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A dodici anni ero carne da bullismo: ridicola, disadattata, paralizzata in una personalità rancorosa e integralmente derivata dall'oggettiva mancanza di bellezza fisica che per un paio d'anni ha semplicemente costituito la mia identità sociale. Ero romantica anche allora: giaceva dentro di me una seduttrice ironica, crudelmente imprigionata dal guscio adiposo e sgraziato di un corpo informe. Il lardo si è sciolto intorno ai quindici anni, colando via con gli eccessi di sebo, tendenze tragiche e bigiotteria ripugnante. Sotto – banalmente - c'era un'enorme e ingestibile potere sessuale del quale si pretendeva perfino che non abusassi. Prevedibilmente, ho incominciato ad amare il cinema dei mostri. Quello dei vampiri in particolare.C'era tutto. Spleen e crudeltà, sinistre irruzioni del caos, esclusione e unicità di specie, incontrollabili metamorfosi della carne, dislocazione polimorfa del sesso genitale, maledettismo, conflitto tra ordine e disordine, equilibri sadomasochistici, crinali impervi tra mostruosità e bellezza, depressione, irriducibile antitesi tra individuo e massa, possibilità omoerotiche, narcisismo, amore come assimilazione cannibalica dell'altro, pestilenze e altre spaventose figure del modo psicotico in cui l'ineluttabile e l'incontrollato usano riprodursi, rivolte miltoniane e fallimenti prometeici, abitudini alimentari devianti, invasione e transegender, crisi, l'indistinto miraggio della morte. E soprattutto c'era l'ambigua e imprescindibile necessità che il male ha del consenso (dell'invito): senza una pattuizione mefistofelica, più o meno “informata” ma in ogni caso esplicita, il vampiro non può nuocere né la vittima può subire.
Queste ed altre fascinosissime cose, tradizionalmente pertinenti all'archetipo vampirico, in Lasciami Entrare si disseppelliscono. Abbandonano il sottosuolo della metafora e della psicanalisi de noantri per diventare la storia, in uno scenario nordico urbano e prosaico bene attento a scartare l'estetica emo.
Il film è ambientato negli anni ottanta. Cioè al tempo in cui Tomas Alfredson, che è nato nel 1965, era un adolescente.
MAGNIFICENT CARCASS Vol. II
Elvira sta a Vampira come Lily Munster sta a Morticia Addams
Non mi riferisco alla primogenitura della signora Addams (si tratterebbe comunque di quella cartacea, perchè almeno in tv le due dinastie sono praticamente coetanee), ma allo scarto socioeconomico che ha distinto i Munsters dagli Addams sin dall'epoca del loro contemporaneo debutto, conferendo alla competizione diretta tra le due serie sui teleschermi degli anni 60 un divertente retrogusto di lotta di classe tra sitcom sulle famiglie deformi.
Come tutti sanno, tra le due dark ladies, quella aristocratica è Morticia Addams. Assistita da una servitù grottesca quanto devota, dispone di tutto il tempo libero di una signora bene e può coltivare in santa pace la versione macabra dei tipici hobby muliebri altoborghesi: si dedica ad attività caritatevoli, decapita rose nel suo jardin d'hiver, vezzeggia esotici pet carnivori, asseconda ostentate inclinazioni artistiche oppure si limita a sorvegliare la prole e a disporre il culto delle tradizioni familiari dal suo altero trono di vimini. Anche quando la troviamo assorta in occupazioni più umili, come sferruzzare maglioni per creaturine tentacolute o mescolare pranzetti venefici e aperitivi ribollenti, ha l'aria di espletare questi doveri domestici quasi per diletto, in quanto amorevoli pegni d'accudimento o semplici, superflue riprove di una consapevole perfezione da Stepford Wife gotica.
Le preoccupazioni di Lily Munster - che includono un Grampa vampiro piuttosto rincoglionito e una primogenita combinata come Doris Day - sono decisamente più vicine a quelle di Marge Simpson (personaggio che peraltro condivide con quello della De Carlo anche la tendenza a citare l'acconciatura di Elsa Lancaster).
Del resto, Morticia ha impalmato (soffiandolo alla sorella bionda) un facoltoso poliglotta in giacca e cravatta, carico di azioni redditizie e squisite parafilie: uno che va a lavorare quando si ricorda, per surrogare gli abituali passatempi infantili con il piacere bislacco e cervellotico - e perciò eminentemente aristocratico - di perdere in tribunale. La signora Munster invece ha scelto uno schietto e massiccio uomo del popolo, un ridanciano e ingenuo gigante karloffiano che a dirla tutta, a dispetto della possanza fisica, non può nemmeno vantare speciale virilità.
Ammettiamolo: Morticia Addams, uno come Hermann, non lo avrebbe preso in considerazione nemmeno come aspirante maggiordomo, visto che l'unico pseudofrankenstein che si tiene in casa porta il papillon e ha dimestichezza con gli strumenti da musica barocchi.
Elvira non è una signora tradizionale, non è una moglie-e-madre e nemmeno una fidanzata. Se ci figurassimo l'immaginario sul femminile come un fornitissimo e luccicante ipermercato di stereotipi, lei si troverebbe sicuramente nel reparto “femmine ingovernabili, ipertofiche e selvagge con approccio maschile al sesso”. Tuttavia, come Lily e a differenza di Vampira e Morticia, Elivira è immediatamente collocabile all'interno della working class.
Nel mio vecchio panergirico della Divina Nurmi avevo già ricordato l'importante ruolo svolto dai suoi sogni infantili di isolamento protettivo e ricchezza materiale nella genesi della prima horror host del mondo. Il divismo ostentato di Vampira evoca infatti il paradiso platinato delle star silenti, il sontuoso stile di vita dei reali di Hollywood e, con quelli, un benessere tanto favoloso da svanire occultato dalla sua stessa irragionevole enormità. Si tratta del genere di lusso che, relegando le faccende di denaro allo spazio angusto e trascurabile dello scontato, separa definitivamente il Divo dalle cure dei comuni mortali e apre la via a un'eccentricità radicale e conturbante, sì, ma anche conchiusa in spazi remoti, empirei e dunque non direttamente minacciosi. Le star sono dispensate d'ufficio dal dovere dell'integrazione, di fatto imposto come prima preoccupazione ai “soggetti strambi” costretti a campare nella complessità terrestre e a scendere a patti con convinzioni e convenzioni dell'umano medio [1] .
Elvira ha assunto il modello Nurmi con una letteralità imbarazzante, tanto che perfino il suono del suo nome lo ricalca. E su questo, qualunque cosa se ne sia detto a suo tempo in tribunale, non ci piove. La parte significativa di un'elaborazione per altri versi affatto priva di novità sensibili consiste precisamente nell'aver esportato il prototipo dal limbo divistico in cui giacciono le incarnazioni a quello pragmatico in cui si muovono gli individui.
Vampira ha addensato in un unico formidabile corpo - impossibile addizione di spigoli e curve - le ossessioni di sesso e morte di un' America pronta a ricevere i turbamenti più oscuri e a elaborare i desideri più forsennati. E malgrado questo - e per questo - l'ha fatto in quell'irreversibile isolamento che contraddistingue i freaks ma anche e soprattutto le star.
Le sue apparizioni pubbliche, sui bolidi ballardiani di J. Dean o per le strade di Los Angeles al riparo di un lugubre parasole, non potevano essere percepite che come epifanie surreali. Il carro funebre di Maila Nurmi, nel traffico meridiano del Sunset Boulevard, doveva fare lo stesso effetto della prima promenade di Dracula/Lugosi sul suolo londinese: quello di un'incarnazione soprannaturale che discende nelle strade dei viventi senza partecipare della loro natura, senza possibilità di mimesi efficace. Maila, magnifica carcassa e compianta musa, era una straniera in terra straniera come il voivoda di Bram Stoker [2].
L'eccentiricità da diva di Vampira, in Elvira, si compromette con un tessuto sociale, diventa quella di una metallara cotonata, di una sboccata e procace bomba el sesso sottoculturale. Diventa l'eccentricità socialmente collocata di un altro genere di freak.
Prima di Edward Mani di Forbice, anche se in assenza delle incantevoli stilizzazioni pop di Tim Burton, nella provincia ipocrita color pastello era sbarcata Elvira, per riscuotere un misterioso lascito stregonesco. Succedeva in un filmaccio chiamato Elvira – Mistress of the Dark, che potrebbe essere descritto come un'innocua ibridazione tra fantasy per famiglie e commedia disimpegnata strettamente cucita sulle curve di Cassandra Peterson, proprio come il suo sudario-bra. A dispetto di questa premessa poco incoraggiante il film conteneva immagini interessanti, direttamente responsabili delle sue sorti americane di cult trash: l'eredità immaginata come chiassosa vincita a un telequiz contro l'estetica del lutto per bene, il gergo dei concerti accanto alle siepi ordinate, il sogno kitsch dell'hotel Flamingo sopra la soporifera routine del buon gusto. Elvira, con il suo trucco punk rivisitato e corretto da un costumista di Las Vegas e con la sua parlata beffardamente clonata dagli sconclusionati “I mean” delle valley girls (praticamente le “bionde dentro” americane, ma con più soldi), forniva la traduzione potabile e camp di uno stile di vita antagonistico, antipuritano e orgogliosamente sociopatico, si faceva portatrice di un'estetica per giovinastri lugubri, ancorchè addomesticata da un insolito livello di autoironia e da una quantità di lacca che ridicolizza il contributo di Robert Smith al buco nell'ozono.
Interrogata su Vampira, Maila Nurmi spiegava di non aver prodotto l'immagine di una donna ma quella di un'entità; Cassandra Peterson vede in Elvira una proiezione di se stessa teenager, una mocciosa sboccata che esprime ad alta voce quanto la gente dabbene censura e tace. La Nurmi affabulava aneddoti sulla seduzione di Orson Wells, la Peterson rievoca le profezie estorte ad Elvis Presley sulla via di Damasco [3]. E questo, nella sua parabolica semplicità di rivelazione, è quanto.
Come adoratrice acritica, devota vestale e umile serva della Divina Maila Nurmi, so bene che dovrei odiare Elvira, su vampirasattic.com tuttora citata come quella “prominent mistress of the dark who shall remain nameless”.
Sulle sue colleghe – per esempio sull'adorabile Crematia Mortem del Creature Feature di Kansas City – so poco o niente, dunque mi è difficile formulare un'opinione particolarmente sensata sul contesto. Credo tuttavia di poter ipotizzare che le ragioni per cui Elvira è emersa dalle loro schiere come tenebrosa signora del merchandising kitsch abbiano a che fare con la roba di cui blateravo sopra. Per via di quella roba, in ogni caso, mi vedo costretta a confessare un'imbarazzata ma indiscutibile approvazione per il personaggio della Peterson.
Come imitatrice di Vampira – categoria che potrebbe del resto includere tutti gli horror host mai vissuti – Elvira è al contempo platealmente derivativa e assurdamente originale. Non perchè ha aggiunto un coltellino al costume, né perché ha ricalcato l'abitudine – risalente ai fasti della superstar Zacherley - di interrompere i film per snocciolare battutacce. Il fatto è che ha saputo saccheggiare il rigoglioso/putrescente prototipo di un'icona pop in un modo sensato, bizzarro, a suo modo rilevante.
Che ne sarà, ora che il secolo XXI s'avanza, di Elvàira?
Un anno fa ha condotto – insieme ai suoi impersonators storici, Christian Greenia, aka Cassandra Fever, e Patterson Lundquist - un reality show per selezionare un terzo clone ufficiale.
Io, pur possedendo indiscutibilmente (e da almeno 71 anni, nevvero) le physique du rôle, non ho potuto partecipare al casting giacchè avevo da pisciare il cane, ma alle “odd-itions” si è presentata una valanga di altre aspiranti Elvire, più o meno convincenti. Superata una prima selezione, le concorrenti erano chiamate a provarsi in varie sfide degne di una mistress of the dark comme il faut (chessò, replicare gli sketches dell'originale piuttosto che prestarsi a una cena a lume di candela con un pavido nerd) e in base all'esito venivano promosse alle successive fatiche con un affettuoso “welcome to my nightmare!” oppure disintegrate dai trashissimi effettacci del pollice verso.
Ha vinto tale April Wahlin, detentrice del titolo e del relativo contratto sino allo scorso ottobre: una fanciulla tanto simpatica quanto oggettivamente poco minacciosa per l'icona di cui avrebbe dovuto farsi erede.
The Next Elvira è indubbiamente giovine e graziosa, ma qualcosa mi dice che fra le molte (moltissime, troppe) tette pro veg che potete trovare sul canale youtube PETA, quelle della sua musa resteranno più cliccate anche nel prossimo decennio. Prominenti e pallidi antidoti alla “dieta per vermi” e al moralismo ascetico che corrompe l'80% della propaganda antispecista.
GORE GORE NOTES
[1] I Munsters, transilvani, sono comunemente letti come figura della tipica famiglia migrante, determinata ad inserirsi a dispetto dei malintesi culturali che tendono a frustrare i loro sforzi di integrazione.
[2] Le celebri parole di Dracula trovano una curiosa e ben più romantica eco in quelle concesse da Vampira a Enterteinment Weekly in risposta all'immancabile quesito su James Dean: “He was the first and the last human being I've ever known with whom I'd felt we were of the same species. Everybody else to me is a stranger.''
Naturalmente il tiranno di Stoker – un tipo ben diverso dalle sue sentimentali riproduzioni cinematografiche - le pronunciava in un contesto mooolto meno melanconico.
[3] Al consiglio del Re, ferunt, dobbiamo la migrazione della giovanissima Peterson dalla galassia dei casinò alla costellazione della KCAL-TV. Elvira, in questa intervista di un paio di anni fa, conferma la chiacchierata.
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