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Io ho trovato veramente interessante Jenifer, e il plot di Pelts mi è piaciuto. Probabilmente dipende anche da questioni personali, da un generico debole per personaggi sfigurati e contrappassi eco- vengeance, ma penso che la successiva produzione di Argento rappresenti un passo indietro rispetto al suo contributo ai Masters of Horror: un ritorno a progetti indecisi, incoerenti, lacunosi, sospesi tra la tentazione di inaugurare un nuovo stile e quella di confortare i fan immarcescibili con qualche citazione dal passato. Da una parte lo capisco pure: da quasi venticinque anni i suoi film vanno in pasto a una platea diffidente e sfiduciata, morettianamente intenta a supplicare: “Di' qualcosa di argentiano, Dario, di' qualcosa di argentiano!”Resta il fatto che delle sue cose posteriori a Opera, con la parziale eccezione dei mediometraggi sopra citati, non mi piace nulla, proprio nulla. E vabbè, questa è opinione mia. Potrei pure argomentare, ma non è quello che mi interessa fare adesso. Il piatto del giorno è: gli italiani che commentano l'ultimo Dario Argento in Internet.
Tralasciando una frangia minoritaria di critica professionista o semiprofessionista, dell'Argento recente dicono bene solo i fan dichiarati. Non parlo di soggetti che digitano con il bavaglino da leccaculo al collo, ma di ammiratori autentici, persone che amano Dario Argento in modo puro, disinteressato e tuttavia davvero troppo incondizionato per guadagnare credibilità agli occhi di chi non condivide lo stesso affetto.
Poi ci sono i detrattori. I detrattori italiani di Dario Argento non sono cattivi: sono cattivissimi. Spietati, assetati di sangue, non si fermano davanti a nulla, si abbandonano alla derisione selvaggia, al colpo basso, all'invettiva rancorosa. Sfottono, ghignano, offendono, fanno allusioni al gossip sulla figlia.
Sentir parlare dell'ultimo Argento in modo un po' distaccato, sinceramente critico, è davvero raro. Questo succede perché, per i cinefili italiani, Dario Argento non è un regista ma un amore. Per alcuni è ancora il marito brillante e infallibile della luna di miele, l'insaziabile amante con la tartaruga, per altri è l'odiato ex imborghesito e cretino, panzone, eiaculatore precoce, che non ne combina una giusta dall'estate del 1985. E' difficile disapprovare con misura qualcuno che è stato così importante.
La rabbia contro Dario Argento è appunto quella personale e feroce dell'innamorato deluso, che si scopre insofferente non solo ai nuovi difetti di un convivente troppo cambiato dal tempo, ma anche alle piccole abitudini risapute, sue da sempre, improvvisamente rese intollerabili dalle dinamiche della disaffezione. Questo rapporto velatamente passionale tra Argento e i suoi spettatori italiani è ulteriormente inasprito dal fatto che praticamente, a parte lui, nessuno in questo paese riesce a mandare nelle sale un film di genere. Ai fan dell'horror, bisogna capirlo, l'isolata sopravvivenza di Argento in una scena altrimenti desertica suggerisce l'astio ispirato dal privilegio immeritato.
Di fatto, questo miscuglio di sensata delusione e visceralità romantica ha prodotto e normalizzato una parzialità invereconda nelle conversazioni internettiane intorno a Dario Argento.
La settimana scorsa, il boss di Bloody-disgusting.com, Mr. Disgusting, ha pubblicato tre stills da Giallo, aggiungendo un commento che qualunque visitatore italiano avrebbe vissuto come perfettamente normale e che suonava pressappoco così: “Quelli tra voi che sono rimasti delusi da La terza Madre si preparino a un'incazzatura ben peggiore perchè si dice in giro che Giallo è orrendo”.
A poche ore dall'infelice uscita, Mr. Disgusting aveva già addosso una ventina di utenti indignati dalla pratica, oggettivamente opinabile in un sito che da molto tempo ha dismesso il profilo dell'amatorialità, di smerdare un film senza averlo visto, riferendo con disinvoltura i venticelli anonimi delle strade (invece di limitarsi, non ho capito nemmeno io perché, a un sobrio link verso Variety). Ebbene, i feedback più gentili che gli sono arrivati affondavano perfide deduzioni sul mancato acquisto, da parte dell'ufficio marketing di Argento, di “merdose, irritanti pubblicità flash” su Bloody-disgusting.com, sottolineavano criticamente la promozione di altri prodotti discutibili come Twilight o minacciavano offese migrazioni verso Stillshocktillyoudrop.com.
Come tutti quelli che navigano il world weird web, anche io sono sempre stata combattuta tra la sana antipatia per il vezzo di aggredire siti di quel tipo con l'infallibile argomento populista “fate le marchette a chi vi compra lo spazio” e un' altrettanto sana dose di diffidenza per il meraviglioso mondo dei banner a rotazione e degli accrediti. C'è pure da dire che sfornare aggiornamenti quotidiani e fare newsmastering a manetta è un lavoro su cui vien facile pisciare svaccati sul divano del lato utente o dall'alto di un blog “indipendente” da un post al mese. A me sinceramente Bloody Disgusting va bene così com'è: ci vado quasi tutti i giorni a cercare news e ce le trovo sempre, fresche fresche, sintetiche e sempre aggiornate. Poi magari il commentone articolato ed eccentrico me lo vado a cercare su qualche sito di fiducia, quasi sempre italiano e molto spesso anche amatoriale, ma intanto un'occhiata quotidiana alle novità non me la leva nessuno. Scusate tanto se è poco.
Il punto non è la polemica sulla deontologia editoriale del portale, sicuramente esacerbata da chissà che faida internettiana, ma il casus belli che l'ha innescata. Gli horrorofili di quelle parti, se insinui che “tanto il prossimo di Dario Argento farà cacare”, si incazzano “perché non hai diritto di giudicare senza aver visto”. I cinefili italiani, davanti a un post dai toni similmente scettici, anche se molto più corretti (Cineblog critica solo il trailer e la locandina italiana, ovvero cose fruibili tanto dall'autore del pezzo quanto dai suoi lettori), rincarano la dose e prevedono con veemenza la solita sola.
Insomma, fermo restando il diritto di ciascuno a sentirsi sfiduciato se un autore ha troppo a lungo disilluso le sue aspettative, mi è venuto il dubbio che noi ex-fan di Argento ci stiamo semplicemente comportando in modo scorretto. Comprensibile, giustificabile, ma scorretto.
Bisogna smetterla, un po' perché non è giusto, un po' perché altrimenti prima o poi diventerà simpatico come Uwe Boll. Vabbé che non ha l'aria di essere altrettanto minaccioso sul ring, ma io mi sono comunque ripromessa di andarci più cauta con le sentenze pregiudiziali sui film che devono ancora uscire.
Perciò, se in futuro dovessi cedere alla tentazione di una battutaccia su Giallo, tu, signora mia, hai il permesso ufficiale e il dovere morale di sgridarmi.
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I VAMPIRI NON SONO PIU' HORROR
Tutti noi vorremmo fare cose che patti sociali, condizionamenti culturali e principi etici più o meno fondati ci inducono a considerare cattive. Giacché non siamo del tutto cattivi, o giacché siamo molto spaventati dalle conseguenze legali e/o sociali delle nostre azioni, va a finire che non le facciamo.Per molto tempo i vampiri hanno soddisfatto tutti quei desideri che i nostri scrupoli e le nostre paure ci impediscono di realizzare. Hanno rifiutato l'obbligo di classificazione (né morti né vivi, né umani né animali). Hanno peccato di ubris, sfidando gli dei e brindando con il sangue che è sacro solo a loro. Hanno divincolato il sesso dalla monotonia binaria della genitalità, e lo hanno praticato con soddisfazione e disinvoltura. Hanno orgogliosamente rifiutato di adeguarsi ai tempi che corrono, ora opponendosi alla democrazia dagli orgogliosi bastioni aristocratici, ora respingendo il conformismo dalla penombra eversiva dei margini. Hanno detto no al “meraviglioso” ciclo della vita, alla luce del sole e alle scintillanti fontane che alla gioventù piacciono tanto. Hanno dichiarato apertamente il proprio orrore per i simboli sacri, si sono trasformati in lupi e in pipistrelli. Hanno deflorato le vergini, corrotto i preti, ipnotizzato i viaggiatori, figliato in meno di nove mesi e senza partorire con dolore. Hanno approntato megalomani progetti di invasione silenziosa. Hanno sognato un potere radicale, ingiusto e inebriante. Hanno infranto ogni legge e calpestato ogni tabù. Un tempo ci piacevano per questo.
Dopo la seconda metà dello scorso secolo, le tendenze melanconiche che avevano già ingentilito in prototipi byroniani le sembianze dei vampiri folklorici si sono evolute, di generazione in generazione, fino a sovrapporsi allo strazio dell'uomo postmoderno, frammentato, disperso, incessantemente vessato dall'imbarazzo della libertà.
Le Cronache dei Vampiri di Anne Rice, hanno definitivamente riformato l'archetipo stabilendo la sua forma per gli anni ottanta e gli anni novanta: quella di un cacadubbi straordinariamente longevo e particolarmente sexy.
Nel 1992 è uscito il famosissimo Bram Stoker's Dracula. A dispetto del titolo e del tripudio di trasformazioni, questo film ha di fatto deposto un'eretica pietra tombale sui tratti mostruosi del vecchio vampiro, riducendo il potente stereotipo vittoriano di “tiranno orientale” a un principe azzurro cinefilo e incompreso, coi boccoli. Dracula - l'incubo del contrappasso colonialista, il principe freudiano, la figura della pestilenza, il condottiero poligamo che rivendicava l'impronta genetica di Attila - non viene per conquistare l'occidente, innescare epidemie di lussuria e minacciare l'ordine costituito, ma per fidanzarsi con la reincarnazione di una moglie medievale e abbozzare metafore sulla natura fantasmatica del cinema.
Il vampiro è ancora un affascinante contenitore di desideri repressi e dubbi repressivi, solo che adesso le due pulsioni convivono in lui come fanno in noi, né più né meno. Il succhiasangue degli anni novanta, almeno nel suo grado mainstream, è sempre meno polarizzato, sempre meno mostro e sempre più umano. Identificarsi con lui non implica più l'imbarazzante confronto con i propri lati oscuri, con le proprie tendenze prepotenti, antisociali o semplicemente sovversive. La sua natura difforme lo assimila a una minoranza incompresa o a un individuo tormentato dall'eccesso di consapevolezza prima che a un sinistro agente del caos.
Intorno all'inizio del secondo millennio pochi vampiri da incasso rimangono mostri, e di solito lo fanno all'interno di prodotti che, da Blade (1998) a Van Helsing (2004), sollecitano l'identificazione con il cacciatore, come accadeva nella prima serie di Buffy - The Vampire Slayer. In questi casi la stessa figura del vampire hunter si complica e si riabilita, staccandosi dal perbenismo lagnoso dei suoi predecessori per assumere i connotati antieroici cari al gusto di quegli anni.
Gli eroi vampirici in cui immedesimarsi, nel frattempo, si evolvono nei combattenti atletici di Underworld (2003), un franchise pesantemente influenzato da Vampire – The Masquerade, il popolare GdR della White Wolf in cui i giocatori impersonano vampiri. Selene, la dark lady in latex dalla mano pesante, è stata trasformata con l'inganno da un tirannico vampiro vecchio stile: alla fine del film lo decapiterà (più o meno) per difendere l'umano mutante di cui si è innamorata.
Twilight dichiara concluso questo processo di umanizzazione del mostro, presentandoci una famiglia di sedicenti “vampiri vegetariani”. In realtà Edward e soci non sono affatto vegetariani: consumano sangue animale e si astengono solo da quello di una specie precisa, esattamente come la maggior parte degli umani. Forse allora non sono più nemmeno vampiri. Sono solo Umani Morti. O Umani Non Viventi, se vogliamo dirla con più delicatezza.
La cosa veramente bizzarra è che anche questi vampiri rappresentano un sogno erotico. La loro carica sessuale è ancora indissolubilmente legata al concetto di repressione, anche se in senso opposto ai vecchi modelli. Se i Vampiri di una volta erano attraenti in quanto capaci di opporsi ai gravami repressivi, gli Umani Non Viventi piacciono per il motivo opposto: perché sanno reprimersi come nessun altro. Edward dimostra il suo amore per Bella nel momento in cui riesce a dominare l'istinto di mangiarsela. Edward è fico perché resiste alla tentazione, perché è capace di disciplinarsi e di attendere. Ai miei tempi, signora mia, un giovane maschio in salute che si comporta in questo modo aveva un nome e un cognome: Jonathan Harker.
La conseguenza, prevedibilissima e non necesseriamente negativa, è che la più influente e popolare incarnazione attuale del mito è definitivamente uscita dall'horror, anche da quell'horror poco integralista, quasi irriconoscibile e profondamente contaminato con altri generi di cui ho parlato citando Intervista col Vampiro, Bram Stoker's Dracula e Underworld.
Quello di Twilight non è il pubblico dei film di paura, punto e basta, e i due segmenti di mercato non hanno contatti. L'equazione questa volta è semplice: no mostro = no horror.
Gli amanti del genere hanno ancora voglia di vampiri, ma per averli devono disseppellire la loro carica problematica, la loro dimensione mostruosa. Per ora l'abbiamo riesumata negli spietati invasori di Trenta giorni di buio (lingua antichissima, sadismo predatorio, gigantesche bocche Lon Chaney strapiene di denti canini) e negli attacchi famelici di Eli, la piccola vampira transgender di Lasciami Entrare.
In futuro potremmo avere piacevoli sorprese da Grace, la neonata che nessuna ragazza con la testa sulle spalle vorrebbe allattare, ma forse la cosa migliore è tornare ancora più indietro. Ricominciare da prima che Lord Ruthven sdoganasse il merletto, la bella presenza e le buone maniere. Darsi al folklore dell'Europa dell'est, recuperando le sue rubizze incarnazioni delle paure rurali e dell'invidioso rancore dei morti.
THE AMERICAN NIGHTMARE
Nel complesso, non credo possa dire molto di nuovo a chi ha frequentato parecchio il genere o letto qualcosa sulla sua decantata capacità di sintesi storica. Tuttavia, se le conclusioni generali si limitano a rimarcare una linea interpretativa già assodata, i commenti specifici elargiscono qualche affascinante insight su un gruppo di pellicole di cui non si parla mai abbastanza, tanto sono eccezionali e difficili da esaurire.
Lo vidi la prima volta qualche anno fa su Sky e oggi l'ho ritrovato, scomodamente sezionato in 8 brandelli, su Youtube:
Inserisco qui la quarta parte, che tratta di Texas Chainsaw Massacre, e in particolare di quella che sono tentata di considerare la più traumatica scena horror mai girata: la celeberrima comparsa di Leatherface, chiusa dalla porta che il titolo italiano consiglia così caldamente di non aprire.
Tale Adam Lowenstein, un giovane accademico che da lì a cinque anni avrebbe dato alle stampe Shocking Representation: Historical Trauma, National Cinema, and the Modern Horror Film (che faccio, provo a comprarlo usato?), arriva al punto in merito alla mitica scena della porta.
Da una parte quel brutalissimo lastrone di ferro ci salva dal continuare a guardare, dall'altro ci tenta irresistibilmente a sorpassarlo. Rappresenta l'ambigua zona di confine tra voler vedere e non voler vedere, dunque, in qualche modo, tutto il cinema horror.
P.S.: Prego notare anche i commenti del simpatico John Landis, un uomo evidentemente e completamente pazzo. Dice cose azzeccatissime e davvero intelligenti, ma l'entusiasmo demenziale del suo stile comunicativo le fa sembrare enormemente inquietanti.
Per chi se lo stesse chiedendo: sì, è sempre così, anche in tutte le altre interviste che ho guardato.
QUALCUNO VUOLE, PER FAVORE, PENSARE AI BAMBINI !?
Parlavo giusto ieri di quanto sia difficile, al giorno d'oggi, procurarsi la promozione gratuita di una bella polemica in stile moige. A quanto pare i pubblicitari di Jaume Collet-Serra sono stati così bravi (o così fortunati) da riuscirci. Bloody Disgusting si occupa in queste ore di aggiornarci sugli sviluppi dell'ultima isterica crociata dei Buoni d'oltreoceano: quella contro Orphan, che dovrebbe debuttare nelle sale tra qualche giorno e che - così a naso - mi puzza di innocuo horror manierista sui pupi inquietanti.
Sembra, tra le altre cose, che ben 11 associazioni per l'adozione e la protezione dei minori non abbiano di meglio da fare che scrivere alla Warner per accusarla di nuocere alla causa, alimentando con la produzione di questo film le paure inconsce delle potenziali famiglie adottive.
Il meglio lo ha dato la Christian Alliance for Orphans, che attraverso il sito Orphans deserve better sta progettando l'inoltro di una petizione alla Warner, per obbligarla a ficcare un messaggio pro-adozione alla fine del film e soprattutto a pulirsi la coscienza con una donazione in favore dell'infanzia abbandonata. Considerando il fatto che la casa si era già calata le brache modificando il trailer in ossequio alle prime grida di sdegno, non è nemmeno escluso che l'iniziativa possa avere successo.
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MUM AND DAD
Prendersela con la famiglia tradizionale, uno di quei valori che restano intoccabili solo nell'ufficio stampa del moige, è come sparare sulla croce rossa: un inutile sollazzo cattivista. Non c'è più nemmeno la certezza di raccattare l'inestimabile pubblicità gratuita “nessuno pensa ai bambini” e si rischia semplicemente di annegare nel risaputo stagnetto del conformismo trasgressivo, pieno di pietre già scagliate da un paio di generazioni più tempiste.
Quello di Mum and Dad, sulla carta, è un plot ad altissimo rischio di qualunquismo: una giovane straniera addetta alle pulizie in un aeroporto, Lena, si trova costretta ad accettare per una notte l'ospitalità di due colleghi, la petulante Birdie e il suo silenzioso fratello. Arrivata a casa dei due, naturalmente, la nostra eroina viene stordita e imprigionata. Al suo risveglio scopre che le tradizioni domestiche della sadica Mamma e del violentissimo Papà prevedono le solite amenità: latrocinio, incesto, tortura, stupro, omicidio e cannibalismo. Se vuole sopravvivere, dovrà entrare a far parte della famiglia, assecondandone l'allegro stile di vita.
La materia prima non è molto originale. Shiel è troppo sveglio per non rendersene conto, e spesso promuove con successo digressioni ironiche sullo stereotipo: si vedano ad esempio il porno del mattino e la spartizione degli strumenti di tortura (ferri da calza e forchettoni per la mamma, martelli e altri arnesi da bricolage per il papà). Tuttavia il film sa emanciparsi dal semplicismo della parodia al nero attraverso una gestione del perturbante forse un po' scolastica, ma indubbiamente sicura e coerente. Mum and Dad ricostruisce esperienze, situazioni e conversazioni per forza di cose familiari allo spettatore, ricollocandole in un contesto abnorme ed estraneo.
La faccenda funziona meglio del solito, perciò provo a fare qualche congettura sul perché.
Sicuramente pesa moltissimo il contributo di una squadra veramente professionale e creativa, capace di mimetizzare il budget più che di ottimizzarlo.
Gli attori sono bravissimi - particolarmente impressionante la prova di Perry Benson, con la sua geniale strumentalizzazione di una fisionomia molle e mediocre. Le scenografie, praticamente impeccabili, sfruttano i contrasti inquietanti: la leziosità degli arredi contro le pareti grezze, da prigione; il garage del bricoleur contro l'antro lercio dell'orco; i ninnoli per neonati contro la ragnatela di filo di ferro. Menzione d'onore anche per il raffinato Jonathan Bloom, la cui fotografia si occupa tanto di stabilire il tono di base del film - assolutamente gelido – quanto di sovvertirlo in rare e conturbanti virate drammatiche (di solito in appoggio alle comparse di papà, che come vedremo è il villain viscerale).
Un altro elemento di successo è da individuare nella sensata rinuncia a citare il robusto filone americano sulle famiglie deformi. Agli scenari rurali Shiel preferisce un convincente panorama suburbano, più affine al movimento disperato sulle strade di Butterfly Kiss (Michael Winterbottom, 1995) che alle periferie politiche della working class di Ken Loach.
In primo luogo però, l'efficacia di Mum and Dad si deve alla serietà e alla coerenza dell'indagine sui ruoli e sulle dinamiche interne al gruppo deviante. La riflessione che ne risulta è abbastanza articolata da sorpassare il modello stantio della critica all'istituzione borghese per lavorare sulla famiglia in quanto nucleo identitario di eccellenza.
Il film si muove infatti tra le minacce dell'appartenza e quelle dell'isolamento, paure che qui troneggiano sulla protagonista nelle dimensioni più estreme. Accettare un'identità implica la rinuncia alla selezione autonoma dei propri valori e l'obbligo di partecipazione a dinamiche di potere codificate e spesso niente affatto neutrali a livello morale. Non appartenere d'altro canto significa soggiornare in un limbo insicuro, consegnarsi alla minoranza, con tutta la precarietà che ne consegue sul piano dei diritti.
Se nella casa di Mamma e Papà sei legato al letto, senza voce e senza segreti, negli aeroporti nessuno si accorge della tua assenza, puoi dissolverti nel nulla come una valigia smarrita.
La protagonista è una che ha optato per l'individualismo: ha lasciato sia il paese di origine che un padre autoritario. Quando le conseguenze di questa scelta le ricadono addosso, determinando per vie traverse la fatale prigionia nella casa degli orrori, Lena tenta la via dell'adesione al nuovo contesto. Prova ad assimilare, rapidamente e per via matrilineare, i precetti di un'integrazione che passa dalla sottomissione e dall'arrivismo. Tuttavia sbaglia. Tradisce e viene degradata dallo status di figlia a quello di pet: il rango più basso della piramide familiare. “Un animale domestico non per tutta la vita, è solo per natale”, spiega Papà - evidentemente il tipo di persona su cui le pubblicità progresso contro l'abbandono non fanno presa.
Gli eccellenti dialoghi, probabilmente memori delle verbose arringhe sadiane, sostituiscono alla logica dei filosofi immorali le tediose frasi fatte dei genitori autoritari, tipicamente identificati come portatori di due distinte specie di potere. Il padre, punitore e apertamente tiranno, è quello che si arrabbia e abbaia gli ordini (finché sei nella nostra casa devi stare alle nostre regole); la madre, apparentemente indulgente ed effettivamente versata nell'arte della manipolazione ricattatoria, è quella che si dichiara “delusa, molto delusa” e minaccia l'embargo delle intercessioni (se ne combini un'altra dovrai vedertela con tuo padre: io me ne laverò le mani). I fratelli non sono altro che competitori diretti a cui rapinare privilegi, cavie su cui esercitare l'imitazione o spaventosi fantasmi della punizione.
Dove La Casa Nera di Craven, assimilava la prole adottiva a un bene da accumulare (i ricchi e avidi Robeson conservavano soldi ed eredi scartati nei meandri della casa, senza usarli e senza buttarli), Mum and Dad la riduce a forza lavoro e oggetto di piacere. Cosa da consumare, di gran lunga più simile ai vestiti e ai forni a microonde che all'inerzia vampiresca del capitale di famiglia.
Stando così le cose, non è fuori luogo supporre, al di sotto della storia, una metafora della relazione tra lavoratori stranieri e società accoglienti, o meglio, delle derive assimilazioniste o segregazioniste dei suoi connotati asimmetrici. In ogni caso è un gran bel lavoro sugli orrori dell'identità.
Bocciato soltanto l'epilogo. Non tanto come ultimo stadio evolutivo della trama (ammettiamolo: un film così può finire solo in due modi e Mum and Dad non aspira certo all'Oscar dell'imprevedibilità) quanto per la chiusura sulla puntuale, esatta, precisissima immagine che fino all'ultimo secondo ho sperato di non vedere.
DEADGIRL TRAILER

Ho trovato in rete (inizialmente qui, insieme a una piccola collezione di cose disturbanti, tra cui le già famose immagini del perversissimo Human Centipede) il trailer per adulti di Deadgirl , molto ma molto più bello della versione adatta a qualunque tipo di audience.
Adesso sappiamo che l'eroina mangia il miglior amico dell'uomo, come gli zombie vecchio stile: Cattiva, cattiva Ragazzamorta!
Io non ho ancora visto questo film, e inizio a starci veramente male.
PUBBLICITA' OCCULTA
Consiglio ai pochi, beneamati, sempre fedeli lettori del blog, una rivista.
Trattasi di Taxidrivers, rivista indie di matrice cinematografica.
Vi consiglio di leggere il prossimo numero in edicola da sabato perchè:
- La rivista è davvero indipendente
- Tratta di cinema a 360°, non solo horror
- il numero di luglio è uno speciale monografico su Charles Band (se non sapete chi è...in ginocchio sui ceci)
- Ci scrivo io...
- Uscirà con allegato il dvd rarovideo "Max mon amour" di Oshima.
Sono tutti ottimi motivi per acquistarla, ma se non bastasse aggiungo che nel panorama dell'editoria cinematografica Taxidrivers è l'unica rivista davvero "libera" e tratta cose che non si leggono altrove.
Pubblico in anteprima la cover (fatta da me).
Anche se a Roma dovrebbe trovarsi facilmente, sul sito è presente l'elenco completo della distribuzione.
Un grazie a coloro che decidessero di acquistarla...si sostiene il pensiero indipendente.
Uomini che odiano le donne
un insostenibile Revenge Movie.

Le maggiori potenzialità della storia sono probabilmente da cercare nel personaggio della protagonista che - affidato a Noomi Rapace, un'attrice dalla corporatura atletica e nervosa - indica l'intenzione di superare il modello barbie-armata per costruire un prototipo più bellicoso e nevrotico di amazzone vendicatrice. E' anche interessante l'idea di sistemare sulle tracce di un omicida misogino un'antagonista che, per quanto simpatica e con le sue ragioni, di fatto è a sua volta una specie di serial killer di misogini. Qualcosa che poteva avvicinarsi a una declinazione tatuata e misandrica del modello Charles Bronson.
Purtroppo queste affascinanti premesse si sbracano nell'esasperazione della storia e nella moltiplicazione delle skill del personaggio, cosa che, al di fuori di un contesto schiettamente iperbolico e manicheo come quello action, inizia presto a puzzare di Mary Sue fanzinara.
La nostra eroina ovviamente viene da una famiglia disfunzionale dominata da un padre-padrone, ovviamente si imbatte in un assistente sociale sadico che la stupra (due volte, stile Asia Argento), e ovviamente non riesce a tenersi alla larga dalla sopraffazione maschile nemmeno in metropolitana, dove viene aggredita da una gang di sessisti che le sfascia il Mac al grido di “troia” (e vabbè: qui solo il Vero Nerd può rettamente misurare l'entità dell'affronto, gli altri si limitino a credermi quando assicuro che è una bastardata bella grossa).
Fin qui ci si può stare, perchè è oggettivamente vero che gli abusi di natura sessista – dalle molestie “minori”, tristemente assimilate nella fisiologia sociale, ai crimini più violenti e universalmente riconosciuti come patologici - hanno un'incidenza tutt'altro che episodica nell'esperienza femminile. A tutte le signore, prima poi, capita di vivere momenti di paranoia ed esasperazione: la presentazione di Lisbeth potrebbe parlarci anche di questo, dunque soprassediamo sulla collezione di tragedie.
Il problema è che, a parte il vissuto molto Justine, costei è una hacker fighissima, capace di penetrare qualsiasi sistema, ficcarsi nei laptop dei giornalisti investigativi e smascherare i mega-politici corrotti con un click. Buon per lei, ma ha anche una memoria fotografica da paura ed è intelligentissima. Non basta. Due pacchetti di Marlboro al giorno sulla coscienza e un manifesto problema con l'alimentazione non le impediscono di correre come una lepre. Naturalmente picchia durissimo, padroneggiando armi improvvisate e scalciando come Chuck Norris, e chiaramente se ne va a zonzo su una moto perchè una così dura mica poteva averci la smart con Winnie the Pooh che penzola dallo specchietto. Tralasciamo il trasgressivo vestiario, e passiamo alla psicologia del personaggio: nella miglior tradizione del duro mainstream con tendenze sociopatiche e traumi assortiti nello zaino, Lisbeth è introversa, indurita, terrorizzata dall'intimità e, ça va sans dire, ha paura di innamorarsi. Tempo una settimana infatti è lì che fa l'Elettra borchiata con il giornalista bonaccione, maturo e protettivo.
Orbene, sono cose che hanno il loro perché in un film di Tarantino (che infatti ha messo gli occhi su Uomini che odiano le donne e ne progetta, presumo, la riedizione pulp, citazionista e con un cameo di Mickey Rourke). In un film che funziona come un thriller con Julia Roberts o come uno di quei best seller americani in cui alla fine “tutti i conti tornano”, invece, cotale e cotanta ammucchiata di disgrazie e luoghi comuni risulta irreparabilmente stucchevole.
Tutto il film è come la protagonista.
Non si poteva rinunciare proprio a nulla: i politici corrotti con i conti alle Cayman, i sadici della porta accanto, i nazisti, i delitti biblici alla Seven, i ricongiungimenti familiari in extremis, la storia d'ammore, i "potrebbe essere stato chiunque", il vecchio gentiluomo che non si arrende, le bionde angelicate, le seconde vite nell'esotica patria di Peter Jackson, tutte le lacrime di chi non sa più piangere e la vita che comunque continua. C'è pure il finale della serie “Incorreggibile, fragile, fortissima Lizzie! ne sai davvero una più del diavolo!”.
Insomma, evoluzioni del tipo “poi si scopre che era stato il maggiordomo” avrebbero aggiunto un po' di pepe a questo imprevedibile e cervellotico thriller. Veramente un'occasione mancata, soprattutto perché, volendo, una specie di maggiordomo c'era.
Per il resto, nella mia infinita magnanimità, salvo alcuni momenti dell'indagine sul cold case, l'atmosfera morbosa addensata intorno alla villa patrizia e la scena di revenge sullo stupratore, che ha raccolto gli entusiasmi del giovane pubblico in sala. Premio miglior commento all'ineffabile signore assiso al mio fianco, che ha candidamente lamentato l'eccessiva ergonomia del dildo.La Fondazione Henenlotter, meritoria istituzione per la ricongiunzione dei gemelli siamesi ingiustamente separati alla nascita, segnala infine una sospetta somiglianza tra l'attore protagonista, il melanconico Michael Nyqvist, e Richard Benson, l'Antichrist Antistar dei locali capitolini.
Questo elemento, per cui la Fondazione ha fornito abbondante documentazione fotografica a comprova, vale alla pellicola una valutazione di ben due palle due, in tutti i sensi che il tuo inossidabile istinto da cinefilo può suggerirti.
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