restare più in tema, si può pensare alla corposa tradizione critica che riconosce il vampiro come sunto iperbolico di tutte le minacciose qualità predatorie viste nel mito negativo del maschio “straniero”. Insomma, la tresca tra Sookie la cameriera telepatica e Bill il vampiro taumaturgo ci sta tutta.

5. Gli incisivi di Anna Paquin
Sookie la cameriera telepatica è un personaggio stordito, ma così stordito che non lo capisco. Non ne arguisco la personalità e non ne comprendo le azioni. In base a una simile interpretazione mi è del tutto impossibile fare affermazioni sentenziose del tipo “Anna Paquin sa recitare” oppure “Anna Paquin non sa recitare”. Non saprei proprio dire se è brava o meno, però ha gli incisivi distanziati. Gli incisivi distanziati fanno subito simpatia.


GORE GORE LINKS

Coming out of the coffin è un'espressione - evidentemente mutuata dal contesto LGBTQ – che si usa da anni nelle comunità americane di Real Vampires, cioè di persone che avvertono istinti o bisogni “vampirici” e praticano uno stile di vita in linea con queste istanze. Già negli anni novanta Introvigne documentava in italiano, molto seriamente ma se ricordo bene anche un po' moralisticamente, il fenomeno nel suo ponderoso La stirpe di Dracula, segnalando l'esistenza di questo modo di dire insieme alla massiccia presenza dei vampiri reali sul web. Riflessioni e consigli sul difficile momento del coming out si possono trovare in questa sezione del pionieristico sito di supporto per vampiri Sanguinarius.org.

Scopri che gusto di Tru Blood fa per te con il test su Truebeverage.com!
Io, modestamente, ho le stesse preferenze di Oscar Wilde (solo in fatto di sangue e di Robert Ross però. Una roba anche solo lontanamente simile a Bosie non la toccherei nemmeno con la canna da pesca).
[ AgonyAunt a proposito di arte dello zapping, bare vergini e dentacci ]
[ link ] [ commenti (7) ]
mercoledì, 18 ottobre 2006

IL SANTO: UN UOMO DA AMARE

Ho iniziato a collezionare cinema, quando reperire film in videocassetta era un’ardua impresa, quando il solo pensiero di poter catturare e conservare delle immagini trasmesse in tv era considerata l’innovazione del secolo. In quel periodo possedere un film ed avere la possibilità di vederlo tutte le volte che se ne aveva voglia, costituiva una vera e propria conquista di libertà.
In questo scenario futuristico, apparve un uomo… o meglio l’immagine di esso: Enrico Ghezzi.
Nonostante la maggior parte dei fruitori del servizio pubblico ne dica peste e corna (incomprensibile, presuntuoso, spacciatore di false verità o più semplicemente “cazzone”), io amo Grezzi per una serie infinita di motivi.

Amo Enrico Ghezzi  principalmente per aver reso disponibile a (quasi) tutti una porzione di cinema cha altrimenti sarebbe rimasta per sempre (in Italia) nel limbo del misconosciuto.
Fuori Orario detiene il primato di aver trasmesso “la Casa” di Raimi nella versione non censurata TV, i film di Ozu, di Tsukamoto, di Russ Meyer, di John Waters, di Jose Mojica Marins, molti film francesi di registi sconosciuti dalle nostre parti (Zonca, Dumont, Lifshitz, Doillon, Pradal), film russi, iraniani, tailandesi, indiani. Penso ad un bellissimo film egiziano dal titolo “La mummia” sull’interpretazione del mito visto dalla parte dei diretti interessati, film senza mostri, bende e ammennicoli vari o a quel capolavoro che è “Spider Baby”.
Insomma non sto a fare l’elenco di non so quanti anni di programmazione, ma ringrazio immensamente il “buon” Enrico per aver(mi) dato la possibilità di “vedere” determinate cose. 
Amo Enrico Ghezzi per essersi “inventato” l’espediente del “fuorisincrono”. Ciò che a molti può apparire come una stronzata, racchiude un forte senso critico ed una spiccata vena ironica: l’immagine priva di un adeguato supporto culturale (sotto qualunque forma esso venga espresso) è solo un’immagine.
Amo Enrico Ghezzi perché scrive esattamente come parla, leggere un suo libro equivale ad ascoltare un’ introduzione di Fuori Orario.
Amo Enrico Ghezzi perché, a differenza di suoi più famosi e quotati colleghi (che si mettono giacca e cravatta per parlare di Truffaut e Godard, mentre ruttano e scoreggiano se devono recensire Brian Yuzna e Larry Cohen), mantiene lo stesso tono indipendentemente dal film che si trova di fronte, usando la stessa terminologia tecnica e la stessa enfasi critica sia per  un “cumshot” di Gerard Damiano che per un piano sequenza di Ernst Lubitsch.
Questa sua onestà intellettuale ha il grande pregio di conferire ad ogni pellicola la propria dignità, considerando il cinema per quello che (nel bene e nel male) in effetti è: un’espressione artistica.
Molti accusano “Fuori Orario” di trasmettere film noiosissimi e, per questo, “inutili”.
Se Amos Gitai, Ingmar Bergman, Aleksandr Sokurov, Abel Ferrara, Alain Resnais, Rainer Werner Fassbinder, Werner Herzog, Rene' Clair, Jean Vigo, Krzystof Kieslowski e le altre migliaia di registi trasmessi da Ghezzi sono noiosi…beh non ritengo illecito desiderare di morire di noia.
Amo Enrico Ghezzi perché è ancora lì…
[ IlDemone a proposito di leggende, arte dello zapping, anti eroi e altri eroi ]
[ link ] [ commenti (17) ]
domenica, 01 ottobre 2006

LA ZONA MORTA

Non sono la più fedele e devota delle lettrici di Nocturno, tuttavia - benché mi sia capitato di concepire qualche dubbio sull'obiettività di alcune recensioni - lo considero la fonte cartacea più professionale del settore. Quanto sto per scrivere non muta la sostanza di questa opinione, anche se presumo possa liberare margini di riflessione (moralista) sul contesto in cui s'è forgiata.

Non sono rimasta molto scossa dall'ampio spazio concesso sull'ultimo numero al designato campione d'incassi I Pirati dei Caraibi (dopotutto è un fantasy e ci sono dei filibustieri-calamari, nevvero?), ma le due (2) pagine su The O.C. mi hanno proprio perplessa.
Nessuna insofferenza da suffragetta altro-cinema, nessun sospiro da intellettuale schifata (temo peraltro di non potermi più permettere queste smancerie, giacché giorni fa ho assisto con assoluto sollazzo all'ineffabile "Secchioni e Pupe" - una cosa su mediaset con Papi, capisci?), mi sono solo domandata con un po' di sgomento chi mai, fra coloro che comprano Nocturno, avrebbe scorso sul serio quell'inenarrabile numero di righe invece di saltare alla prossima portata con il solerte dispregio naturalmente destinato a una pubblicità, chessò, di YSL pubblicata fra la Posta dell'Arbitro e L'Angolo del Radiatore su 'Sorche e Motori'. Il quesito ha ovviamente prodotto un’inquietante ipotesi di risposta.

Normalmente, visto che guardo pochissima televisione, ho il buon senso di osservare un decoroso silenzio quando se ne parla. Ma stavolta favello a ragion veduta: so bene di cosa sia O.C. ed è appunto di cotanta sudata erudizione che vado a fare bruto sfoggio.
Trama: un ragazzo un po’ violento ma sottosotto bonaccione e soprattutto poverissimo viene adottato da una coppia di wasp del cui unigenito e forbito erede finisce per diventare amico fraterno e controparte atletica (nulla di gay, insomma). Il fanciullo, dopo iniziali problemi di inserimento, tromberà la Miss del liceo e ricorderà a noi tutti che non esistono solo le Porche e i Martini, ma anche i sentimenti, le scazzottate sulla sabbia e quattro o cinque espressioni Jimmy Dean che magari non avevamo mai pensato di poter assumere.
Insomma, è il tipico telefilm “per ragazzine” guardato soprattutto dai trentaquarantenni colti che non perdono una puntata e poi si compiacciono di stigmatizzarlo in pubblico in quanto diseducativo e scontato. Certe pose si potrebbero pure mettere da parte, dico io, anche in considerazione del fatto che la patetica scusa “lo guardo perché amo il trash” ha cessato di funzionare nel 1996, anche se qualche sprovveduto se la beve ancora in relazione ai film di Lando Buzzanca. Oggigiorno occorre procacciarsi  dei figli di tredici anni su cui rovesciare la responsabilità del telecomando, o l’unica scelta che resta è fra un simpatico outing e una pudibonda simulazione d’incompetenza.

Comunque, non conosco bene gli intrecci di The O.C., ma la mia impressione, recentemente confermata da spettatori più esperti, è che si tratti del discendente diretto del serial anni '90 Beverly Hills aggiornato agli usi e alle mode del secolo nuovo: con diversi protagonisti, dunque, e pettinature molto più discrete per le griffatissime ninfette del caso.
L'ambientazione ricorda un po' Society (alta società, orribili segreti Peyton Place, meccanismi esclusivisti, famiglie deformi) o se vogliamo Schegge di Follia (crudeli sottomondi scolastici, biondismo, fighetti e figli di papà VS nerds e alternativi profondi). I protagonisti sono adolescenti smarriti e ben vestiti, che si aggirano per questi scenari Glamorama rigorosamente a doppio fondo: alcolismo, anoressia, freudismi discount e relazioni pericolose sono all’ordine del giorno senza però che il nichilismo Ellis mai s’affacci dal teleschermo. Il tono, filtrato da orridi dialoghi soap, è semmai più prossimo a uno straziato e iperbolico sentimentalismo Douglas Sirk, il che fa di codesta poltiglia una minestra non molto sapida ma piuttosto verace.

No, non posso dimostrare che non siano cose noiose e sinceramente non mi sentirei di consigliarle a nessuno. Non intendo nemmeno nobilitare O.C. & soci come sottovalutati frullati pop.
Voglio solo dire che nella telenovela adolescenziale c’è qualcosa di appassionate, di appassionante perchè lurido. Questo marciume inosservato e quotidiano che i Kinghiani sono soliti enumerare tra i primati del loro idolo, viene espresso a mio giudizio in maniera più genuina e immediata in O.C. e Beverly Hills che non nelle serie “per adulti” che hanno spopolato nelle ultime stagioni grazie a un cocktail paraculo e tutto sommato inconsistente di eleganza formale e tracce sfacciatamente nasty. Penso in particolare a Six Feet Under, a Sex and The City e a Nip/Tuck, che a differenza di E.R. e Oz (di cui già dissi le lodi) mi hanno sempre ispirato un’indicibile (e abbastanza arbitraria, ammetto) antipatia e che non a caso restano induttori di teledipendenza socialmente/intellettualmente accettabile.
Voglio anche dire che esiste un muto e misterico interstizio, un'ombrosa dead zone estranea alla geografia dell'ovvio ma non alle emancipate e amorali rotte del marketing, in cui il target di Nocturno Cinema e quello Kiss Me collidono, si abbracciano e si fondono come in un'orgia di Yuzna.
Perciò quelle due (2) pagine ci stanno tutte, e ora me le vado a leggere.
[ AgonyAunt a proposito di arte dello zapping ]
[ link ] [ commenti (30) ]
lunedì, 04 settembre 2006

ZAP 2 - Il ritorno...dalle ferie

Ciò che appare come un'insita maledizione ciclica, priva di ogni sorta di soluzione e destinata a colpire in eterno la condizione umana, tanto da trasformare l'uomo in un continuo "ritornante" (cioè le ferie), ha colpito anche il sottoscritto.
Di episodi da raccontare ce ne sono molti, di film su cui scrivere moltissimi, di fatti e misfatti ancora di più...col tempo riuscirò a colmare queste lacune. Al momento mi soffermo su qualcosa (intra)visto ieri sera su una TV privata.
Zap...un ebete con un modellino di aereo in mano gioca al piccolo terrorista...zap...una darkettona è intenta a verificare l'integrità di un pneumatico...zap...un cinquantenne vestito da pinocchio corre dietro una farfalla (mah!)...zap...la cicciona di mezzetà insiste nel volermi far diventare milionario...zap...la giovane bionda in guepiere ha lasciato il posto al fratello (presumo) che mi fissa con lo stesso sguardo della sorella...zap...un patinato e malinconico bianco e nero mostra le gesta (in stop motion) di un gigantesco gorilla.
Faccio una premessa: King Kong (1933) è il film più triste della storia del cinema. Come accaduto ad altre pellicole dell'epoca (mi viene in mente "il gobbo di notre dame" del 1923) anche per questo film si innesca un perverso meccanismo innaturale, per il quale un'opera di puro divertissement si trasforma in qualcos'altro. Pur non avallando pretese autoriali e non cercando di subliminare il benchè minimo messaggio sociale, la puerile ingenuità e la trasparente buona fede di questo film, travisano gli intenti degli autori al punto da ritorcersi contro.
Ciò che doveva (in origine) mostrare la contrapposizione tra i buoni principi e l'integrità morale dell'essere umano (da una parte) e l'istinto brutale e la totale mancanza di emotività del mostro (dall'altra), finisce col diventare un (involontario) inno di protesta verso la spietata crudeltà umana ai danni di un essere fragile, maltrattato ,deriso, ingabbiato e alla fine ucciso.
Kong è un bambino sperduto in un mondo che non riesce a comprendere e da cui non viene compreso. Sebbene rappresenti la risposta della RKO ai mostri Universal (il successo di "king kong" slavò la RKO dal fallimento) ed in particolar modo al Frankenstein di Whale (di cui ne ricalca la struttura narrativa) si differenzia da questi per l'esasperazione del concetto di "diverso" spogliato della corteccia di "malvagità" e dall'aspetto inquietante che contraddistingue i mostri "Classici". Kong ispira tenerezza, la paura che suscita deriva esclusivamente dalla sua mole.
La scena conclusiva di Kong appollaiato sull'empire state building crivellato dall'aviazione e la sua conseguente espressione di stupore nel vedersi vulnerabile ai colpi di quelle che considera solo mosche è straziante. Lo sguardo perso sulla mano sporca di sangue, del suo sangue, la consapevolezza di una sconfitta senza lotta, per lui capace di combattere e vincere un T-rex, rappresenta uno dei momenti più commoventi della storia del cinema.
Il film si chiude con una battutta (famosissima) di Carl Denham (l'artefice della cattura di kong) il quale al poliziotto che sentenzia - "Denham, gli aeroplani ce l'hanno fatta!"- risponde - "Oh no, non sono stati gli aeroplani, la bellezza ha ucciso la bestia!". In questa battuta sono racchiusi gli intenti iniziali del film della RKO, nel docile sguardo di kong morente le reali valenze della pellicola.
Per chiudere due parallelismi a cui "King Kong" rimanda. La figura di Kong ricorda molto quella di John Merrick: un prodotto di madre natura considerato il "mostro". La scena finale (la scalata sul grattacielo) riporta alla mente l'equivalente (citazione) di "The Rocky Horror Picture Show", in cui Rocky (the creature) scala l'antenna della RKO portando sulle spalle il corpo di Frank'N'Furter (iloveit!).
Grandiosi gli effetti per l'epoca.

[ IlDemone a proposito di arte dello zapping, anti eroi e altri eroi ]
[ link ] [ commenti (4) ]
venerdì, 18 agosto 2006

ZAP - Il Cult(o) del Demone -

Le afose notti estive riservano delle liete sorprese.
Il mio sport preferito, conclusa la quasi sempre parca cena, consiste nello zapping selvaggio stravaccato sul divano, con in mano un bicchiere (da degustazione) di vino bianco. Questo perché i palinsesti di agosto sono talmente scarni ed esorcizzati dal demone dell’auditel da proporre perfino cose interessanti.
Se è vero che le vacanze distraggono il 90% degli spettatori abituali, le varie reti televisive evitano di “bruciare” l’ultimo reality o prime visioni “da favola” in favore di copie master rivestiste da coltri di pulviscolo, ammucchiate proprio lì, in quel cartone vicino al cesso.
Durante l’esercitazione di questa frenetica pressione dei polpastrelli sui, sempre più piccoli, tasti del telecomando possono accadere le cose più impreviste.
Tg della notte… zap… Alberto Angela illustra compiaciuto i rituali di accoppiamento di non so quale famiglia di bacarozzi… zap… Stivaletti aiuta un tizio di colore a diventare bianco (non è Michael Jackson!)… zap… Mastrotta dimostra come con un tegame puoi farci di tutto… zap… una cicciona di mezza età cerca di convincermi che basta una telefonata per diventare milionario… zap… una giovane bionda in guepiere cerca di convincermi che basta una telefonata per prenotare un posto in paradiso (per fortuna ambisco a ben altre destinazioni)… zap… il faccione catalettico di Jean Sorel fissa il vuoto…
Dopo la quarta circumnavigazione completa dei canali memorizzati nel dignitosissimo (ed ancora catodico) 28” i miei tediati neuroni accusano una certa spossatezza, ma la visione di quei pochi fotogrammi, di quella datata fotografia, di quel volto identificativo di un pezzo di  storia del cinema, agiscono da eccitante. L’adrenalina inizia a defluire, assumo una posizione più consona all’evento, mando giù un generoso sorso di Colomba Platino e divertito rifletto su quanto sia vitale saper riconoscere, identificare, catalogare un film da pochi secondi, anche se non lo si è mai visto… quasi un dono, un ghigno mi sfugge.
Impiego circa un minuto per dare un titolo alla misteriosa pellicola: La corta notte delle bambole di vetro di Aldo Lado, è il 1971.
Sebbene catalogato nel calderone del “giallo all’italiana”, il film di Lado è “un’altra cosa”.
Quello che sembra un cadavere viene ritrovato in un parco di Praga, giunto in obitorio i medici ne constatano il decesso, ma la mente di Gregory Moore (Jean Sorel) è ancora funzionante ed inizia a ripercorrere gli eventi che lo hanno portato fin lì.
Si nota immediatamente il piglio autoritario e privo d’incertezze del regista (qui anche autore di soggetto e sceneggiatura), la qualità e la professionalità di un cinema che non c’è più e la voglia di esprimere delle idee. La bellezza delle immagini colpisce come un pugno in faccia. Il fascino delle locations (Praga e Belgrado) e la vena surreal-popolare di Lado confezionano degli affreschi di spiccato valore artistico.
Mentre Gregory e Mira si rincorrono vogliosi tra le lapidi del cimitero ebraico, ne approfitto per riempirmi il bicchiere vuoto. La narrazione scorre piacevolmente lenta, il meccanismo dell’indagine s’innesca. Mira scompare nel nulla, Gregory fa di tutto per ritrovarla. Alcuni personaggi e determinate situazioni vengono dipinte con un raffinato gusto kitch, per sottolinearne il degrado ed il latente marciume interiore.
I flashbacks sono di tanto in tanto interrotti dalle voci dei medici della morgue che si chiedono come mai la temperatura corporea di Gregory rimanga costante.
Tra un indizio e l’altro, tra un tassello aggiunto al puzzle, la morte di coloro che tentano di aiutarlo e la constatazione di avere tutti contro, Gregory giunge lì dove tutto è iniziato: Il Klub 99. Qui Lado raggiunge l’apice della sua forza espressiva.
Una setta, di un culto non esplicitamente satanico, si cela dietro l’associazione musicale Klub 99, l’intento primario di questa congrega è quello di fare in modo che nulla cambi, di inibire la sovversione delle strutture sociali esistenti, aumentando il numero degli adepti ed offrendo loro sesso e ricchezza. Ogni forma di ribellione viene drasticamente punita con la morte. Questa la sorte destinata a Mira rea, per ammissione del gran sacerdote di aver: "rifiutato ricchezza e sesso, le esche da noi usate in tutto il mondo, le droghe che più di ogni altra addormentano il pensiero e la coscienza." La repressione violenta della ribellione giovanile (i membri della setta sono per lo più anziani) richiama evidentemente “la primavera di Praga”. Tralasciando le corrosive connotazioni politiche e le graffianti critiche sociali, davvero straordinaria è la resa visiva della cerimonia. Gregory in evidente stato confusionale vaga tra i farneticanti corpi nudi degli invasati adepti, una giovane donna in estasi giace distesa su un altare scarificale, mentre il gran sacerdote svela al protagonista il nodo oscuro di questo intricato rebus. L’orgia rituale con i corpi avvinghiati e contorti degli anziani membri del Klub 99 è talmente perversa e marcia che a confronto la scena equivalente di “Eyes wide shut” (che deve molto al film di Lado) sembra girata da un’educanda delle Orsoline. Molto vicina , invece, come efficacia al finale di Society. La danza incerta della mdp è scandita dalle note “instabili” dell’onnipresente (nelle produzioni italiane di quell’epoca) Morricone.
** SPOILER ** (dovuto) 
Dopo l’ultimo flashback risolutivo, si ritorna nella morgue. Gregory giace sul tavolo operatorio, pronto a mostrare le proprie viscere ad un cenacolo di studenti universitari. L’effetto catatonico della droga che lo ha paralizzato perde efficacia. PP della mano destra. Le dita vibrano impercettibilmente. Sullo sfondo la sagoma del medico armata di bisturi avanza. Il medico espone agli studenti i dettagli dell’operazione, sulle tribune si scorgono i membri del Klub 99. PP la mano destra di Gregory acquista vita e si stacca dal tavolo. Il medico la blocca e conficca il bisturi nel cuore. Il medico è il gran sacerdote. Il film si chiude sul primo piano urlante di Jessica, unica rimasta a parteggiare per Gregory. Il finale è geniale, crudele, malsano. Alzo il bicchiere e brindo a Lado.
Il film è dichiaratamente politico e spudoratamente non in linea con lo stile del “giallo all’italiana” o meglio con la formula narrativo-economica di Dario Argento, bensì più vicino ai canoni Polanskiani. Anche se i critici “seri” (a torto ovviamente) ne accusano la carenza di sangue e di ritmo, “La corta notte delle bambole di vetro” è un film essenziale per la videoteca di un Cultore che si rispetti…e mi so scolato una bottiglia di vino
[ IlDemone a proposito di arte dello zapping ]
[ link ] [ commenti (6) ]
venerdì, 04 agosto 2006

KINGDOM HOSPITAL vs E.R.

In questte notti mi sto godendo senza continuità Kingdom Hospital, la serie prodotta da S.King che con il solito sprezzo del concetto di superfluo riscrive The Kingdom (Lars Von Trier, 1994) in una quindicina di puntate . Premetto diligentemente che mi era molto piaciuto l'ispiratore, a mio giudizio una delle più belle (e meno irritanti) prove di Von Trier, e che chiaramente questa edulcorata variazione sul tema mi fa un po' di senso, ma non mi pare cosa utile né dilettevole dilungarmi in paragoni tra i due regni.
A mio giudizio il vero prodotto con cui Kingdom Hospital va confrontato è E.R. - Medici in prima linea, che non è il mio serial d'importazione favorito (tale privilegio spetta sicuramente a Oz) ma di cui sono stata  un'incurabile fedelissima, soprattutto durante il primo anno di passaggio su raidue. Come E.R., K.H. ha il pregio di fornire l'alibi della trama e una cornice non del tutto rozza a chi teme troppo per la propria reputazione nell' accostarsi a cosine più schiette e ruspanti quali Beautiful, Dallas o, volendo, Elisa di Rivombrosa.
Rispetto alla soap pura e a E.R., K.H. offre anche agli spettatori meno robusti una probabilità di sopravvivere fisicamente alla chiusura della serie e può permettersi di esibire un tapiro zannuto di indiscusso valore trash.
A parte questo però, E.R. stravince il confronto:

1. E.R. è più splatter, mediamente più ritmato e vanta alcuni personaggi meravigliosamente macchiettosi e splendidamente impersonati: il repubblicano donuts-dipendente della reception, la dottoressa Weawer e Il dottor Romano (i miei cocchi, che sono in qualche modo ciò che in E.R. più si avvicina al villain), lo scimmiesco e odioso dottor Benton, il gorilloso e pacioccone dottor Ross, il nerd paziente dottor Ciccio, il miliardario leccaculo dottor Carter e tanti altri, tutti capaci di offrire gloriosi spunti d'identificazione in quanto nevrotici, tossicomani, irrisolti, complessati e con l'armadio ingombro di scheletri.
Non vale per tutti, ma nella maggior parte dei personaggi di E.R. c'è un potenziale protagonista di horror sottocosto.

2. E.R. è in generale molto più horror di K.H., specie se si considera che il secondo parte col dichiarato intendimento di qualificarsi come tale. Ufficialmente membro solo del neutro sottogenere ospedaliero, di fatto si lascia spesso coinvolgere da temi che si ritrovano un giorno sì e l'altro pure fra i sottotesti preferiti dei film di paura. In particolare penso alla colpa, al libero arbitrio e alla dipendenza, costantemente riproposti in posizione nucleare dalle biografie dei singoli caratteri o dal quadro corale, ma anche a qualche menata sociale che piacerebbe a un Romero ormai specializzato nel tristo ruolo di maestrino.

3.  Ancora, E.R. è più volgare perchè propone una teoria di oddities e mostruosità niente male, saccheggiando barzellette da corsia e leggende metropolitane per presentare mangiatori di strumenti chirurgici, sindromi di munchausen, sindromi di normberga, incidenti di percorso in sessione bdsm, psicotici violenti, fistole fuori luogo, serial killer e chi più ne ha più ne metta.

4. E.R. ha una sigla d'inizio da paura, bella ma bella, nell'immortale stile di Supercar, Magnum P.I. e forse perfino Chips (ma qui capisco che mi sto allargando).

Contro cotanto bendiddio cosa può mai una bimba combinata come le dollz sui blog delle darchettine splinderiane?
[ AgonyAunt a proposito di arte dello zapping ]
[ link ] [ commenti ]

CREDITI // SOME RIGHTS RESERVED • I contenuti del blog sono pubblicati sotto una Licenza Creative Commons. Possono essere usati altrove, purchè non a scopo di lucro: l'unico obbligo è citare la fonte con un link a questo blog e condividere con la stessa licenza.

TEMPLATE • Agony Aunt • FONTS • Last Man Fiesta • HOSTING • SplinderImageshack • ISPIRAZIONE • Crawfordbest

L'INDISPENSABILE DISCLAMER • Alcune delle immagini a commento dei singoli articoli sono state reperite sul web (ebbene sì, l'orribile google). Il loro impiego non intende ledere chi ne detiene i diritti e l'autore del blog, ovviamente, si dichiara disponibile a rimuoverle in qualsiasi momento.

CHI LO AVREBBE MAI DETTO ? • Che ci crediate oppure o no questo pregevole blog non può essere considerato una testata giornalistica, giacché lo si aggiorna aperiodicamente, a scopo di svago e sollazzo, e senza alcuna speranza di lucro.

ANTICHRISTPORNOSTARGMAILCOM • Per quelle comunicazioni che non possono trovare spazio tra i commenti.