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DOPO AVER VISTO THE WRESTLER Vol.I
(post intimista e strappalacrime)
Quando sento certi deliri da moige (il wrestling è diseducativo, i bambini non dovrebbero guardare il wrestling) penso sempre che io e mio fratello con il wrestling ci siamo cresciuti. La scena è molto ampia e diversificata, ma noi guardavamo il wrestling più noto, quello economicamente pasciuto della WWF, forse all'epoca l'unico raggiungibile per i telespettatori italiani. Lo adoravamo. Ci fidavamo enormemente di Dan Peterson e conoscevamo tutti i nomi dei lottatori, le caratteristiche dei personaggi, le amicizie e le inimicizie che si evolvevano drammaticamente nel corso dello show. Una volta abbiamo dipinto un Big Jim con gli uniposca per farlo somigliare ad Hulk Hogan, il super face biondo, abbronzato e patriottico che superava le corde sulle note di un tema stelle-e-strisce e si strappava la maglietta. Eravamo capaci di passare mezzo pomeriggio a disquisire sulla lingua di George “The Animal” Steele, personaggio eccellentemente strutturato intorno allo stereotipo della bestia irriducibile e ottusa. Tra le memorie della mia infanzia che più mi inteneriscono c'è appunto l'immagine di questo mostro irsuto (sulla schiena, per il resto era calvo) e tarchiato che, mentre un avversrio “minore” tituba al di sotto del ring, ammazza il tempo divorando l'imbottitura dell'angolo. E poi ricordo un dibattito estenuante su André the Giant e Ultimate Warrior: il primo era chiaramente un “gigante vero” mentre il secondo “faceva finta”, naturalmente senza speranze di darla a bere a tipi competenti come noi. In effetti la statura dei due atleti non era paragonabile, e non so davvero perché avessimo preso a confrontarli in questi termini. Forse avevamo sentito qualcosa da Dan Peterson a proposito delle condizioni di salute di André, all'epoca già vecchia guardia, ma resta interessante il fatto che individuassimo nel giovane e palestrato guerriero-sciamano la sua nemesi, che percepissimo la loro competizione come una rappresentazione dell'antitesi tra verità e contraffazione. Non parliamo neppure dei dubbi amletici sulla posizione morale di Undertaker: era un buono o un cattivo? Il becchino nerboruto non era ancora la star che poi è diventato ma, con la sua trashissima crasi di iconografia funebre e ipertrofia muscolare, portava nelle nostre giovani vite un oggetto di discussione filosoficamente ingombrante come la neutralità della morte.
Ovviamente imitavamo anche i lottatori, eppure non ci siamo mai azzoppati per due motivi davvero incredibili e contorti: primo, i nostri genitori si comportavano da genitori perciò ogni tanto guardavano con noi il wrestling, degnandosi financo di illustrarci la sottile differenza che intercorre tra le possibilità atletiche di un affermato professionista e quelle di una coppia di mocciosi petulanti; secondo, come diceva non ricordo chi: i bambini non sono stupidi, sono solo bassi.
Gli anni ottanta sembravano non passare mai, invece un giorno sono finiti. Già alle medie abbiamo smesso di dichiarare la nostra passione per il wrestling, per non sembrare piccoli. Alle superiori ci hanno spiegato che era una roba da ritardati, pensata apposta per indottrinare surrettiziamente i gonzi con ignobili preconcetti filoamericani. Volevano farci percorrere il sentiero di Giuda del principe Henry, volevano farci rinnegare il guerrafondaio Hulk Hogan: non ti conosco, vecchio.
E' così – deh! - che si viene privati dell'infanzia.
Oggi non seguo più il wrestling, un po' perchè non ho tanto tempo, un po' perchè quando ci provo non ci riesco. Non mi piacciono gli speaker, non conosco i lottatori e comunque mi sembrano sempre più standardizzati, “meno personaggi” di quelli che amavo da ragazzina. La verità è che probabilmente sono altrettanto fighi, solo che io ho perso confidenza con l'immaginario di riferimento. Sono una vecchia. Sono come Ram che vorrebbe giocare a Nintendo, atterrando l'Ayatollah in tempi in cui l'Iraq è il set ideale per Call of Duty IV.
Va bene anche così. Anzi, il fatto di essere ufficialmente vecchia mi dà il diritto di intervenire come interlocutore paritetico nel prestigioso dibattito tra cariatidi su cosa sia educativo per i bambini. Ebbene, io mi avvalgo del suddetto privilegio per affermare che il wrestling è estremamente educativo per i bambini.
Il wrestling è divertente, emozionante, ma anche e soprattutto stimolante. E' uno show complesso, sofisticato, che induce gli infanti a pensare e discutere. Mette in gioco sistemi di valori opposti, raffigura – pur evitando di imporre traumatici eccessi di realismo - un universo articolato senza rimuovere ottusamente certi argomenti (l'inimicizia, lo spazio della lotta, la violenza, la slealtà, i “cattivi”) con cui anche i piccoli hanno il diritto di venire in contatto e a proposito dei quali è sano e auspicabile che possano fare domande.
Se avessi scelto di avere dei figli, signora mia, mi sarei preoccupata di fargli guardare regolarmente il wrestling. Poi magari qualche assistente sociale psicotico avrebbe fatto irruzione nel mio soggiorno per sottrarmeli, rinchiuderli in una casa famiglia davanti alla melevesione e convincerli che il conflitto non è un loro problema, anche e soprattutto perché in realtà non esiste affatto. Però almeno ci avrei provato.
GORE GORE EXTRAS
Avere un blog è utile, perchè cercando link finisci per leggere su wikipedia roba che altrimenti avresti ignorato per sempre. Trenta minuti fa per esempio non sapevo affatto che anche André the Giant avesse picchiato l'eroico Chuck Wepner (vorrei scrivere qualcosa su di lui da un sacco di tempo, ma fin ora ho fatto solo un piccolo accenno in questo adorante post su Foreman).
Sempre sia lodato Youtube.com:
CONAN IL CASTO
Matteo Sanfilippo commenta così la versione di Milius dell'eroe di Howard, effettivamente caratterizzata - oltre che da una "massa" decisamente frazettiana - da una specie di cupo e granitico controllo abbastanza distante dagli impulsi selvatici dell'originale. "Il primo Conan era un supermaschio i cui exploits compensavano le frustrazioni sessuali del suo autore e dei lettori. Si potrebbe persino azzardare che la scelta del set barbarico-medievale serviva a dare al personaggio quella libertà sessuale che averebbe stonato in uno scenario contemporaneo. Ancora negli anni sessanta Conan non si accasa mai, dovendo rimanere libero per nuove avventure, ma non disdegna intermezzi amorosi, pur rispettando, in particolare nei romanzi di de Camp, un rigido codice per il quale la partner deve essere consenziente. Negli anni ottanta si produce invece un'inversione di tendenza: Conan diventa l'eroe del puro muscolo (non a caso è interpretato da Schwarzenegger), in un decennio in cui la reazione maschile alla minaccia femminista e la paura dell'AIDS spingono a dimenticare il sesso e ad esaltare il corpo maschile come puro canone estetico.
Il revival barbarico crea così un genere asessuato, un look seminudo e muscoloso, in cui la potenza fisica è fine a se stessa e serve soltanto ad eccitare il narcisismo del body-builder e la complicità maschile."
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NOSTALGIA IN BOWERY STREET
(Street Trash di Jim Muro, 1987)
Un superalcolico venefico sta mietendo vittime nel lato marcio della Grande Mela. Il Viper - aka Er Vipera, come lo ribattezzai a suo tempo in un raptus di autarchia tiberina – corrode i corpi grotteschi di clochard etilisti, reduci tramutati in palestrati cavernicoli delle discariche, tiranni del cimitero delle macchine, concubine abbrutite, gentaglia baraccata e trash assortito. Insomma, a lasciarci le penne è la traduzione newyorkese e anni 80 di un'umanità bruegheliana e crudele – crudele nel desueto senso di “cruda”: bassamente animale e dunque orribilmente ferina – in stile Brutti, sporchi e cattivi. Sotto l'incantesimo di questa pozione, perfidamente spacciata a poco prezzo, le fisicità esecrande della marmaglia che la compra si disciolgono in un'orgia di merdume ribollente, violetti elettrici, verdi fosforescenti e gialli atomici. Questo tipo di splatter oggi non va più di moda, anche se qualcosa di lui sopravvive nel mito dell'insostenibilità proposto dagli eredi dei suoi consanguinei più realistici e cupi. Si tratta di roba ormai solo remotamente imparentata con il new horror americano e con i suoi eroici precursori di serie B, in generale con chiunque abbia importato la logica dello shock visivo dal linguaggio porno del giornalismo degli orrori. Di quel linguaggio qui resta uno slang grottesco. J. Muro - che come Paganini non ripete - ha scelto una specie di astrazione, disinteressandosi del realismo per darsi all'eccesso fumettistico, alle cancrene violacee, alle poltiglie escrementizie e agli smembramenti spettacolarizzati.
Rottami! Putrefazione in fast forward! Poliziotti coglioni! Isterismo! Conati politici atrofizzati! Movimenti da Sam Raimi quello buono! Tanto colore e un po' di sano sport!
Horror in Bowery Street è un'esperienza estetica semplice e spettacolare, bella, come i fuochi artificiali: una serie di scene desperate living che si giustappongono e - letteralmente – esplodono o si decompongono alla velocità della luce.
Saranno passati dieci o quindici anni da quando ho comprato quell'indecorosa VHS pirata, ma tra le poche certezze che mi sono rimaste c'è il fatto che una stupida trama non potrà mai, giammai, competere con tutto questo.
IL TESORO DI FORRY ACKERMAN
Domenica, durante il tributo a F.J. Ackerman all' Egyptian Theatre di Hollywood, è apparsa una parte della sua famosa collezione: il venerabile idolo di Metropolis, anello e mantello di Bela Lugosi, monocolo di Fritz Lang e una preziosissima copia pluriautografata del Dracula di Bram Stoker. Si è trattato di una specie di anteprima sul bottino di meraviglie che finirà all'asta in primavera (30 aprile - 1 maggio). I prezzi delle cose più importanti, naturalmente, non saranno popolari.
Da una parte è un bene che parte del patrimonio di memorabilia ammassato da Ackerman in un'intera vita di devozione torni in circolo, migrando come una specie di eredità spirituale per ribadire con il suo raddoppiato valore di reliquia la santità del nostro eroe e della sua encomiabile missione. Per esempio, chi riuscirà ad accaparrarsi il sigillo in foto non sarà solo "il proprietario dell'anello di Lugosi". Nossignore: egli diverrà ufficialmente "quel fortunato mortale nella cui saccoccia giace l'anello di Lugosi e di Ackerman", poichè l'indimenticato guru, maestro e mentore degli amici dei mostri siede da ben tre mesi alla destra di Bela nell'empireo delle icone del fantastico.
Osservando la cosa da una prospettiva più sentimentale e retorica però questa dispersione mercenaria finisce col sembrare vagamente sacrilega. Allora ci si trova a pensare che tutta quella roba farebbe meglio a proseguire la sua convivenza abnorme nelle sale di un museo o in qualunque altra cattedrale aperta ai pellegrinaggi dello spiantato popolo del pulp.
Se poi ci si fa prendere la mano dalle tendenze pessimiste, si comincia a rimuginare sul fatto che il monile di Lugosi potrebbe capitare tra le danarose grinfie di qualsiasi sopravvalutato stronzo di Hollywood, per esempio tra quelle di Eli Roth. Ecco, quando arrivi a questo punto il tesoro di Forrest Ackerman lo vedresti benissimo anche sepolto nella camera segreta di una piramide subacquea, protetta da trabocchetti con palle giganti e sputi infucati, vegliata da un esercito di licantropi zombificati e golem alieni.
PUTREFAZIONE, GNOCCHE E VEGANI
Sono circa una ventina le buone idee per cui provo una livorosa, torturante e purissima invidia. Quella dei ragazzi che hanno messo su Zombiepinups.com nel lontano 2002 (credo) è una di loro. Anche se non ha mai toccato le vette glam del calendario derivativo segnalato da Seaweeds e Deep qualche mese fa, Zombiepinups resta meritevole di imperituro encomio per aver portato sul web il florido connubio tra la sensualità manierata delle pin up classiche e l'irrazionalità infetta dei morti viventi, fondendo con un certo gusto due icone basilari della cultura pop.
L'idea era quella di rappresentare una versione aggiornata delle polpose modelle di Beauty Parade, Tittler, Wink, Flirt e compagnia bella, con una piccola rivoluzione: laddove l'obiettivo dichiarato da Eyeful era “glorificare la ragazza americana”, Zombie Pin Up si preoccupava di promuovere la putrefazione favolosa e, facendo il verso all'immortale cultone di O'Bannon, prometteva al popolo della rete un seducente tripudio di “Beauty... and Braaaains!”
In verità penso sussista un legame abbastanza ovvio tra le immagini più immediate ed edulcorate del corpo femminile, quelle che lo assumono come territorio di una rappresentazione non necessariamente superficiale ma sicuramente stilizzata del desiderio, e i cadaveri dei morti viventi, simboli altrettanto essenziali di corruzione e disfacimento.
Zombie Strippers! lavora su questa associazione promettendo un gran fracasso ed è un buon prodotto di intrattenimento. C'è Robert Englund, si vede un sacco di sangue, le ragazze decomposte sono veramente decomposte e Jenna Jameson è simpatica – non mi sbilancio a dire che è brava, ma francamente non mi sembra nemmeno che abbia molto da invidiare alla vampira paralizzata dal botox dell'ultimo Underworld.
Nel complesso sono d'accordo con chi ha parlato bene del film, ma un paio di dettagli mi hanno irritata.
Per esempio ho trovato la cornice di satira politica un po' spuria e a tratti mi ha dato l'impressione di essere esibita come fattore nobilitante. Fastidioso, ma ci può stare. Le citazioni colte “nascoste” nei nomi dei personaggi invece mi sono particolarmente rimaste sui maroni, così come i contenuti extra farciti di rassicurazioni plurime sul fatto che Jay Lee conosce benissimo Brecht.
Spiego: la mia idea è che quando ci applica alla confezione di un film fieramente trash, di un omaggio apologetico alla serie Z o comunque di un prodotto che fa della presunta appartenenza all'area del cinema disimpegnato il proprio vessillo pubblicitario, poi si potrebbe anche resistere alla tentazione di raccattare ogni pretesto per chiarire che comunque sottosotto si resta brava gente istruita, consapevole delle potenzialità eversive del genere e ovviamente antirepubblicana almeno quanto George Romero. Insomma, il plot di base è delizioso e il film è carino, ma se se la fosse tirata un po' di meno sarebbe stato più simpatico. Cose che si guardano con indulgenza quando una tizia smembrata si sfila il perizoma impiastrato di orrendi liquami davanti all'inorridito Englund. Taccio delle minacce sessuali al maschiomedio, che quest'anno ho visto più piselli mozzati e fellatio cannibaliche al cinema che signore dalla chioma biondo-menopausa al supermercato.
Su imdb leggo del coinvolgimento di Jay Lee in un'altra allettante avventura a base di morti viventi: il misteriosissimo Attack of the Vegan Zombies!, che almeno per il titolo si candida a ingrassare la collezione di invidie di cui sopra. Per ora, a parte l'homepage più pauperistica della storia del cinema, non ho trovato niente in rete su questa pellicola. Imdb la data al presente anno, ma un Attack of the Vegan Zombies! di Jim Townsend sembrerebbe essere già stato autoprodotto nel 2007, come impresa lampo di una troupe indipendente. In attesa di un po' di voglia di mettermi su google a indagare sul mistero dei non-morti cruelty free, credo che passerò il tempo decomponendo Peter Singer al photoshop e accontentandomi degli zombi mediamente animalisti di Zack Snyder, quelli che mangiavano gli umani ma non i cani.
Mi erano piaciuti gli zombi di Snyder, che al solito è fallimentare nei momenti drammatici/emotivi (vedi la noiosa tragedia dello zombie-parto) e spassosissimo nelle scene di botte (la coinvolgente apertura). Ho letto che entro l'anno prossimo, oltre al travagliato remake di Heavy Metal e a cinque sei filmoni tra cui The Illustrated Man, Sucker Punch e il sequel del mio adorato 300, dovrebbe trovare anche il tempo di scrivere di sangue rappreso per Army of the Dead: una zombata action ambientata a Las Vegas. Eh, beata gioventù.
CHAINSAW MAID
L'altra sera, con un degno sodale, ci si interrogava sul potenziale estetico di un eventuale splatter in stop-motion con pupazzi in plastilina.
Qui sotto un'impressionante prova di claymation del giovanissimo e talentuoso Takena Nagao, che si occupa di zombi, sexploitation in salsa furry, wresting e altre robine per palati superiori. Chainsaw Maid è il mio preferito, ma raccomando tutto quello che c'è sul suo canale.
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IL NUOVO PINHEAD
De gustibus
Il remake – pardon, reboot – di Hellraiser ad opera del perfido Laugier di Martyrs sembra a buon punto, tanto che la prima bozza dello script sarebbe in fase di traduzione. Le proposte per il nuovo Pinhead invece gironzolano in rete da un pezzo e io faccio parte di quella nutrita schiera di fanatici dell'originale che non hanno apprezzato per un cazzo le innovazioni (il fan è conservatore per sua natura, si sa). Cosa c'è che non va, di preciso?
Clive Baker, che aveva progettato di persona il look di Pinhead, lo spiega benissimo al sempre prezioso BloodyDisgusting.com, in questo schietto commento al nuovo progetto dello storico “cenobitaro” Gary Tunnicliffe.
La testa chiodata originale aveva l'aspetto ieratico di un vero cenobita, quello di un essere disciplinato e dogmatico in relazione privilegiata con la dimensione del misterioso e del sacro. Le sue cicatrici precise come rune attestavano il patimento di una tortura liturgica, non “il lavoro di un tizio che si butta sulla faccia di qualcun altro con una motosega”.
Questo naturalmente non implica nessuna distanza del primo Pinhead da un sadismo edonistico e pericolosamente “coinvolto”. Il più marcato e dichiarato riferimento della sua presenza era la classica estetica SM , che propone stilemi molto definiti e tende a rappresentare una gestione fortemente ritualizzata degli istinti sessuali.
Ecco: questo leader dei cenobiti l'istinto del cattivo ce l'ha, però gli manca il controllo e questo è un problema.
Edit: nel post mi chiedevo se anche il regista del nuovo Hellraiser avesse bocciato il progetto. In effetti lo ha fatto prima di Baker, mandando un comunicato corto, abbastanza gelido e orrendamente antipatico a tutte le riviste che avevano diramato le immagini di Fangoria e l'annessa intervista.
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L'ISOLA DEI MISANTROPI
di Monte Hellman, 1988
1800 circa. Il marinaio sfigurato Oberlus, respinto e torturato dai compagni di viaggio in ragione del rivoltante aspetto che gli ha procurato il soprannome di "Iguana", trova riparo in un atollo deserto. Qui, disilluso anche dal silenzio delle divinità voodoo cui aveva innalzato preghiere, si proclama re dell'isola e unico dio di se stesso, dichiarando guerra all'intero genere umano. Per molti mesi Oberlus signoreggia indisturbato sul suo solitario impero di scogli, riducendo in schiavitù chiunque vi faccia naufragio. Violento oltre ogni dire, punisce le mancanze più lievi con piccole amputazioni e quelle più gravi con la morte, disciplinando nel puro terrore un pugno di sudditi in catene: uno scrivano che gli insegna a leggere le imprese utopiche di Don Chisciotte, il marinaio Sebastian, impersonato dal giovane Michael Madsen, la nobildonna Carmen, fascinosa e inquieta vittima dei suoi soprusi sessuali, e infine il duro Gamboa (Fabio Testi), arcinemico di "Iguana" e sadico promotore della sua persecuzione nelle scene di apertura.
Monte Hellman, pur dichiarandosi abbastanza orgoglioso del film, lo ricorda come peggiore esperienza di lavorazione della sua onorevole carriera. A dispetto dell' eccezionalità della location e dell'efficienza del cast, pare proprio che girare Iguana sia stato un incubo e non è difficile credere che i ritardi della produzione, tanto ingenti da permettere alla troupe di lavorare solo poche ore al giorno, e gli evidenti limiti di budget abbiano accorciato il respiro al progetto.
Il prodotto finale, montato con l'accetta dallo stesso Hellman, non è esente da ingenuità o difetti, ma possiede un'infida capacità di seduzione e una rara, ruvida potenza. Le ragioni di questo sinistro magnetismo sono da cercare non tanto nella messa in scena degli abusi di Oberlus, quanto nella laconica constatazione della loro efficacia.
L'idealista del gruppo rinuncia relativamente presto alla pretesa superiorità morale sul suo aguzzino, decapitando un compagno a colpi di machete pur di non essere torturato. Sebastian - il primo schiavo di "Iguana" e quello che porta sul corpo i segni più evidenti della sua crudeltà - sceglie di continuare a servirlo anche quando si ritrova libero e armato. Perfino la volitiva e intelligente Carmen, che pure era stata presentata dal montaggio come potenziale controparte femminile del tiranno sfigurato, finisce col tributare una soggezione masochistica al suo stupratore, esplicitamente confrontato al ricordo informe di "tutti gli uomini deboli e meschini" caduti ai suoi piedi in passato.
L'infallibilità del metodo-Iguana per l'addomesticamento degli umani sembra suggerire un'umiliante consustanzialità della violenza alla loro natura. L'unica opposizione effettiva al disturbante carisma di Oberlus viene infatti dal personaggio di Testi, un altro mostro abbonato all'esercizio perverso del potere e alla somministrazione di punizioni esemplari.
Con mezzi poverissimi e una manciata di splendide facce da western, Iguana indaga l'ambiguità della nostra risposta all'autorità dispotica, estremizzando cupamente la sua capacità di produrre odio e sicurezza, rancore e bisogno. Una volta perduta la spinta passionale della ritorsione, è lo stesso Oberlus a fornire un'analisi razionalizzata di queste dinamiche. Il suo sommesso discorso a Carmen incinta costituisce il picco pessimistico del film, surclassando ampiamente le più maligne scene di violenza e gli odiosissimi stupri: chi meglio ha capito "come funziona" il genere umano è "Iguana", cioè l'individuo che più lo disprezza al mondo, quello che pur di prenderne le distanze ha scelto di idolatrare la propria metà belluina e deforme.
Come il suo villain, Monte Hellman divide un' umanità irredimibile in vittime e carnefici. Da una parte quelli che comandano (Oberlus, Gamboa, ogni animale carnivoro dotato di un brutale istinto per l'oppressione), dall'altra quelli che obbediscono perché sono vigliacchi (lo scrivano), perché sono deboli (il luogotenente), perché sono perversi (Carmen).
Teoria piuttosto angusta e greve, ma anche oggettivamente difficile da confutare davanti a una storia semplice e barbara, assolutamente verosimile, come questa.
Riassumendo: filmone.
Di questi tempi è in programmazione su Fantasy, ma l'hanno passato appena ieri e, considerato il fatto che i prezzi in DVD sono particolarmente ragionevoli, forse non vale la pena di aspettare troppo per rivedere i lineamenti petrosi di Everett McGill seminascosti da mezzo chilo di make-up veramente datato.
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