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SHEITAN (Regia di Kim Chapiron, Francia 2006)
“Chi cazzo è Kim Chapiron?”
Assillato da tale assioma mi sono spinto alla visione di Sheitan. Titolo affascinante, cast pericoloso, regista sconosciuto… nazionalità invitante.
Non nascondo di avere un debole per il cinema prodotto dai cugini d’oltralpe (come etichetterebbe i francesi il più erudito dei telecronisti sportivi) e di fiutare come un famelico segugio le tracce del cinema indipendente inedito nel nostro belpaese. Ma ammetto, senza vergogna, che i miei anticorpi cinefili iniziarono a manifestare la propria intolleranza ergendosi a difesa del mio prezioso tempo ed urlando ai miei centri motori “NON LO FATE!”.
In effetti il rischio “bufala” era del tutto ipotizzabile e sostenuto da un cast che al suo interno annoverava la coppia Cassel/Bellucci.
Ma la curiosità, stavolta, ha vinto sul buonsenso, così mi sono deciso (affascinato dall’inquietante semplicità della locandina) di vederlo.
“Sheitan” è un teen-horror…francese. E questo vuol dire tutto e niente.
Non è affatto facile estrapolare una sinossi da questo film. Diciamo che un gruppo di ragazzi, dopo una notte brava in discoteca si ritrovano a dover fronteggiare la follia di una famiglia, “prigionieri” in una casa sperduta nelle campagne francesi…ma anche questo non vuol dire nulla.
Estremizzando la sintesi, il film di Chapiron rappresenta il contrapporsi di due universi diametralmente opposti ma divisi solo da pochi chilometri d’asfalto.
La periferia francese è luogo di enorme ricchezza espressiva. Gli abitanti delle lande del nord transalpino sono tutti potenziali protagonisti di assurde (e quotidiane) vicende. Vi posso assicurare, essendo stato assiduo frequentatore dei posti, che Joseph (il folle fattore interpretato da Vincent Cassel) se si aggirasse davvero tra i boschi della bretagna passerebbe del tutto inosservato.
Ma tornando all’oggetto del contendere, è interessante sottolineare come la figura del cattivo di turno non rappresenti il folle omicida che spezzetta, tagliuzza e viviseziona giovani malcapitati (per la gioia dei nostri palati sopraffini) vittima delle proprie turbe psichiche. Jospeh è l’incarnazione del male classico, che lo si voglia chiamare Demone, Lucifero, Satana o (appunto) Sheitan, poco importa. Ciò che conta è come Cassel sia riuscito, in maniera impeccabile, a racchiudere all’interno del suo personaggio follia, sadismo, determinazione, ambiguità ed ironia. Dando vita ad uno dei personaggi cinematografici più inquietanti degli ultimi anni. Finalmente non un cieco disegno malefico, ma un (altrettanto malefico) progetto logico curato nei minimi dettagli.
Si evita così il rischio di precipitare nella banalità più bieca e di rivedere cose già viste più volte.
In Sheitan si respira il male, lo si vede crescere fino ad esplodere in un finale che racchiude perle di genialità. I momenti di grande interesse sono molteplici, ma su tutti vorrei segnalarvi gli impattanti minuti iniziali ed un’interessante discussione di tema religioso durante la cena di natale, vigilata dallo sguardo satanico (da incorniciare e conservare gelosamente) di Jospeh.
“Sheitan” è custode di verità e ribadisce dei concetti che ogni buon cinefilo si porta dentro: i francesi sanno fare cinema, non hanno paura di osare e riescono a rendere “autoriale” qualunque cosa facciano (bella o brutta che sia); Vincent Cassel è un grandissimo attore e quando si libera dall’ombra di ingombranti produzioni (qui è lui stesso il produttore) la sua recitazione a ruota libera coinvolge lo spettatore fino a stordirlo; il ruolo perfetto per Monica Bellucci è apparire in una sequenza di tre secondi mentre si ciuccia un dito gemendo…
Nei titoli di coda c’è un fotogramma (porno) subliminale, da mettere in pausa e godere per capire meglio lo spirito di questo film. La sorella di Joseph è meravigliosa!
La duplice visione di questo film non è servita però a diradare quel dubbio che ormai ha assunto i connotati di un’inconfutabile certezza: “Chi cazzo è Kim Chapiron?”
[ link ] [ commenti (6) ]
BLOCKBUSTER: QUANDO LA GLOBALIZZAZIONE SERVE...A QUALCOSA
Non amo noleggiare film in genere, per due motivi:
1) Accidia…mi scoccio a riportare i film, mi dimentico…venivo ripetutamente sanzionato.
2) Mi dispiace riportare i film, perchè li colleziono anche quando non sono granchè.
A volte però i simpaticoni della catena videonoleggio più conosciuta al mondo rinnovano il loro stock mettendo in vendita i film da noleggio a prezzi interessanti.
Mi è capitato così che a Caserta, entrato per caso nel blockbuster locale sono stato attratto da un cartellone che annunciava “ 5 DVD 20euri”.
Mi sono tuffato tra il ricco espositore che raccoglieva i vari titoli e spulciando tra la spazzatura (tanta in verità) ho trovato quanto segue:
- BERSAGLI (1968) di Peter Bogdanovich con Boris Karloff, piccola chicca thriller di ambientazione cinematografica
- DEAD HEAT (1988) di Mark Goldblatt con Treat Williams, Joe Piscopo. Anomalo zombie movie con un gustoso cameo di Vincent Price. Per quanto ne so non disponibile per la vendita.
- L’ULULATO (1981) di Joe Dante. In assoluto uno dei migliori film sui lupi mannari, adoro Joe Dante, versione speciale in doppio dvd con eccezionali contenuti speciali.
- LA MORTE E LA FANCIULLA (1995) di Roman Polanski. Claustrofobia vicenda di amore, sesso e odio.
- SLASH (2001) di Neal Sundstrom. Non so nulla di questo film. Credo sia un teen-slasher-horror-movie…ad altissimo rischio “cagata pazzesca”, preso perché la copertina ricorda molto “Grano rosso sangue”.
Insomma per una spesa di 20 euri (4 euro a dvd) ho preso davvero della buona roba, anche se ho dovuto scremare parecchio.
Vi consiglio di bazzicare (con estrema moderazione) il blockbuster a voi più vicino…una volta ogni tanto vi capiterà di trovare qualcosa di interessante.
HOSTEL - Il Film
Hostel è il film pulp che trovi nella videoteca sotto casa, ed è giusto che sia così. Fatto con enormi mezzi, ben scritto, ben girato e ben fotografato, senza tirchi ricorsi all’estetica dello snuff (e con tutti quei soldi ci mancherebbe pure). Due o tre scene di bellezza manierista. Pur avendolo preso a causa di un lapsus freudiano ho passato una serata piacevole a guardarlo. La cosa che mi è piaciuta di più di Hostel è locandina italiana. Credo sia l’immagine perfetta per un film che vuole vendersi come disturbante. Evoca due delle cose che fanno più impressione all’uomo medio: lo stupro maschile e il dentista. Una di quelle immagini che ti fanno mormorare con un tocco di invidia: quel pubblicitario sì che si guadagna il suo certamente enorme stipendio.
La cosa che mi è piaciuta di meno è il fatto che, pur partendo da un plot interessante e malgrado la dose di splatter non del tutto gratificante ma apprezzabile, il film risulta completamente sostenibile. Manca di morbosità ed è superficiale. Di fatto gestisce come un abitudinario film di azione quello che poteva evolversi nei toni di una cupa e dissoluta leggenda urbana. Il secondo tempo somiglia davvero tanto al videogioco sul sito ufficiale.
Per la verità certi aspetti molto tetri vengono sfiorati. Purtroppo sono proposti fuggevolmente, il che lascia pensare a qualche intuizione disdetta. Un esempio di quanto dico (ma potrei farne mille, o almeno cinque) è la personalità dei quattro mattatori che Roth ci lascia incontrare. Almeno due loro mostrano tratti e comportamenti classici dei serial killer (e se te lo dico io che ho visto un’infinità di speciali macabri su raidue con annessa intervista a Lucarelli…) : il desiderio di conoscere la vittima, di coltivare per quanto possibile una relazione con lei, oppure l’urgenza di procurarsi un feticcio. Gli altri due [1] sembrano promettere qualche genere di riflessione sul nesso fra la mattanza e tutto il denaro che costa. Cenni in cui puoi intravedere l’orma di un’ipotesi o solo di una certa attenzione, drasticamente disillusi dal finale che risolve la questione sadica con un proverbio degno di Maurizio Costanzo per banalità e indolenza. Naturalmente la brevità delle prigionie e delle immolazioni può funzionare come ritratto di una frenetica catena di montaggio, ma di fatto annulla anche lo spazio del sequestro, impedisce di misurare le proporzioni dell’oltraggio e di constatarne la crudeltà, liquida come una tappa quello che era stato propagandato come contenuto fondamentale del film. Le colpe credo vadano in gran parte all’impianto bipartito della sceneggiatura. Il primo tempo postadolescenti in vacanza e tette al silicone è smisurato, si poteva mutilare con agio. Tanto: se non hai visto Dal Tramonto all’Alba non vai certo a vedere Hostel e se hai visto Dal Tramonto all’Alba allora non ci caschi più (a maggior ragione se c’è un dettaglio inquietante per ogni coppia di capezzoli).
Antipatia a pacchi negli extra: la versione commentata da Roth, Tarantino e Nonricordochi della produzione. Detestabili. Sembra di guardare il film con una versione sado-chiassosa della Gialappa’s che ciancia in americano.
[ 1 ] uno dei cattivi è Miike, che mi piace tanto. Lo trovo un uomo inquietante però e, anche se detto da me, stavolta non è un complimento. Ad ogni modo, dichiarando di non aver ancora visto il film finito, ha rilasciato una dichiarazione tiepida a splattercontainer.com.
LAPSUS FREUDIANO ( Hostel - Il prequel )
- Nell’archivio? – domanda giustamente smarrito lui, socchiudendo gli occhi dietro lenti sottilissime da miopia minore.
- Con il PC – suggerisco, sfilandomi un pelo di gatto da sotto la spallina del top. Ho l’aspetto disordinato che raramente assumo in casa se non aspetto visite. – puoi dirmi quanti film avete di un certo regista?
- Ah… sì credo di sì… - lui guarda il monitor, quasi con diffidenza. Lo schermo blu puffo si riflette sul vetro degli occhiali assieme ai segni pallidi dei caratteri bianchi. Dopo poco armeggiare col mouse conferma, ma la sua sicumera è ormai inappropriata – Sì posso. Chi?
- Herzog.
- Come?
- Werner Herzog. – scandisco ma non troppo, perché non sono mai stata una maleducata. Mi sento però vagamente depressa.
- Come si scrive? – c’è qualcosa di un po’ sprezzante, mi pare, nella sua completa assenza di curiosità per un nome che non conosce.
- Erzog, solo con l’H davanti. – La vaga depressione discende direttamente dalla consapevolezza improvvisa di un fatto: non tutti i giovani uomini poco attraenti che lavorano in una videoteca sono Onnivori Divoratori di film come Tarantino. In un conato di pessimismo ipotizzo proprio che nessuno di loro lo sia. A certi livelli la rarità eguaglia comunque l’inesistenza, almeno da un punto di vista bassamente pragmatico.
- HHHErzok… – aspira lui mentre digita – HHHerzok… No, niente.
- E’ HHHerzoG. Con la G. – mi ci ero affezionata non poco, ora che ci penso, a questo luogo comune dell’Onnivoro Divoratore della videoteca. Nelle mie fantasie galvanizzate dall’autorappresentazione o autopromozione di Quentin Tarantino collocavo questo romanzesco animale ben al di sopra del comune cinefilo, per via dell’occasionalità con cui secondo la leggenda esso consumerebbe i suoi pasti.
- HHHerzoG… No, niente. – ripete lui dopo breve ricerca, con il vago accento d’accusa di chi è stato appena costretto ad uno sforzo infruttuoso.
- Eh, sono cose un po’ vecchie in effetti.. – Secondo la leggenda, avendo tutto quel che esce a sua disposizione l’Onnivoro Divoratore della Videoteca potrebbe permettersi di scavalcare i canonici canali di selezione delle recensioni e dei consigli. Potrebbe andare alla deriva, ben lungi dalle rotte squisite dei raffinati e anche da quelle non meno convenzionali dei modaioli, pasteggiando senza pregiudizi nel filmone impegnato, nel mainstrem impudico e nei sottogeneri non fighi (non oggi, non ancora).
- Mi spiace.
- … – Lo guardo senza intensità, concentrata su Quentin Tarantino, sul miraggio del Divoratore Onnivoro che si dissolve nello sfondo lattiginoso della fantasia letteraria con il genio etilista e autodistruttivo, con l’autostoppista serial killer, con la puttana dal cuore d’oro, con il testamento segreto del clochard miliardario.
- …? – segni di impazienza, anche perché fa caldo.
- Prendo HHHostel. – dico alla fine, e capisco di essere una sprovveduta a illudermi così per nulla e a farmi disilludere così dal nulla e a cascare sempre in certi lapsus freudiani. Nemmeno quel minimo di umorismo tempista per esclamare subito doh.





























