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mercoledì, 29 aprile 2009

A TE LA MALA PASQUA!

Chi di costata ferisce...


un demiurgo manipolatore, ispirato da vegana musa... allettato da pecoreccio ambient cinematografico.
Come tutte le cose che intraprendo, anche questa è rimasta nel polveroso cassetto della memoria per parecchio tempo.
Voleva essere un omaggio a "black sheep" (film che adoro sebbene ne ammetta gli innumerevoli difetti) e nello stesso tempo una sorta di "eat & revenge", con relativa rivalsa ovina sul malefico bipede fagocitante.
Non sono soddisfatto del risultato...ovvio, ma è il mio (piccolo) regalo (in ritardo) di pasqua per la carisssssima zia Agonia e per tutti i (pervertiti) fruitori del blog.

[ IlDemone a proposito di sanguemmerda, glamorama ]
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domenica, 26 aprile 2009

THE WRESTLER

I. Sull 'uso che il mondo ha fatto del corpo di Mickey Rourke

La storia del corpo di Mickey Rourke sembra un'inversione malvagia del primo tempo di Johnny Handsome, dimenticata parabola di deformità e vendetta che alla fine anni ottanta falsificava John Merrick sull'impunita faccia da Vogue del nostro eroe.

Rourke, un bravo attore, nasce con la faccia da bonazzo spettinato e si fabbrica un solido corpo da pugile per portarla in giro. Interpreta scopatori inquieti e duri hard boiled con l'impermeabile, diventa un sogno erotico mainstream. Poi abusa di sé, decade. Si mette a fare la boxe professionistica. I suoi connotati si rimescolano e si inspessiscono, la chirurgia plastica peggiora le cose. La sua faccia, destinata dai geni a una maturità introversa e virile, diventa un'incarnazione di errori, ineffabile giunzione tra tutte le specie di cicatrici possibili (lesioni da divo maledetto, pugni di altri uomini, esperimenti dei pinhead di Hollywood). Certo cinema intuisce il suo potenziale di icona della dissoluzione e si appropria browninghianamente della sua mostruosità, intagliando brevi sipari entro cui spettacolarizzarla. Penso all'idolo troppo vissuto di un'irritante paraculata intitolata Spun, al coriaceo bestione di Robert Rodriguez (che aveva addirittura il chihuahua) e in parte a Marv di Sin City, declinazione iperbolica del tipico macho sentimentale milleriano.
Questa serie di spettrali cameo prefigura le identificazioni morbose che hanno spezzato il cuore ai fan di The Wrestler.


II. Un mondo di colpevoli e di eroi

Nel wrestling tradizionale la contrapposizione tra lottatori non si esaurisce nella competizione atletica ma fornisce la rappresentazione articolata un contrasto tra due stereotipi, due stili di vita, due mondi morali.
Il conflitto in questione è normalmente inscenato in termini abbastanza manichei e il suo svolgimento procede per tappe topiche che il pubblico riconosce e gestisce meno ingenuamente di quanto si potrebbe pensare. La struttura è vicina al registro della leggenda popolare, ma evidentemente comparabile, secondo Aronofsky, anche a quello della sacra rappresentazione.

I dialoghi italiani di The Wrestler hanno maldestramente tradotto heel con “suola” e face con “faccia”, nel tentativo di lasciare alle espressioni la loro allure gergale. Forse sarebbe stato più ragionevole parlare semplicemente di “cattivo” contro “buono”. “cattivo” contro “buono” è un canovaccio base.
Un heel è un tipo superbo, sleale, inaffidabile, uno che il pubblico, per un motivo o per un altro, percepisce come nemico; per esempio può essere devoto a un perverso sistema di disvalori (si va dalle posizioni antiamericane a un dissennato culto del caos), egoisticamente privo di ideali o semplicemente accecato dalla sete di potere.
Va notato che l'heel non è necessariamente un malvagio totale, spesso anzi è un ex buono, talora ottenebrato da una passione irrazionale o perfino tratto in inganno da un manager jago. Non è nemmeno detto che la reazione del pubblico al suo carisma negativo si esaurisca nel “semplice” disprezzo: gli appassionati potrebbero riconoscere un interessante valore eversivo alle sue posizioni impopolari o cogliere qualcosa di liberatorio nella scorrettezza politica delle sue invettive. Ciò non toglie che in linea di massima il suo compito è “farsi odiare”.
Insomma, l'heel è il villain del wrestling, con tutto quello che ne deriva, e naturalmente ha una nemesi positiva: il face, l'eroe, il buono. Leale, sportivo e di parola, costui può anteporre alla vittoria valori più importanti del successo personale (per esempio il fair play o l'amicizia) e spesso è proprio a causa di queste nobili inclinazioni che finisce nei guai. Il buono è la maschera con cui si suppone che il pubblico intenda identificarsi, perciò si comanda che egli debba sopportare grandi traversie se vuole portare a casa un meritato trionfo.
Tendenzialmente il face incassa più a lungo e più duro dell' heel, proprio perchè può - e deve – mostrare una sovrumana tolleranza del dolore fisico, battersi prima di tutto contro i propri limiti e superarli per ascendere alla vittoria (o alla successiva rivincita, quando è il caso di tirarla per le lunghe).
Un Eroe non vince facile: lui subisce, soffre e si riscatta. Lo fa anche grazie al sostegno del pubblico, che lo considera un paladino e un redentore; la fiducia della platea è il suo più grande potere, il deus ex machina delle sue battaglie, capace perfino di infondergli una temporanea invulnerabilità ai colpi dell'avversario. [1]
Generalizzando, si potrebbe asserire che la differenza tra un heel e un face standard sta proprio nel fatto che il buono non combatte solo per sé. L'antagonista cattivo invece - sociopatico come ogni villain che rispetti – si accompagna unicamente ai desideri egoistici, alle brame contorte, ai sodali opportunisti e ai propri errori. L'heel affronta il ring immerso nello sconcertante isolamento degli esclusi. Non c'è nessuna ingiustizia in questo: la colpa è sua. Il pubblico può perdonare solo fino a un certo punto.

III. Usa la mia gamba, Ram!

Ram esibisce tutti attributi canonici del lottatore positivo: aspetto massiccio ma rassicurante (chioma selvaggia e schiarita, abbronzatura californiana), emozionate tema di ingresso e uno spiccato atletismo. E' un face dell'età di Hulk Hogan e ha conosciuto lo stesso immane livello di popolarità e successo, solo che in maturità, invece di andare in onda su MTV come Ozzy, continua a esibirsi nell'orbita meno redditizia delle federazioni minori. Il canovaccio dei sui show però resta invariato a prescindere dall'esemplare mutazione degli avversari e dei contesti.
Nei tre incontri mostrati dal film si batte con un campionario di heels eccezionalmente esaustivo: il punk anarchico, lo psicotico “mansoniano” e il villain mediorientale, nemico storico di un feund lungo 20 anni.
Gli scontri – tutti - sono raccontati come contenitori tanto dell'elemento fittizio, inquadrato dalle convenzioni dello show ( accordi nel backstage; ripetitività della trama tripartita: cattivo prevale – pubblico prega – buono rimonta; salto come acme), quanto di quello veridico, definito dalla minuziosa documentazione del dolore fisico e dello sforzo atletico.
Nel passaggio da un match all'altro il rapporto tra verità e fiction non si altera (il wrestling è sempre il wrestling) ma quello tra la rappresentazione dei due elementi sì sovverte gradualmente, concentrandosi in modo via via più aspro su un corpo che il pubblico è esplicitamente indirizzato a leggere come luogo del martirio dagli sproloqui di Marisa Tomei (qui irragionevolmente bella, peste la colga) sulla Passione di Cristo.

Il primo incontro è oggetto di una narrazione tradizionale: il fuori scena, il ring e il dopo incontro sono rappresentati nell'esatto ordine cronologico e lo spazio da dedicare a ciascuno dei tre momenti è ripartito in modo equilibrato e convenzionale.
Durante l'antefatto nel backstage, la solidarietà tra gli alteti è descritta più diffusamente degli accordi sulle evoluzioni da affrontare per divertire il pubblico.
La villaina dell'heel è ritratta come pura interpretazione, le sue provocazioni al face in ambasce (“ormai sei vecchio!”) sono declamate per essere udite oltre le corde.
Il sangue c'è, ma sgorga da una ferita piccola e autoinflitta: è quasi make-up.
Il salto è una ciliegia: la spettacolare mossa aerea, la zeta di zorro.
Negli spogliatoi, dopo il match, Ram incontra ancora con il suo avversario: i lottatori sono una famiglia.

Il secondo incontro è raccontato per flashback: l'occhio del cinema (fiction) è dunque un filtro più che mai evidente, eppure l'insistenza sull'elemento cruento induce chi guarda a percepire il momento come impennata realistica.
Il backstage ha avuto il suo spazio, ma si è parlato soprattutto di che effetto faccia essere crocifissi con una spillatrice.
L'avversario di Ram stavolta è Necro Butcher (non già il buontempone pittato dei Mayhem, bensì questo lezioso damerino di un metro e novanta, pro wrestler assai caro alle federazioni ultraviolente). Rispetto al devoto figliuolo crestato che le ha prese poco prima, Necro Butcher sembra meno separato dal suo personaggio. Parla in modo stranamente ossequioso ed è inquietante.
Mentre i due se le danno di santa ragione, tirandosi addosso di tutto e sanguinando copiosamente, il martirio di Ram si dichiara per tale, complici il grand guignol gibsoniano e la topografia evangelica delle piaghe. L'orchestrazione delle metafore di questo segno è disarmantemente aperta: a un certo punto Ram stende Necro Butcher usando la protesi di un fan senza una gamba, una specie di ex voto hardcore che chiarisce la sua natura di campione e redentore - fallo per me, con una parte me, fallo al posto mio.
Il salto è un crollo, una caduta, una rovina.
Negli spogliatoi manca il calore solidale che abbiamo visto dopo il primo match. Quando Ram vomita e stramazza a terra è solo.

Il terzo incontro, finalmente, è l'immolazione suicida. Ci arriva tramite il precipizio di Ram nella coazione a ripetere, nella solitudine e nell'errore. Esemplare in questo senso è la sua notte brava: dimenticarsi della figlia per fottersi una groupie irrilevante è quello che questo personaggio ha sempre fatto nella sua vita di padre. Il suo desiderio di cambiare non si scontra con la cattiva volontà, ma con una banale predestinazione tragica. Ram non è un malvagio, ma trasforma in cacca tutto quello che tocca. A un certo punto non è più possibile perdonarlo.
Prima del combattimento c'è stato un solo scambio, piuttosto freddo e sbrigativo, tra Ram e l'Ayatollah. Intuiamo che tra i vecchi leoni deve esserci una rivalità autentica, forse una certa antipatia. Di fatto, quando Marisa Tomei raggiunge Rourke prima dell'ingresso in uno stadio di serie A, il nostro eroe è solo.
Il match è documentato come un “vero” scontro.
Le provocazioni dell'heel sono sussurrate, sono proprio per Ram: al massimo può sentirle l'arbitro.
La sofferenza e il travaglio restano spettacolari e spettacolarizzati; non sono però pianificati, ma previsti come tappe obbligate di un'allegrissima necessità soteriologica: la macellazione catartica.
L'Ayatollah e l'Arbitro capiscono e vorrebbero aiutarlo ma è troppo tardi, perchè s'è fatta l'ora del salto. Che infatti è una sentimentale ascensione, assolutizzata dal citatissimo fermo immagine.

Qui si spezza il cuore dell'umano pietoso, e più dolentemente ancora si rompe quello del cinefilo pietoso - colui che naturalmente ha odiato The Fountain, che ha giudicato pretenzioso Pi greco - il teorema del delirio e che ora riflette, torvo, turbato, sulle identificazioni. Qui torna a galla l'effetto Johnny Handsome.
Quando Mickey Rourke, con questa faccia vecchia, gonfia, costernata, con il corpo enorme e sgraziato di un guerriero autentico, sanguina nei fili di spine e patisce vulnerazioni cristologiche e botte da orbi, allora il cinefilo pietoso sente di averlo sempre amato e di avere finalmente la possibilità e il diritto di scrivere un post in stile enfatico sul buon ladrone (nella vita, l' heel pentito) che ottimamente si promuove a Gesù Cristo (sul ring, il face che combatte per tutti noi). Gli sembra di essere sempre stato dalla sua parte, di non aver mai scritto salaci perfidie su Harley Davidson e Marlboro Man o caricato sul tubo qualche scena imbarazzante di Orchidea Selvaggia, di non aver mai fatto battute da stronzo sul fatto che gli è morto il cane. Ovviamente non è affatto così.
La gratitudine ispirata da chi per le nostre iniquità è stato trafitto è un sentimento struggente e sostanzialmente vigliacco. E' il sentimento di qualcuno che (con grande buon senso eh, per carità) ha lasciato combattere un altro al suo posto e che poi, dopo, mentre assiste alla sua atroce e necessaria immolazione, si sente proprio troppo colmo di nobile commozione per vergognarsi. Orbene: dopo la domiciliazione delle utenze e lo shopping su Internet, questa mi sembra davvero la cosa più comoda del mondo. Perciò dichiaro che The Wrestler, commuovendomi, ha fatto di me una persona peggiore, più pigra, più cattiva, con un post in stile enfatico all'attivo.

GORE GORE NOTES

[1] Ecco un esempio storico di rimonta sovrumana  nel mitologico finale della sfida tra due ex alleati: l'integerrimo Hulk Hogan e Macho Man, che – ahi ahi ahi - non è stato gentiluomo per nulla.
La prima parte è qui.
[ AgonyAunt a proposito di maschioni, anti eroi e altri eroi, botte da orbi ]
[ link ] [ commenti (3) ]
venerdì, 24 aprile 2009

MACHETE

Più Danny Trejo per tutti!

Se a diventare un film vero fosse stato Werewolf Women Of The SS  non sarei qui a commentare la cosa su Internet, ma a preparare Margarita per gli ospiti della festa a tema sul mio terrazzo. Invece la notizia  è che Robert Rodriguez si accinge ad allungare le zampe su Machete (il film) entro questa estate.
Io spero tanto che non ci ficchi in mezzo Banderas che schitarra al tramonto (io ooodio Banderas che schitarra al tramonto), ma a parte questo sono contenta, soprattutto per Danny Trejo, finalmente protagonista incontrastato di un film che farà soldi in ogni dove.

Danny Trejo manca il metro e ottanta di un centimetro, ma a vederlo al cinema gli daresti due metri e qualcosa. Ha lineamenti marcatissimi e grevi, tenendenti tuttavia più allo ieratico che al volgare. E' tatuato, vecchio da almeno venticinque anni, con gli occhi piccoli e i pori larghi come tazzine.
Danny Trejo è un tizio nerboruto fatto a forma di solido maschio umano, non di raccapricciante discobolo artificiale forzato del fitness. E' perciò parte di una nobilissima specie in via di estinzione che questa società dissoluta e giustamente destinata alle fiamme infernali non si cura affatto di preservare.
Danny Trejo ha tanto di quel fisico, tanto di quel carisma, che si riesce a sopportorare la sua inverosimile onnipresenza in qualunque produzione che abbisogni di buttafuori laconici, gangster esotici, nativi americani dalla mano pesante, villain butterati o galeotti peso massimo.
Quando guardi la faccia di Danny Trejo pensi: "perdincibacco! questo attore ha giustappunto i connotati coriacei che un'immaginazione banalizzata da troppi action reazionari con Steven Segal potrebbe attribuire a un messicano rude eppur di solido intelletto, veterano di San Quintino la cui sbandata giovinezza ha trovato un fiabesco riscatto nell'eroismo primitivo della boxe!". E infatti è quasi così: la biografia di Danny Trejo è uno di quei riposanti, rarissimi luoghi storici in cui le fantasie banalizzate da troppi action reazionari con Steven Segal e la relatà possono sovrapporsi in santa pace e vivere per sempre felici e contente.
L'happy end di Danny Trejo ha anche meritato un vero e proprio documentario, significativamente intolato Champion  (di Joe Eckardt, 2005) e interamente dedicato alla sua avventura di cenerentolo macho sfuggito per un pelo all'american nightmare. C'è pure Dennis Hopper.
Danny Trejo, infine, è il testimonial di una linea di magliette abbastanza fighe, il cui repertorio spazia dall'iconizzazione dei suoi lineamenti virili alla riproduzione dei suoi tatuaggi. Mi piacerebbe tanto averne una, ma non ho il fisico: sono magliette per duri, così per duri che le taglie disponibili vanno dalla 44 alla 56.

(La mia seconda personalità - un macho americano di grossa stazza intrappolato in 50 chili di carne da chaise longue - ruggisce che ne ha le balle piene delle cremine esfolianti, che il Jack Daniel's quello sì che è un whiskey, che vuole subitissimo una maglietta griffata Danny Trejo altrimenti qualche fottuto motherfucker ne farà le fottutissime spese. Non so per quanto tempo ancora riuscirò a controllarlo, ma spero tanto che non prenda il sopravvento prima che mi si siano asciugate le unghie. L'idea che eventuali correzioni restino affidate al maschione con la boccia del Tennessee di 7 anni è veramente troppo horror per i miei gusti.)
[ AgonyAunt a proposito di maschioni, anti eroi e altri eroi ]
[ link ] [ commenti (7) ]
martedì, 07 aprile 2009

CADAVERI SQUISITI

Repubblica.it stamattina parlava di ben due casi di arte "shock" (qualunque cosa questo significhi) in mostra:


Il solito, grazie (Körperwelten di Gunther von Hagens)

Succede da tipo dieci anni. Come al solito, il solito Gunther Hagens, presenta la sua solita mostra a base di cadaveri e scoppia il solito scandalo. In questi giorni a indignarsi sono le autorità religiose di Haifa.
I corpi di Hagens, eternati in pose plastiche o pietrificati nei gesti della quotidianità attraverso una tecnica di sua invenzione (la plastinazione), diventano qualcosa di sospeso tra la statua e il manichino anatomico, offrendo qualche brivido perturbante e una prospettiva inedita, per certi versi oggettivamente “meravigliosa”, sulla bellezza occulta dei muscoli e dei tendini.
Il Dr. è un signore abbastanza detestabile, con quel che si dice le physique du role del villain vecchio stile. Interrogato sulla provenienza della sua materia prima, afferma con sicumera di rivolgersi alla donazione informata e comunque di attenersi “alle leggi dei paesi in cui opera”. Per esempio la Repubblica Popolare Cinese.
Brr.

Lichaam (Corps) di Berlinde de Bruyckere

Assai più affascinante, almeno dal mio punto di vista e ancorché condotta con il discutibile impiego di spoglie animali, è la ricerca della belga Berlinde de Bruyckere, che realizza opere vagamente lugubri ed enormemente evocative con cera, lana, crini e pelle di cavallo. La struggente e ferale Lichaam - Corps, già alla Biennale di Berlino nel 2006, adesso è a Firenze.
Altra roba, altrettanto magnetica, sulla sua pagina di Saatchi.
[ AgonyAunt a proposito di mostre ]
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