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mercoledì, 25 febbraio 2009

VECCHI TESORI

Segnalo un paio di cose su Europa Film Treasures, piccolo ma meritorio archivio di vecchie glorie silenti accessibili dal web.

Nocturno
(di Oktavijan MILETIC, Croazia 1935)

Minuscolo e fascinoso noir muto.
In una notte buia e tempestosa, la macchina di un avido manducatore di racconti pulp si ferma in mezzo al nulla. Il nostro eroe cerca rifugio nell'unica casa dei dintorni. Tra quelle inquietanti pareti, la realtà e le sue sinistre  letture sembrano prepararsi a una dolorosa collisione, ma...

Kobelkoff
(1900)

Breve esibizione dell’artista siberiano Nikolaï Kobelkoff, ripresa all’inizio del 900.
Agli amanti di T. Browning dovrebbe ricordare da vicino la celebre scena di Prince Radian.
[ AgonyAunt a proposito di surf bloggers must die ]
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domenica, 22 febbraio 2009

THE INQUISITION, WHAT A SHOW!

Gostanza da Libbiano
(di Paolo Benvenuti, Italia 2000)


La cosa figa dei film sull'Inquisizione medievale è che non parlano quasi mai dell'inquisizione medievale. La scelta dell'ambientazione confligge in modo straniante con un disinteresse assoluto per questo colossale e complessissimo apparato repressivo, ignorato nelle origini, nelle finalità, perfino nell'accessibile banalità delle prassi. Se uno dovesse farsi un'idea dell'inquisizione partendo dai film si troverebbe a pensare di avere a che fare con una campagna di persecuzione misogina e antisomatica, solo collateralmente antiereticale, oppure con un inesplicabile avvicendarsi di episodi di sadismo individuale e frustrazione sessuale, con le aggressioni private di una fortunata genia di Ted Bundy in tonaca. Del tutto assenti il contesto, la convergenza tra religione, società civile e diritto, l'identità granitica di “un'ecclesiologia che è al tempo stesso politologia”, come direbbe Merlo.
Ho letto da qualche parte che Cardini, celebre medievista abbastanza noto ai teledipendenti per i suoi "vivaci" scambi d'opinione con Ferrara, tira il fiato commosso davanti a Dreyer. Il povero Le Goff, a suo tempo, s'è ritrovato sputtanato a un seminario fiorentino in quanto presunto responsabile dell'esilerante Bernardo “Sado-Perry-Mason” Guy del Nome della Rosa, perchè Annaud si era dimenticato di seguire i suoi consigli ma non di togliere un nome tanto legittimante dai titoli di coda. L'illustre grafomane francese s'è rivolto alla stampa per discolparsi. Bertelli poi, che comunque per quanto ne so io ha riconosciuto per iscritto l'estraneità di J. Le Goff ai fattacci del film su Eco, s'è fatto un dovere di sbugiardare ius primae noctis, metallari magnaccioni e cafonate varie nei film storici. Li ha passati in rassegna in incredibile copia, con l'antipatico puntiglio dei dotti e una bassissima media di superstiti. Tra gli storici e il cinema storico è guerra e sangue da una vita.
Per ora e in attesa di nuove visioni, ho l'impressione che l'inquisizione non interessi un granchè a nessuno, se non come cornice rituale entro cui situare l'indagine sulle dinamiche sadomasochiste tra vittima e carnefice. Vabbè, è una scelta. Potrebbe essere anche una scelta sensata, perfino colta, giacché credo discenda, più o meno consapevolmente, dall'immaginifica prosa di Michelet sul corpo erotico della strega-vittima. Ma anche quando la riflessione sulle logiche del potere e sulle lussurie dell'arbitrio si butta sul personale, sullo psicologico, li sottrae al tempo, aggirando con la mera rappresentazione dell'agguato sadico ogni necessità di informazione sui moventi e sulle culture delle figure coinvolte. Non dico che Il pozzo e il pendolo (1991) sia un film brutto (solo) per questo. Dico che ci sono, nella sua ambientazione, delle potenzialità inascoltate: la segreta del Torquemada di S. Gordon potrebbe essere – fatte le debite proprozioni per fatti di sangue e di exploitation, nevvero - il laboratorio di Ilsa la belva delle SS, ma pure lo spazio astratto per i supplizi di Guinea Pig Devil's Experiment; così all'occhio punitivo del padreterno veterotestamentario si potrebbe sostituire l'orbita edipica della defunta signora Bates. Non cambierebbe nulla di rilevante.

Eppure si può fare diversamente. Si può fare un film “d'epoca” figo tenendo conto della storia per altro che per gli arredi e per l'allure. Gostanza da Libbiano a dire il vero non è di ambientazione medievale (ovviamente faccio con la periodizzazione convenzionale), ma fornisce un'indagine verosimile e sensibile tanto sulla psicologia degli inquisitori quanto su quella della strega, senza negare alla storia un taglio intimista e psicologico né – ci tengo un sacco a specificarlo - una potente prospettiva di genere sul personaggio di Gostanza.
Trama: incarcerata e sottoposta a tortura, un'anziana donna toscana adusa all'esercizio di medicherie popolari, interloquisce con chi la processa inventandosi un'identità di strega al contempo masochistica e potente.
Non ho familiarità con l'espisodio a cui si ispira il film, ma questo genere di “confessione” è un vero classico della dialettica tra inquisitori e inquisiti. Ne ricordo uno in particolare, molto simile ancorchè più precoce. Quello di una coppia di povere contadine, sedicenti streghe e ospiti fisse al sabba, aduse ai voli notturni sulle schiene dei cervi e delle giovenche, che hanno avuto il gran culo (mi scuso, ma quando ce vo' ce vo') di confessare tutto ciò al moderato (in questo campo) Nicola Cusano. Cusano, capita l'antifona, ha inflitto loro una punizione leggera, medicamento placebo di certe piaghe così rischiosamente aperte nella fragilità dell'immaginazione marginale.

Gostanza da Libbiano si muove in uno spazio storico distante oltre un secolo dal gravoso ufficio di Cusano, eppure commoventemente contiguo alla biografia di quelle due donne. Interroga il regno dell'oppressione femminile (anche e soprattutto in quanto stupratrice) senza estrometterlo dal suo contesto come “semplice” plot sadiano; ispeziona la complessità della relazione tra inquisitori ed inquisiti, inscena l'inesorabile osmosi tra i loro immaginari ma non tralascia il peso delle distanze culturali, puntualmente riferite dalla sceneggiatura attraverso il linguaggio delle parti; racconta dei meccanismi infidi della delazione, parla della spietatezza e della pietà che stanno annidate sul fondo della paura; parla di spiritualità e di fame, di dolore fisico e corpo, di ragioni e convinzioni - anche di quelle dei preti; parla di individui viventi, non di stereotipi avulsi dalla verità dei giorni e da quella dei luoghi; non illude nessuno perpetuando il mito di un cupo-passato irrazionale infanzia dell'oggi, vincolando l'intervento autoritario sul disordine alla psicopatia e alla crudeltà. Il film è bello, magro e aguzzo, in un bianco e nero tragico e tagliente, dominato da Lucia Poli (attrice peritissima, enorme, con una voce da brividi), so che ogni tanto lo passano su sky. Nel frattempo ovviamente c'è Mel (Brooks, non Gibson).

[ AgonyAunt a proposito di satanasso, secoli bui ]
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giovedì, 19 febbraio 2009

USO PERSONALISTICO DEL BLOG

Qualcuno dei gentili pervertiti che visitano questo blog conosce, per fortunata combinazione, horror e filmacci deggenere ad ambientazione medievale?
Se vi viene in mente qualche titolo, suvvia, siate buoni e lasciate un commento.

In cambio, ecco il pregevole santino di S. Bruce Campbell, patrono del mio party di Dungeons & Dragons.

[ AgonyAunt a proposito di anti eroi e altri eroi ]
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mercoledì, 04 febbraio 2009

UN TRANQUILLO WEEK END DI PAURA CHE INCONTRA L'IMMAGINARIO DEI FREAKSHOW CHE INCONTRA WILLIAM GAINES

CLETUS AND SHORTY PLAY BANJO
(E le altre incredibili attrazioni di Tomas Kuebler)


Devo ringraziare l'ottimo redattore Frankenstenia per avermi presentato le creature di Tomas Kuebler, artista americano che un tempo si occupava di giocattoli e animatroni. Oggi realizza questi enormi simulacri a base di lattice, attingendo al repertorio iconografico dei grandi classici dell'orrore, al bestiario fantasy e all'estetica del sideshow.

L'aspetto virtuosistico che contraddistingue questo genere di scultura passa quasi in secondo piano, surclassato dall'approccio appassionato e nostalgico tipico degli uomini che amano i mostri, quelli che li percepiscono come protagonisti, che immaginano per loro personalità e biografie. La galleria di Kuebler non propone discorsi intellettualizzati sull'icona, più semplicemente lavora sul ritratto: le star Universal e gli eroi Tod Browning, così come l'incantevole teoria dei personaggi originali, sono soprattutto portatori di una psicologia e di una storia. Talvolta - è il caso di Cletus e Shorty Greeley , nati senza Banjo in un'altra opera già venduta - per raccontare tutto su di loro c'è bisogno anche di un sequel.
[ AgonyAunt a proposito di surf bloggers must die, we accept you one of us ]
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lunedì, 02 febbraio 2009

POTEVA ESSERE UN CULT

Horror Hospital
(di Antony Balch, UK 1973)

Poteva essere un cult, e non intendo un cult per pochi intimi. Nemmeno il Rocky Horror Picture Show, per carità, ma una reputazione almeno pari a quella di Gore Gore Girls sarebbe stata il minimo sindacale per un simile gioiellino schlock.
Invece no, ingiustamente no. Il sublime Horror Hospital non è un cult e i turpi giornalai romani lo lasciano marcire al freddo e al gelo, protetto solo dagli avanzi umidicci di chissà che allegato, perché nessuno è disposto a sborsare tre euro per salvarlo.

Parliamo di un'esilerante parabola antiautoritaria deliberatamente kitsch, girata inaspettatamente bene e impreziosita da qualche commovente momento di sana violenza vintage.
Brevemente, la magnifica trama: in un'isolata clinica della campagna inglese, il perfido dr. Storm pratica orrendi esperimenti sull'annullamento della volontà, lobotomizzando “sudici figli dei fiori”. Riusciranno I nostri eroi (due storditi fricchettoni di nome Jason e July) a lasciare illesi l'ospedale degli orrori?

Dieci motivi per amarlo disperatamente:

1. La scena di apertura ridefinisce una volta per tutte il concetto di fuoriserie
La prima cosa che vediamo è il Villain che condanna a morte due misteriosi fuggitivi dal sedile posteriore della sua Rolls, customizzata con un'infallibile lama da decapitazione. Il principio, per capirci, è lo stesso della biga sleale di Ben-Hur, solo che il bolide di Horror Hospital ha anche un pratico cestino strategicamente assicurato alla carrozzeria onde raccogliere al volo le teste mozzate degli sfortunati pedoni.

2. Grande scena di introduzione dell'eroe
Non pago di un incipit tanto gratificante, il munifico Balch riapre sul primo piano di un tizio in tenuta da drag queen non-morta, che rinuncia quasi subito al suo spleen necrofilo per mettere al tappeto quel bellimbusto del protagonista: conosciamo così Jason, un musicista sregolato in piena crisi creativa.

3. Pubblicità ingannevole
Attratto da un volantino che pubblicizza “vacanze per capelloni” (disintossicatevi con la natura!), Jason approda all'agenzia di viaggi gestita dal tipico sissy malevolo che avrebbe mandato in bestia Vito Russo e che a me ha inizialmente suggerito l'idea di una specie di Renfield in salsa camp. Costui - dopo aver tentato inutilmente di sedurlo - spedisce il capellone alla clinica del Dottor Storm, spacciandogliela per una specie di rehab bucolico.

4. Strategie d'approccio di imprevedibile successo (DON'T TRY THIS AT HOME)
Jason intraprende in treno la sua bislacca versione del viaggio stokeriano verso la roccaforte del Tiranno. Così conosce July: l'unica avvenente fanciulla che, interpellata da uno sconosciuto con l'agghiacciante excusatio non petita “non essere nervosa, non ho la minima intenzione di violentarti”, invece di metter mano allo spray antistupro comincia a civettare e lo rende partecipe dei suoi più intimi segreti familiari. Ah, I favolosi anni settanta!
Comunque, i due scoprono di essere entrambi diretti alla Clinica Storm, lui per beneficiare della piovosa calma della campagna inglese, lei per ricongiungersi a una zia perduta, attuale assistente del primario ed ex tenutaria di un bordello (trascorso professionale che anticipa la natura “immorale” del personaggio e spiega parecchie cose sulle sue scelte di make up).

5. Chips che hanno ceduto al Lato Oscuro della Forza
A guardia della clinica degli orrori c'è la versione hitleriana e darchettona dei benemeriti agenti Baker e Poncharello. Inutile specificare che i nazi-chips hanno il manganello facile e indossano il casco anche se appiedati e con un tetto sulla testa, un po' come i cloni di Jango Fett.
La natura “poliziesca” di questi attendenti  - e più in generale dell'apparato repressivo della clinica Storm - è successivamente confermata dalla presenza, nei più inferi recessi dell'ospedale, di un'autentica cella (“metteteli al fresco!”) con tanto di bocchettoni per il gas.

6. L'ineffabile ingegno dei buoni
Scortati alla clinica dai nazi-chips, i nostri eroi vengono accolti da Aunt Harris (Ellen Pollock). Costei, un po' più matura e un po' più truccata di Baby Jane Hudson, è così contenta di rivedere sua nipote che la spedisce subito in camera con il capellone. I due, lucidissimi, ne approfittano per cominciare a sistemarsi e a mettersi le mani addosso, ignorando/sottovalutando una valanga mai vista di “sottili” segnali inquietanti.
Ora non voglio scendere in dettagli. diciamo solo che questa fase del film mi ha suggerito i primi timidi dubbi su che cosa, precisamente, due soggetti tanto perspicaci dovrebbero temere da una lobotomia.

7. La cena è in tavola, barone Frankenstein!
July e Jason scendono per cena. Il desco, presieduto da Aunt Harris a capotavola, offre più meno lo spettacolo paventato dall'onnivoro medio quando una gang di vegani lo invita a cena: una dozzina di gioviastri catatonici - gli occhi sbarrati, le facce pallide, la vivacità di Darby Jones in I Walked with a Zombie  - fissa il vuoto in silenzio. L' unico cibo disponibile è una specie di purè melmoso e grigiastro. Nei calici ristagna un liquame due toni più scuro del classico verde-lindablair. Scena icastica, tra i più succulenti brandelli del film.

8. Il mad doctor vornoffiano
Questo meraviglioso villain ha le fattezze vittoriane di Michael Gough, mitico caratterista con un secolo di gloria alle spalle, e non ha mai letto il famoso vademecum sulle 100 principali cose da fare quando si diventa un Oscuro Signore del Male
Praticamente parliamo di Alfred Pennyworth cattivo e depravato, in sedia a rotelle, con un casino di cerone, dita guantate e scricchiolanti, orribili segreti e un frustino sempre a portata di mano, nel caso si presentasse l'occasione di tormentare gratuitamente il servitore nano Frederick.

Ex allievo prediletto di Pavlov, trombato dallo stalinismo in favore di altri e ben più giovani scienziati, il Dr. Storm non l'ha presa meglio del dr. Vornoff e come lui s'è dato da fare per mettere a punto una nuova razza di superuomini (non atomici però, che non è più tempo) e produrre memorabili monologhi:

“...Osservi, Jason: questi giovani sono sotto il mio controllo.
Sono come degli automi e sono completamente in mio potere.
Non conoscono il dolore fisico...”


9. Il caratterista sottovalutato
Quello del servitore nano, sulla carta, si direbbe il carattere con meno speranze di emergere dal regime del cliché. Nei fatti è l'unico a superare lo stereotipo.
La cosa si deve sicuramente alle intenzioni della sceneggiatura (dopotutto nessun altro personaggio agisce in modo sensato, e Frederik resta il solo a compiere scelte autenticamente eroiche), ma una buona parte di merito va all'efficace prova di Skip Martin.
Abbastanza noto agli affezionati per le collaborazioni con Francis, Young e soprattutto con Corman, Martin non è mai emerso dalla penombra dei caratteristi horror. La fisicità troppo forte l'ha drasticamente penalizzato nell'espressione di un istinto d'interprete probabilmente tutt'altro che banale, ma alcune scene di Horror Hospital ce ne danno un assaggio.

10. È una roba veramente datata (che però sa il fatto suo)
I temi, il registro e l'estetica di Horror Hospital mostrano una dipendenza totale e particolarmente riconoscibile dal suo contesto culturale. E' una cosa che fa parte del suo charme, ma mi rendo conto che il livello di interesse per l'immaginario da cui il film deriva e su cui il film riflette potrebbe esercitare un'influenza più pesante del solito sulla possibilità che lo spettatore se ne innamori “disperatamente”.
A dispetto degli anni però (e del fatto che li dimostra tutti), Horror Hospital conserva una notevole forza dissacrante, concentrata nell'impronta autoironica della messa in scena: il conflitto fra le nevrosi del reazionario Dr Storm e le inconsistenti fissazioni dei suoi giovani oppositori è salacemente rappresentato come uno scontro tra demenze. Oltre le sconnessioni surreali di una sceneggiatura che a sospendere l'incredulità non ci pensa nemmenno (del resto, perchè dovrebbe?) l'intelligenza appuntita e ghignante di chi l'ha scritta c'è, e si vede ancora benissimo.

Insomma è un filmaccio dai colori suggestivi, autoironico, dissennato e approssimativo, irrimediabilmente datato. Secondo me, magnifico.


GORE GORE LINKS

Cercando informazioni su questa meraviglia mi sono imbattuta nell'ottimo Bmovies.splinder.com.
Alla sua recensione di Horror Hospital devo l'impagabile pettegolezzo su come Alan Watson, autore con Balch della sceneggiatura, abbia soffiato il fidanzato a niente-poco-di-meno-che William Burroughs. Su wikipedia la versione approfondita del gossip e lo sprezzante ritratto che del nostro eroe resta ai posteri (ebbene no, il leggendario guru della beat generation non l'ha presa “con calma, dignità e grazia”).

La clinica Storm su movie-locations.com e la scheda del filmone su britishhorror.co.uk.

Infine, ecco il dolce: questo amoroso tributo degli Stonasaurus che antologizza i migliori momenti del film.


[ AgonyAunt a proposito di gory discount, b come bellissimo ]
[ link ] [ commenti (7) ]

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