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I PICCOLI PIACERI DELLA VITA

Ammetto a malincuore, di attraversare lo stesso mare melmoso in cui si perdono le tracce di Agony e che, al momento, sono pochi gli attimi di ludico piacere che la vita ci (a me e alla zia Agonia) riserva. Tra questi (per me), uno viene direttamente dal regno unito, sottoforma di quattro pacchettini ben confezionati e che contengono:
- Serum (zombies movie di Reanimator ispirazione)
- Rest Stop: Dead Ahead (horror-thriller di stampo stradale)
- Die Monster Die! (in Italia La Morte dall'occhio Di Cristallo con audio in ita)
ma soprattutto
- The Bruce Campbell Collection: My Name Is Bruce / Bubba Ho-Tep / The Man With The Screaming Brain / Alien Apocalypse (4 Disc)
Il tutto per poco più di 20 euri. Il cofanetto di Bruce è spettacolare, play.com è spettacolare… prezzi bassi (o meglio giusti), niente spese di spedizione ed entro una settimana hai tutto nella buca delle lettere. Ogni qualvolta ho un momento libero, e qualche euro sulla postpay faccio shopping…con infinita soddisfazione. Vivamente consigliato a chi vuole che la vita non sia solo melma maleodorante, ma anche piccole gioie quotidiane….ovviamente se si incarna l’indole della depravazione…e della perversione…altrimenti ci si può accontentare anche di un bel tramonto…de gustibus…
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LOBO - IL FILM

A quanto pare Guy Ritchie farà un film sull'Uomo. Cioè su Lobo, il grottesco cacciatore di taglie Czarniano nato negli anni '90 come commento dissacrante ai classici supereroi punitori. Avido, violentissimo, erotomane, metallaro, bianco e nero come un Kiss, sovente coperto delle frattaglie delle sue vittime e dotato di armi ignorantissime, Lobo si è ritagliato un posticino nei nostri cuori come anti-supereroe rozzo e venale e ora si prepara a sbarcare sul grande schermo.
Keith Giffen, creatore di Lobo e autore della sua più precoce e violenta incarnazione per la DC, non è stato interpellato per il film e non ne sa troppo più dei fans. Si augura che la riduzione di Guy Ritchie punti sull'umorismo nero e, informato della candidatura di Jeffrey Dean Morgan, dichiara che preferirebbe un attore non troppo famoso, per evitare che l'immagine di un divo cannibalizzi e sovrasti quella dell'Uomo.
Personalmente, non ho mai trovato i contenuti di Lobo troppo “per adulti”, semmai ci ho sempre visto un piacevole - e in un certo senso anche educativo - esercizio di sana ironia. Malgrado questo, comprendo e condivido le perplessità dei fan sulla compatibilità tra il PG-13, che a quanto pare sarà il rating della trasposizione, e lo spirito del fumetto, per il semplice fatto che “There may be depictions of violence in a PG-13 movie, but generally not both realistic and extreme or persistent violence”. Ecco, il problema è proprio questo: l'efficacia comica di Lobo si basa esattamente sull'uso continuo della violenza estrema.
Tutto questo mi fa tornare alla mente un'avventura di Lobo, pubblicata a ridosso degli ultimi numeri della seconda serie di Alan Grant, oggettivamente già alla frutta.
Si intitolava “The All-New, Non-Violent Adventures of Superbo!” e ipotizzava un cambio di immagine del bruto Czarniano, deciso dai vertici della DC per andare incontro al pubblico mainstream.
Il riluttante Lobo, in queste pagine, veniva sbarbato, pulito, pettinato come superman, dotato di un nuovo veicolo e perfino di un costume giallino con tanto di mantello. Il progetto di revisione del carattere era poi definitivamente attuato sottoponendo lo stesso Alan Grant a una sorta di Cura Ludovico a base di elettroshock: ogni volta che Lobo imprecava, si abbandonava alla sua passione per il massacro o alle sue irruente inclinazioni sessuali, lo sceneggiatore veniva folgorato da una scarica elettrica. Da qui, la sensibile variazione nell'indole e nel gergo del nostro eroe. Per esempio, un proposito schiettamente lobesco quale: “Giusto!Sfrakatzo qualche skrauso finchè un altro verme confessa e poi li sfrakazto per sempre!” si ammorbidiva nell'old-fashioned: “Giusto! Rintraccerò l'ignobile malfattore e lo consegnerò alla giustizia!”.
Ovviamente il tutto si concludeva in un tripudio di sangue e merda - un happy end, per Lobo - ma nel frattempo il pubblico poteva sperimentare il piacere masochistico di vedere il suo truculento beniamino trasformato in un mascellone in calzamaglia: SuperBo. (Potete rimirarlo nella scansione sotto il titolo del post, mentre discute di nudi femminili con un editor e inchioda davanti alle strisce per lasciar passare una vecchietta.)
Orbene, stanti le minacce rappresentate dal divieto ai minori di 13 anni e dalla presenza nella sceneggiatura - pare - di una bambina come comprimaria del nostro eroe, penso si possa dire che lo spettro di SuperBo incombe cupamente sull'incarnazione cinematografica dell'Uomo.
Mentre aspettiamo il 2010, pregando con ardore affinché la piccina di cui sopra faccia la stessa fine della maestra di Lobo, possiamo riguardare questo piccolo corto del 2002, tratto dal bellissimo speciale “The Lobo Paramilitary Christmas Special” e amorevolmente diretto da Scott Leberecht. Su wikipedia si può leggere la fiabesca storia della sua realizzazione.
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LA SPOSA PROMESSA (The Bride, 1985)

Trama: Il barone Sting, un tizio più antipatico di Ruggero Deodato e pieno di perfida ubirs, mette a punto due creature. Per la nota equanimità del Fato, il maschio salta fuori con le sembianze di un Clancy Brown stempiato e imbruttito dal trucco, mentre la femmina è Jennifer Beals, l'ambrata e incantevole star di Flashdance.
Per il mostro le cose vanno più o meno come da tradizione, se si esclude il subplot piuttosto stucchevole della sua amicizia simbiotica (un po' in stile Master-Blaster) con un nano istrionico e coraggioso. Creduto morto dal suo creatore, egli si allontana dal castello per intraprendere una serie di sfortunate avventure nel mondo crudele, ma mantiene un legame telepatico - inesplicabilmente intermittente - con l'oggetto delle proprie ossessioni romantiche: Eva, la creatura femmina.
In questa versione della storia, Eva è la protagonista: è lei a farsi un'idea del mondo attraverso la lettura dei classici e a sfidare il proprio creatore. A differenza del mostro della Shelley però, la Sposa non è costretta a mendicare briciole clandestine di sapienza: ha a sua disposizione la biblioteca del barone, intenzionato a educarne il gusto e l'intelletto per tramutarla in una stepford wife da salotto ottocentesco. La cosa funziona fino a quando l'indipendenza intellettuale di Eva la mette in grado di riflettere sul mistero delle proprie origini nonché di sfottere le lacune del mad doctor sulla bibliografia di Shelley e Keats. Messo alla berlina sui capisaldi della letteratura inglese, che mai può fare un platinato idolo patriarcale se non arrendersi gli stereotipi misandrici e tentare la via dell'assalto sessuale?
Direi che La Sposa Promessa è interessante. Ma l'aggettivo “interessante” lo pronuncerei come se stessi manguicchiando tramezzini minuscoli davanti al cubo di plastica bluastra e bruciacchiata che è il pezzo di richiamo del vernissage.
Non è che non si possa guardare, che non rappresenti qualcosa, che non testimoni un'epoca o che non sia stato fatto a partire da un concetto stimolante. E' che è un prodotto fondamentalmente banale, privo di cura artigianale (grossolani problemi di continuità, soluzioni estetiche costose ma previdibili) e pure con un sacco di pretese.
Il motivo per vederlo però c'è, e sta nel fatto che questo film finisce nell'impossibile, incredibile happy end che chiunque abbia un cuore, anche piccolo, ha sempre disperatamente sperato per il povero mostro ramingo e incompreso.
Per una volta il barone precipita nel cazzo di dirupo, così impara a comprarsi un castello con un affaccio così manierista. Non compianto crepa, tira le cuoia e finalmente marcisce.
Il Mostro invece no, lui sopravvive e salva la fanciulla. Lei lo riconosce e non ne ha più paura. Non le importa delle cicatrici e non le importa dell'eloquio Forrest Gump. Il Mostro e la Sposa hanno un sacco di cose da dirsi. Scappano insieme, vanno via, lontano, forse a Venezia.
Musica sdolcinata in sottofondo e titoli di coda.
WOLVERINE, PERCHE' ?
Perché questa gente che altrimenti farebbe buoni filmoni di botte, esplosioni e acrobazie si ostina a farcirli di intermezzi drammatici, epici o sentimentali girati con ovvia inettitudine e perciò criminalmente banali? Perché?Una volta c'erano i film in cui Schwarzenegger, supereroe di fatto se non di diritto, si armava fino ai denti e andava a sterminare i cattivi con il kalashnikov, che erano molto numerosi ma in compenso tutti miopi.
Ovviamente anche quelle vecchie glorie dedicavano due momenti drammatici all'archiviazione della tediosa formalità "motivazione dell'eroe e suo spessore umano", ma erano proprio due, due di numero, e cioè: Schwarzenegger scopre che sua figlia è stata rapita (dopo i titoli di testa) e Schwarzenegger riabbraccia sua figlia rapita (prima dei titoli di coda). Tra questi episodi giustamente parentetici stanziava il film vero, cioè una rumorosa orgia di calci in culo, incendi e sparatorie, senza interruzioni o stucchevoli incursioni in registri estranei alle corde degli autori.
Perché X-Men Origins: Wolverine non può essere così? Perché deve impantanarsi in situazioni strappalacrime allestite a cazzo di cane e sipari romantici girati malissimo?
Non si capisce.
A parte questo e a parte il fatto che ci sono veramente tutte le scene più banali che il filone revenge possa offrire - da quella in cui Wolverine, l'eroe disperato rigorosamente inquadrato dall'alto, strilla "nnooooo!" con il corpo esanime dell'amata tra braccia a quella in cui Wolverine, l'eroe impassibile, si allontana con cinica noncuranza dalla deflagrazione apocalittica alle sue spalle - si può anche guardare.
Molto meno perdonabile, in un prodotto di questo tipo, è il fatto che a tratti gli effetti speciali siano poco convincenti. Si veda, per esempio, la trista scena del cesso in cui Wolverine, l'eroe maldestro, familiarizza con gli artigli placcati di Roger Rabbit.
Un punto a favore del film è invece la villosa avvenenza di Sabretooth, qui fratello malvagio di Wolverine, che annusa, ringhia, picchia come un fabbro e si acquatta per correre in ambio. Liev Schreiber sostituisce in questo ruolo lo zombiano Tyler Mane, che a suo tempo aveva fornito una versione un po' meno realistica e assai meno orgonicamente rilevante del carattere.
Questo Schreiber mi ha colpita anche per una ragione che non può essere dedotta dalla foto in alto a destra. Mi è sembrato l'attore più calato nell'umore atteggione e iperbolico che ci si aspetta dall'interprete di un supereroe Marvel. Mi è sembrato bravo, insomma. Non c'era bisogno ma, come si suol dire, fa sempre piacere.
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THE WRESTLER
La storia del corpo di Mickey Rourke sembra un'inversione malvagia del primo tempo di Johnny Handsome, dimenticata parabola di deformità e vendetta che alla fine anni ottanta falsificava John Merrick sull'impunita faccia da Vogue del nostro eroe. Rourke, un bravo attore, nasce con la faccia da bonazzo spettinato e si fabbrica un solido corpo da pugile per portarla in giro. Interpreta scopatori inquieti e duri hard boiled con l'impermeabile, diventa un sogno erotico mainstream. Poi abusa di sé, decade. Si mette a fare la boxe professionistica. I suoi connotati si rimescolano e si inspessiscono, la chirurgia plastica peggiora le cose. La sua faccia, destinata dai geni a una maturità introversa e virile, diventa un'incarnazione di errori, ineffabile giunzione tra tutte le specie di cicatrici possibili (lesioni da divo maledetto, pugni di altri uomini, esperimenti dei pinhead di Hollywood). Certo cinema intuisce il suo potenziale di icona della dissoluzione e si appropria browninghianamente della sua mostruosità, intagliando brevi sipari entro cui spettacolarizzarla. Penso all'idolo troppo vissuto di un'irritante paraculata intitolata Spun, al coriaceo bestione di Robert Rodriguez (che aveva addirittura il chihuahua) e in parte a Marv di Sin City, declinazione iperbolica del tipico macho sentimentale milleriano.
Questa serie di spettrali cameo prefigura le identificazioni morbose che hanno spezzato il cuore ai fan di The Wrestler.
II. Un mondo di colpevoli e di eroi
Nel wrestling tradizionale la contrapposizione tra lottatori non si esaurisce nella competizione atletica ma fornisce la rappresentazione articolata un contrasto tra due stereotipi, due stili di vita, due mondi morali.Il conflitto in questione è normalmente inscenato in termini abbastanza manichei e il suo svolgimento procede per tappe topiche che il pubblico riconosce e gestisce meno ingenuamente di quanto si potrebbe pensare. La struttura è vicina al registro della leggenda popolare, ma evidentemente comparabile, secondo Aronofsky, anche a quello della sacra rappresentazione.
I dialoghi italiani di The Wrestler hanno maldestramente tradotto heel con “suola” e face con “faccia”, nel tentativo di lasciare alle espressioni la loro allure gergale. Forse sarebbe stato più ragionevole parlare semplicemente di “cattivo” contro “buono”. “cattivo” contro “buono” è un canovaccio base.
Un heel è un tipo superbo, sleale, inaffidabile, uno che il pubblico, per un motivo o per un altro, percepisce come nemico; per esempio può essere devoto a un perverso sistema di disvalori (si va dalle posizioni antiamericane a un dissennato culto del caos), egoisticamente privo di ideali o semplicemente accecato dalla sete di potere.
Va notato che l'heel non è necessariamente un malvagio totale, spesso anzi è un ex buono, talora ottenebrato da una passione irrazionale o perfino tratto in inganno da un manager jago. Non è nemmeno detto che la reazione del pubblico al suo carisma negativo si esaurisca nel “semplice” disprezzo: gli appassionati potrebbero riconoscere un interessante valore eversivo alle sue posizioni impopolari o cogliere qualcosa di liberatorio nella scorrettezza politica delle sue invettive. Ciò non toglie che in linea di massima il suo compito è “farsi odiare”.
Insomma, l'heel è il villain del wrestling, con tutto quello che ne deriva, e naturalmente ha una nemesi positiva: il face, l'eroe, il buono. Leale, sportivo e di parola, costui può anteporre alla vittoria valori più importanti del successo personale (per esempio il fair play o l'amicizia) e spesso è proprio a causa di queste nobili inclinazioni che finisce nei guai. Il buono è la maschera con cui si suppone che il pubblico intenda identificarsi, perciò si comanda che egli debba sopportare grandi traversie se vuole portare a casa un meritato trionfo.
Tendenzialmente il face incassa più a lungo e più duro dell' heel, proprio perchè può - e deve – mostrare una sovrumana tolleranza del dolore fisico, battersi prima di tutto contro i propri limiti e superarli per ascendere alla vittoria (o alla successiva rivincita, quando è il caso di tirarla per le lunghe).
Un Eroe non vince facile: lui subisce, soffre e si riscatta. Lo fa anche grazie al sostegno del pubblico, che lo considera un paladino e un redentore; la fiducia della platea è il suo più grande potere, il deus ex machina delle sue battaglie, capace perfino di infondergli una temporanea invulnerabilità ai colpi dell'avversario. [1]
Generalizzando, si potrebbe asserire che la differenza tra un heel e un face standard sta proprio nel fatto che il buono non combatte solo per sé. L'antagonista cattivo invece - sociopatico come ogni villain che rispetti – si accompagna unicamente ai desideri egoistici, alle brame contorte, ai sodali opportunisti e ai propri errori. L'heel affronta il ring immerso nello sconcertante isolamento degli esclusi. Non c'è nessuna ingiustizia in questo: la colpa è sua. Il pubblico può perdonare solo fino a un certo punto.
III. Usa la mia gamba, Ram!
Ram esibisce tutti attributi canonici del lottatore positivo: aspetto massiccio ma rassicurante (chioma selvaggia e schiarita, abbronzatura californiana), emozionate tema di ingresso e uno spiccato atletismo. E' un face dell'età di Hulk Hogan e ha conosciuto lo stesso immane livello di popolarità e successo, solo che in maturità, invece di andare in onda su MTV come Ozzy, continua a esibirsi nell'orbita meno redditizia delle federazioni minori. Il canovaccio dei sui show però resta invariato a prescindere dall'esemplare mutazione degli avversari e dei contesti.
Nei tre incontri mostrati dal film si batte con un campionario di heels eccezionalmente esaustivo: il punk anarchico, lo psicotico “mansoniano” e il villain mediorientale, nemico storico di un feund lungo 20 anni.
Gli scontri – tutti - sono raccontati come contenitori tanto dell'elemento fittizio, inquadrato dalle convenzioni dello show ( accordi nel backstage; ripetitività della trama tripartita: cattivo prevale – pubblico prega – buono rimonta; salto come acme), quanto di quello veridico, definito dalla minuziosa documentazione del dolore fisico e dello sforzo atletico.
Nel passaggio da un match all'altro il rapporto tra verità e fiction non si altera (il wrestling è sempre il wrestling) ma quello tra la rappresentazione dei due elementi sì sovverte gradualmente, concentrandosi in modo via via più aspro su un corpo che il pubblico è esplicitamente indirizzato a leggere come luogo del martirio dagli sproloqui di Marisa Tomei (qui irragionevolmente bella, peste la colga) sulla Passione di Cristo.
Il primo incontro è oggetto di una narrazione tradizionale: il fuori scena, il ring e il dopo incontro sono rappresentati nell'esatto ordine cronologico e lo spazio da dedicare a ciascuno dei tre momenti è ripartito in modo equilibrato e convenzionale. Durante l'antefatto nel backstage, la solidarietà tra gli alteti è descritta più diffusamente degli accordi sulle evoluzioni da affrontare per divertire il pubblico.
La villaina dell'heel è ritratta come pura interpretazione, le sue provocazioni al face in ambasce (“ormai sei vecchio!”) sono declamate per essere udite oltre le corde.
Il sangue c'è, ma sgorga da una ferita piccola e autoinflitta: è quasi make-up.
Il salto è una ciliegia: la spettacolare mossa aerea, la zeta di zorro.
Negli spogliatoi, dopo il match, Ram incontra ancora con il suo avversario: i lottatori sono una famiglia.
Il secondo incontro è raccontato per flashback: l'occhio del cinema (fiction) è dunque un filtro più che mai evidente, eppure l'insistenza sull'elemento cruento induce chi guarda a percepire il momento come impennata realistica. Il backstage ha avuto il suo spazio, ma si è parlato soprattutto di che effetto faccia essere crocifissi con una spillatrice.
L'avversario di Ram stavolta è Necro Butcher (non già il buontempone pittato dei Mayhem, bensì questo lezioso damerino di un metro e novanta, pro wrestler assai caro alle federazioni ultraviolente). Rispetto al devoto figliuolo crestato che le ha prese poco prima, Necro Butcher sembra meno separato dal suo personaggio. Parla in modo stranamente ossequioso ed è inquietante.
Mentre i due se le danno di santa ragione, tirandosi addosso di tutto e sanguinando copiosamente, il martirio di Ram si dichiara per tale, complici il grand guignol gibsoniano e la topografia evangelica delle piaghe. L'orchestrazione delle metafore di questo segno è disarmantemente aperta: a un certo punto Ram stende Necro Butcher usando la protesi di un fan senza una gamba, una specie di ex voto hardcore che chiarisce la sua natura di campione e redentore - fallo per me, con una parte me, fallo al posto mio.
Il salto è un crollo, una caduta, una rovina.
Negli spogliatoi manca il calore solidale che abbiamo visto dopo il primo match. Quando Ram vomita e stramazza a terra è solo.
Il terzo incontro, finalmente, è l'immolazione suicida. Ci arriva tramite il precipizio di Ram nella coazione a ripetere, nella solitudine e nell'errore. Esemplare in questo senso è la sua notte brava: dimenticarsi della figlia per fottersi una groupie irrilevante è quello che questo personaggio ha sempre fatto nella sua vita di padre. Il suo desiderio di cambiare non si scontra con la cattiva volontà, ma con una banale predestinazione tragica. Ram non è un malvagio, ma trasforma in cacca tutto quello che tocca. A un certo punto non è più possibile perdonarlo.Prima del combattimento c'è stato un solo scambio, piuttosto freddo e sbrigativo, tra Ram e l'Ayatollah. Intuiamo che tra i vecchi leoni deve esserci una rivalità autentica, forse una certa antipatia. Di fatto, quando Marisa Tomei raggiunge Rourke prima dell'ingresso in uno stadio di serie A, il nostro eroe è solo.
Il match è documentato come un “vero” scontro.
Le provocazioni dell'heel sono sussurrate, sono proprio per Ram: al massimo può sentirle l'arbitro.
La sofferenza e il travaglio restano spettacolari e spettacolarizzati; non sono però pianificati, ma previsti come tappe obbligate di un'allegrissima necessità soteriologica: la macellazione catartica.
L'Ayatollah e l'Arbitro capiscono e vorrebbero aiutarlo ma è troppo tardi, perchè s'è fatta l'ora del salto. Che infatti è una sentimentale ascensione, assolutizzata dal citatissimo fermo immagine.
Qui si spezza il cuore dell'umano pietoso, e più dolentemente ancora si rompe quello del cinefilo pietoso - colui che naturalmente ha odiato The Fountain, che ha giudicato pretenzioso Pi greco - il teorema del delirio e che ora riflette, torvo, turbato, sulle identificazioni. Qui torna a galla l'effetto Johnny Handsome.
Quando Mickey Rourke, con questa faccia vecchia, gonfia, costernata, con il corpo enorme e sgraziato di un guerriero autentico, sanguina nei fili di spine e patisce vulnerazioni cristologiche e botte da orbi, allora il cinefilo pietoso sente di averlo sempre amato e di avere finalmente la possibilità e il diritto di scrivere un post in stile enfatico sul buon ladrone (nella vita, l' heel pentito) che ottimamente si promuove a Gesù Cristo (sul ring, il face che combatte per tutti noi). Gli sembra di essere sempre stato dalla sua parte, di non aver mai scritto salaci perfidie su Harley Davidson e Marlboro Man o caricato sul tubo qualche scena imbarazzante di Orchidea Selvaggia, di non aver mai fatto battute da stronzo sul fatto che gli è morto il cane. Ovviamente non è affatto così.
La gratitudine ispirata da chi per le nostre iniquità è stato trafitto è un sentimento struggente e sostanzialmente vigliacco. E' il sentimento di qualcuno che (con grande buon senso eh, per carità) ha lasciato combattere un altro al suo posto e che poi, dopo, mentre assiste alla sua atroce e necessaria immolazione, si sente proprio troppo colmo di nobile commozione per vergognarsi. Orbene: dopo la domiciliazione delle utenze e lo shopping su Internet, questa mi sembra davvero la cosa più comoda del mondo. Perciò dichiaro che The Wrestler, commuovendomi, ha fatto di me una persona peggiore, più pigra, più cattiva, con un post in stile enfatico all'attivo.
GORE GORE NOTES
[1] Ecco un esempio storico di rimonta sovrumana nel mitologico finale della sfida tra due ex alleati: l'integerrimo Hulk Hogan e Macho Man, che – ahi ahi ahi - non è stato gentiluomo per nulla.
La prima parte è qui.
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MACHETE
Se a diventare un film vero fosse stato Werewolf Women Of The SS non sarei qui a commentare la cosa su Internet, ma a preparare Margarita per gli ospiti della festa a tema sul mio terrazzo. Invece la notizia è che Robert Rodriguez si accinge ad allungare le zampe su Machete (il film) entro questa estate.Io spero tanto che non ci ficchi in mezzo Banderas che schitarra al tramonto (io ooodio Banderas che schitarra al tramonto), ma a parte questo sono contenta, soprattutto per Danny Trejo, finalmente protagonista incontrastato di un film che farà soldi in ogni dove.
Danny Trejo manca il metro e ottanta di un centimetro, ma a vederlo al cinema gli daresti due metri e qualcosa. Ha lineamenti marcatissimi e grevi, tenendenti tuttavia più allo ieratico che al volgare. E' tatuato, vecchio da almeno venticinque anni, con gli occhi piccoli e i pori larghi come tazzine.
Danny Trejo è un tizio nerboruto fatto a forma di solido maschio umano, non di raccapricciante discobolo artificiale forzato del fitness. E' perciò parte di una nobilissima specie in via di estinzione che questa società dissoluta e giustamente destinata alle fiamme infernali non si cura affatto di preservare.
Danny Trejo ha tanto di quel fisico, tanto di quel carisma, che si riesce a sopportorare la sua inverosimile onnipresenza in qualunque produzione che abbisogni di buttafuori laconici, gangster esotici, nativi americani dalla mano pesante, villain butterati o galeotti peso massimo.
Quando guardi la faccia di Danny Trejo pensi: "perdincibacco! questo attore ha giustappunto i connotati coriacei che un'immaginazione banalizzata da troppi action reazionari con Steven Segal potrebbe attribuire a un messicano rude eppur di solido intelletto, veterano di San Quintino la cui sbandata giovinezza ha trovato un fiabesco riscatto nell'eroismo primitivo della boxe!". E infatti è quasi così: la biografia di Danny Trejo è uno di quei riposanti, rarissimi luoghi storici in cui le fantasie banalizzate da troppi action reazionari con Steven Segal e la relatà possono sovrapporsi in santa pace e vivere per sempre felici e contente.
L'happy end di Danny Trejo ha anche meritato un vero e proprio documentario, significativamente intolato Champion (di Joe Eckardt, 2005) e interamente dedicato alla sua avventura di cenerentolo macho sfuggito per un pelo all'american nightmare. C'è pure Dennis Hopper.
Danny Trejo, infine, è il testimonial di una linea di magliette abbastanza fighe, il cui repertorio spazia dall'iconizzazione dei suoi lineamenti virili alla riproduzione dei suoi tatuaggi. Mi piacerebbe tanto averne una, ma non ho il fisico: sono magliette per duri, così per duri che le taglie disponibili vanno dalla 44 alla 56.
(La mia seconda personalità - un macho americano di grossa stazza intrappolato in 50 chili di carne da chaise longue - ruggisce che ne ha le balle piene delle cremine esfolianti, che il Jack Daniel's quello sì che è un whiskey, che vuole subitissimo una maglietta griffata Danny Trejo altrimenti qualche fottuto motherfucker ne farà le fottutissime spese. Non so per quanto tempo ancora riuscirò a controllarlo, ma spero tanto che non prenda il sopravvento prima che mi si siano asciugate le unghie. L'idea che eventuali correzioni restino affidate al maschione con la boccia del Tennessee di 7 anni è veramente troppo horror per i miei gusti.)
CONAN IL CASTO
Matteo Sanfilippo commenta così la versione di Milius dell'eroe di Howard, effettivamente caratterizzata - oltre che da una "massa" decisamente frazettiana - da una specie di cupo e granitico controllo abbastanza distante dagli impulsi selvatici dell'originale. "Il primo Conan era un supermaschio i cui exploits compensavano le frustrazioni sessuali del suo autore e dei lettori. Si potrebbe persino azzardare che la scelta del set barbarico-medievale serviva a dare al personaggio quella libertà sessuale che averebbe stonato in uno scenario contemporaneo. Ancora negli anni sessanta Conan non si accasa mai, dovendo rimanere libero per nuove avventure, ma non disdegna intermezzi amorosi, pur rispettando, in particolare nei romanzi di de Camp, un rigido codice per il quale la partner deve essere consenziente. Negli anni ottanta si produce invece un'inversione di tendenza: Conan diventa l'eroe del puro muscolo (non a caso è interpretato da Schwarzenegger), in un decennio in cui la reazione maschile alla minaccia femminista e la paura dell'AIDS spingono a dimenticare il sesso e ad esaltare il corpo maschile come puro canone estetico.
Il revival barbarico crea così un genere asessuato, un look seminudo e muscoloso, in cui la potenza fisica è fine a se stessa e serve soltanto ad eccitare il narcisismo del body-builder e la complicità maschile."
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IL NUOVO PINHEAD
De gustibus
Il remake – pardon, reboot – di Hellraiser ad opera del perfido Laugier di Martyrs sembra a buon punto, tanto che la prima bozza dello script sarebbe in fase di traduzione. Le proposte per il nuovo Pinhead invece gironzolano in rete da un pezzo e io faccio parte di quella nutrita schiera di fanatici dell'originale che non hanno apprezzato per un cazzo le innovazioni (il fan è conservatore per sua natura, si sa). Cosa c'è che non va, di preciso?
Clive Baker, che aveva progettato di persona il look di Pinhead, lo spiega benissimo al sempre prezioso BloodyDisgusting.com, in questo schietto commento al nuovo progetto dello storico “cenobitaro” Gary Tunnicliffe.
La testa chiodata originale aveva l'aspetto ieratico di un vero cenobita, quello di un essere disciplinato e dogmatico in relazione privilegiata con la dimensione del misterioso e del sacro. Le sue cicatrici precise come rune attestavano il patimento di una tortura liturgica, non “il lavoro di un tizio che si butta sulla faccia di qualcun altro con una motosega”.
Questo naturalmente non implica nessuna distanza del primo Pinhead da un sadismo edonistico e pericolosamente “coinvolto”. Il più marcato e dichiarato riferimento della sua presenza era la classica estetica SM , che propone stilemi molto definiti e tende a rappresentare una gestione fortemente ritualizzata degli istinti sessuali.
Ecco: questo leader dei cenobiti l'istinto del cattivo ce l'ha, però gli manca il controllo e questo è un problema.
Edit: nel post mi chiedevo se anche il regista del nuovo Hellraiser avesse bocciato il progetto. In effetti lo ha fatto prima di Baker, mandando un comunicato corto, abbastanza gelido e orrendamente antipatico a tutte le riviste che avevano diramato le immagini di Fangoria e l'annessa intervista.
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L'ISOLA DEI MISANTROPI
di Monte Hellman, 1988
1800 circa. Il marinaio sfigurato Oberlus, respinto e torturato dai compagni di viaggio in ragione del rivoltante aspetto che gli ha procurato il soprannome di "Iguana", trova riparo in un atollo deserto. Qui, disilluso anche dal silenzio delle divinità voodoo cui aveva innalzato preghiere, si proclama re dell'isola e unico dio di se stesso, dichiarando guerra all'intero genere umano. Per molti mesi Oberlus signoreggia indisturbato sul suo solitario impero di scogli, riducendo in schiavitù chiunque vi faccia naufragio. Violento oltre ogni dire, punisce le mancanze più lievi con piccole amputazioni e quelle più gravi con la morte, disciplinando nel puro terrore un pugno di sudditi in catene: uno scrivano che gli insegna a leggere le imprese utopiche di Don Chisciotte, il marinaio Sebastian, impersonato dal giovane Michael Madsen, la nobildonna Carmen, fascinosa e inquieta vittima dei suoi soprusi sessuali, e infine il duro Gamboa (Fabio Testi), arcinemico di "Iguana" e sadico promotore della sua persecuzione nelle scene di apertura.
Monte Hellman, pur dichiarandosi abbastanza orgoglioso del film, lo ricorda come peggiore esperienza di lavorazione della sua onorevole carriera. A dispetto dell' eccezionalità della location e dell'efficienza del cast, pare proprio che girare Iguana sia stato un incubo e non è difficile credere che i ritardi della produzione, tanto ingenti da permettere alla troupe di lavorare solo poche ore al giorno, e gli evidenti limiti di budget abbiano accorciato il respiro al progetto.
Il prodotto finale, montato con l'accetta dallo stesso Hellman, non è esente da ingenuità o difetti, ma possiede un'infida capacità di seduzione e una rara, ruvida potenza. Le ragioni di questo sinistro magnetismo sono da cercare non tanto nella messa in scena degli abusi di Oberlus, quanto nella laconica constatazione della loro efficacia.
L'idealista del gruppo rinuncia relativamente presto alla pretesa superiorità morale sul suo aguzzino, decapitando un compagno a colpi di machete pur di non essere torturato. Sebastian - il primo schiavo di "Iguana" e quello che porta sul corpo i segni più evidenti della sua crudeltà - sceglie di continuare a servirlo anche quando si ritrova libero e armato. Perfino la volitiva e intelligente Carmen, che pure era stata presentata dal montaggio come potenziale controparte femminile del tiranno sfigurato, finisce col tributare una soggezione masochistica al suo stupratore, esplicitamente confrontato al ricordo informe di "tutti gli uomini deboli e meschini" caduti ai suoi piedi in passato.
L'infallibilità del metodo-Iguana per l'addomesticamento degli umani sembra suggerire un'umiliante consustanzialità della violenza alla loro natura. L'unica opposizione effettiva al disturbante carisma di Oberlus viene infatti dal personaggio di Testi, un altro mostro abbonato all'esercizio perverso del potere e alla somministrazione di punizioni esemplari.
Con mezzi poverissimi e una manciata di splendide facce da western, Iguana indaga l'ambiguità della nostra risposta all'autorità dispotica, estremizzando cupamente la sua capacità di produrre odio e sicurezza, rancore e bisogno. Una volta perduta la spinta passionale della ritorsione, è lo stesso Oberlus a fornire un'analisi razionalizzata di queste dinamiche. Il suo sommesso discorso a Carmen incinta costituisce il picco pessimistico del film, surclassando ampiamente le più maligne scene di violenza e gli odiosissimi stupri: chi meglio ha capito "come funziona" il genere umano è "Iguana", cioè l'individuo che più lo disprezza al mondo, quello che pur di prenderne le distanze ha scelto di idolatrare la propria metà belluina e deforme.
Come il suo villain, Monte Hellman divide un' umanità irredimibile in vittime e carnefici. Da una parte quelli che comandano (Oberlus, Gamboa, ogni animale carnivoro dotato di un brutale istinto per l'oppressione), dall'altra quelli che obbediscono perché sono vigliacchi (lo scrivano), perché sono deboli (il luogotenente), perché sono perversi (Carmen).
Teoria piuttosto angusta e greve, ma anche oggettivamente difficile da confutare davanti a una storia semplice e barbara, assolutamente verosimile, come questa.
Riassumendo: filmone.
Di questi tempi è in programmazione su Fantasy, ma l'hanno passato appena ieri e, considerato il fatto che i prezzi in DVD sono particolarmente ragionevoli, forse non vale la pena di aspettare troppo per rivedere i lineamenti petrosi di Everett McGill seminascosti da mezzo chilo di make-up veramente datato.
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USO PERSONALISTICO DEL BLOG
Se vi viene in mente qualche titolo, suvvia, siate buoni e lasciate un commento.
In cambio, ecco il pregevole santino di S. Bruce Campbell, patrono del mio party di Dungeons & Dragons.





























