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NON ERA UNA SOLA ALLA HOSTEL (Questo qui è violento sul serio)
(Di Xavier Gens, Francia 2007)
Il suo tema centrale è la schizofrenia e la memoria."
Jean Baptiste Thoret
Chi ha esperienza di migrazioni impiegatizie e radio accese nel traffico avrà sicuramente subito nelle ultime due settimane l'ossessiva invadenza del roco e serioso audiotrailer di Frontiers (Gli unici tagli di questo film sono quelli che sanguinano!), preclaro esempio della serie "grandi momenti di copywriting sborone".
Non ho ancora capito se i creativi che preparano queste campagne giocate sul promesso tripudio di ultraviolenza ci sono o ci fanno, perciò non so mai se impacchettargli una copia di August Underground's Mordum (così si fanno almeno un'idea approssimativa della roba che va in giro in home video) o spedirgli direttamente una traccia mp3 registrata dopo due pacchetti di Camel con falsetto rantolante e su sottofondo ambient di Burzum: "A Tony Brando, ma che me voi sola' proprio a me?"
Per chi ha visto parecchio grand guignol, Frontiers non ha veramente nulla di particolarmente "insostenibile", ma bisogna riconoscere che non è nemmeno una fregatura gonfiata dalla pubblicità ingannevole come Hostel. A differenza del film di Eli Roth questo è violento davvero, lo è per un lungo tratto della narrazione e può anche vantare una scena dei tendini nettamente più bruta e spassosa.
E' un film truculento e godibile, insomma, che colpisce per la mancanza di originalità - assoluta e con ogni probabilità totalmente consapevole - quanto per l'ottima confezione.
Più vicino per estetica ai predecessori americani che alle recenti e comunque fortemente derivative produzioni connazionali tipo Sheitan (che molto è piaciuto al buon Demon), Frontiers dichiara Un tranquillo week-end di paura come modello ufficiale. Oggettivamente però ne ricalca solo una fetta, quella che discute l'antetisi tra realtà urbana e incubo rurale, ridimensionando peraltro la contrapposizione nel momento stesso in cui la trasferisce dal piano della sostanza socioculturale a quello del livello di evidenza: ai cannibali neonazisti delle isolate campagne di frontiera corrisponde senza radicali soluzioni di continuità la morsa dell’autoritarismo fascistoide sulla metropoli delle scene d'apertura, quelle che chiariscono la cornice distopica della storia ammiccando alla cronaca recente delle periferie parigine. I giovani animali da macello conservano una posizione antagonistica rispetto a entrambe le declinazioni di fascismo e non cercano confronti rambisti con gli spazi naturali ostili.
Ben più sensibile e massiccia è dunque l'eredità di Non aprite quella porta, recuperato attraverso il filtro di Rob Zombie, e di Le colline hanno gli occhi, storico filmone con cane eroe recentemente rivisitato dal sanguinario parigino A. Aja.
Entrambi i film sono esplicitamente omaggiati dalla clonazione più o meno pedissequa di un paio di personaggi: la Baby Firefly della divina Shery Moon Zombie e la materna traditrice Ruby della storia di Wes Craven. Il primo archetipo muliebre, Baby (qui Gilberte), è quello più significativo rispetto all'aggiornamento del modello hooperiano di famiglia degenere, che inizialmente - qualunque cosa ne sia stato nei sequel apocrifi - si caratterizzava per una composizione esclusivamente maschile e che oggigiorno offre ospitalità al popolare mito erotico delle girls with guns.
Seppure non particolarmente sessista, la famiglia cannibale di Frontiers è comunque molto più tradizionale di quella di Cpt. Spaulding e subisce il severo patriarcato di un vecchio nazista costretto a scendere a patti con l'incubo del meticciato. Per lui notiamo una blanda aura da Dr. Satan (suggerita dallo sguardo della camera sui vecchi strumenti medici, inquadrati giusto alla vigilia della sua presentazione), un registro caricaturale su cui si concentra tutta la (scarsissima) ironia del film e la parlata teutonica da J. Ratzinger.
Pure c'è da segnalare la mancanza di coesione affettiva e sincera alleanza nel nucleo deviante: del resto parliamo di una stirpe di villain, non di antieroi. Se gli psicopatici e irriducibili Firefly accoglievano, amavano e proteggevano il loro Abele deforme - quello che infatti si immola prodemente, dopo aver messo a segno un colpaccio da deus ex machina, nel secondo capitolo della saga di Rob Zombie - questi Caini intossicati dalle menate eugenitiche seppelliscono i propri pargoli freak nelle budella ctonie di una miniera (fattaccio che fa pensare a una versione rurale dei nevrotici coniugi capitalisti de La Casa Nera).
La progenie del macellaio ciccione, per la verità, è esiliata dal cortile domestico come dalla scena: resta l'unica immagine disturbante sottratta al gergo pornografico dello splatter, ora sommariamente intercettata dall'occhio disturbato della camera digitale ora intrappolata in quella specie di inserti pseudo-subliminali con cui W.Friedkin rivelava/occultava il faccione pittato di Pazuzu. Qualcuno più spericolato di me potrebbe comunque aver voglia di indagare eventuali reminescenze del raffinatissimo e vetusto Spider Baby in questi giovani e affamati necrofagi, ma in generale i modelli di Xavier Gens non sembrano arretrare oltre gli anni settanta.
Molto - e molto giustamente - s'è discusso sul peso di questi modelli, sul ricorso all'autoreferenzialità e al citazionismo che, sempre oltremodo familiare ai contenuti e ai linguaggi dell'horror, ha conosciuto con il cinema degli anni novanta un sorprendente e spericolato incremento.
Almeno per quanto riguarda questo film, che potrei definire un remake non remake, vorrei osservare che alla dichiarata sovrabbondanza dei tributi non corrisponde sempre quella riproposizione erudita e puntuale, adorante ed entusiastica, che è propria del puro citazionismo. Il massiccio legame con le fonti di Frontiers è esplicitato dal collage delle ossessioni e soprattutto dalla disciplinata coerenza delle atmosfere. In generale la nozione di manierismo - rigorosamente spogliata di ogni sufficienza moralistica - mi sembra perciò molto più adatta a descrivere e contestualizzare questo film piacevole e onesto, formalmente amabile e schiettamente cruento anche se non abbastanza disturbante per i miei gusti.
Non ho aperto il post con quella citazione per cercare il sostegno di un'auctoritas alla proposta appena illustrata (del resto non funzionerebbe), ma per suggerire una riflessione sul tipo di meccanismo contro cui andiamo accanendoci (o che richiamo di coinvolgere col nostro accanirci) nel momento in cui smerdiamo un certo tipo di prodotto parlando di citazionismi, clonazioni e pleonasmi.
Nel corso dell'intervista, resa a Parigi nel 2000 e poi confluita nell'agile raccolta "Il Cinema Horror in Italia" di Lucantonio, Thoret disquisisce in effetti del cinema di genere italiano degli anni settanta, che solo a fatica potrebbe raffrontarsi all'esperienza post tarantiniana delle case a sinistra dell'ultimo decennio. Nelle pagine che seguono, il critico francese riflette sul legame tra manierismo e b-movie, predicando la natura intrinsecamente schizofrenica di un film che - già nel seno di un apparato profondamente tradizionalista, quello del genere - si accinge a replicare una scena già girata, "già esistente" altrove, concentrandosi su una forma che, ricostituita come contenuto originale dal processo stesso del plagio, può a sua volta evolversi in modello e venire ad accogliere un successivo strato di emulazione.
Fondamentalmente, penso che sia un punto di vista interessante e che si possa tenerlo presente quando si intenda riconsiderare la relazione tra manierismo, tendenza compulsiva al remake e citazionismo esplicito: tre connotati fortemente caratterizzanti dell'horror contemporaneo.
GORE GORE NOTES
Il post è chiaramente dedicato all'ottimo Deeproad, che spero mi perdonerà l'ingenerosa considerazione di Roth e il lieve ritardo di pubblicazione dovuto all’intempestivo decesso di Fastweb, che molto s’è fatta pregare prima della resurrezione (come bokor sono una segaccia).
E' anche il mio post di esordio su Cineblabbers Connection, che linko da qui in attesa degli aggiornamenti da compiere non appena riesco a scovare un po' di pace e di senno. Ci sono molte putride novità da aggiungere alla lista, ma c'è anche qualche disertore da espellere: la ferale notizia è che il blog su Richard Benson sembra aver chiuso. Ovviamente ho accolto la notizia con calma, dignità e classe.
[ link ] [ commenti (30) ]
FACCE DA VILLAIN Vol. I
Micheal IronsidePur possedendo una fronte istrionica e sopracciglia veramente perfide non è mai diventato un divo malefico. Forse perchè J. Nicholson è più bravo, forse perchè J. Nicholson ha più culo, forse perchè J. Nicholson ha semplicemente saturato il mercato in barba al fatto che M. Ironside, con quel cognome, partiva decisamente avvantaggiato.
Ormai è andata così.
Quel che importa adesso è che questo tizio ha una faccia da cattivo, ma così da cattivo, ma così da cattivo che anche dopo averlo visto affaccendarsi ai vertici della Resistenza per tre quarti della prima serie noi bambini eravamo sicurissimi che si sarebbe messo a complottare con i Visitors da un momento all'altro. Personalmente ci avrei scommesso una vagonata di girelle.
Lance Henriksen
Una bella faccia greca e grandi occhi mesmerici, perfetti per il registro della tragedia o per l'incarnazione del misticismo distorto (che poi, per fortunata combinazione, sono esattamente le robe cui corrispondono le due preziosissime espressioni dell'attore).
In Unbreakable - filmone che avrà pure i suoi difetti, ma che è generalmente fatto oggetto del più ingiusto snobismo - il fragile fumettaro S. L. Jackson ci fa sapere per interposta persona che i cattivi dei comics classici di rado esibiscono la struttura atletica delle loro virtuose e forzute controparti; in compenso hanno teste enormi e occhi giganteschi, onde suggerire al lettore l'occulto fervore di una creatività minacciosa o le potenzialità intrusive di un'a-b-norme capacità percettiva.
Julian Sands
Anoressico, maledetto e con un che di Anthony Perkins, può sempre tornare utile a chi cerca una presenza uheimlich nel suo film. Comunque non mi risulta sia mai stato all'altezza del morboso charme Max Shreek che si ritrova. Se qualcuno mi dimostra che sbaglio, ovviamente, ritratterò volentieri.
Stephen Rea
Si distacca dal resto della compagnia per via di una coppia di salubri e rosate guanciotte irlandesi. E' però uno di quei maschi che imbolsendosi migliorano. Si fanno più fisici e terrigni, guadagnando - se debitamente acchittati - una specie di scaltra carnalità che ha davvero il suo perchè.
Pur melanconico, non è un tipo byroniano alla Gabriel Bryrne e questo è un bene: di fatto è perciò che si candida a interprete ideale di corruttori ironici e dissoluti. Eppure c'è gente che per fare De Sade chiama Daniel Auteuil.
Ron Perlman
Siccome ha qualcosa di belluino, una lunga testa di karloffiana virilità e una brutale - favolosamente abnorme - dentatura da carnivoro, è sempre la prima scelta quando al casting s'è fatta precisa richiesta di un tipaccio animalesco.
Dagli esordi sotto le leonine spoglie della Bestia, al fianco di una Bella palestrata e mascellona come Sarah Connors, è passato ai travestimenti scimmeschi e alle gobbe posticce di Jean Jacques Annaud. Per cambiare, attualmente suda sotto il lattice rosso e si atteggia a Hellboy.
Si ha insomma l'impressione che aspiri a figurare, presto o tardi, in qualche motto popolare. Tipo: "non calpestatelo, potrebbe essere Perlman".
PERDONACI, ANGELA
Durante l’ultimo quinquennio, io la Zia (quella originale, la Zia della Zia) e il Silenzioso Bastardo ci siamo più volte radunati alla sera, per vincere il tedio invernale a suon di chiacchiere sui massimi sistemi o per inaugurare la stagione dei sandali senza calze con avvincenti simposi al chiaro di luna. Ebbene, per tutto questo tempo un quesito irrisolto ha oscurato le nostre risa e tormentato i nostri intelletti: Perché mai Angela Lansbury non è un’icona weird?
Insomma, cosa ci si aspetta che faccia ancora per diventarlo?
Si è fatta raggirare da Dorian Gray quando era poco più che una bambina. Ha recitato nel peplum ultra kitsch di Cecil B. DeMille. Ha gorgheggiato nel macabro Sweeney Todd a Broadway. Ha sapientemente sferruzzato Cappuccetti Rossi nella favola perv-freudiana di Neil Jordan. Ha creato praticamente dal nulla la ferale e ridanciana Jessica Fletcher.
La nostra sola speranza è che i posteri pongano rimedio agli errori di questa ingrata generazione che stolida senesce, riconsegnando Angela Lansbury al seggio di idolo weird che è suo per diritto.
INCUBI, CROMOSOMI, MACCHINE ROSSE
I cultoni espressionisti degli anni venti saranno risonorizzati live, mentre altre vecchie fiamme, tipo il Mulino delle Donne di Pietra e L'Orribile Segreto del Dr. Hichcock, si potranno semplicemente rivedere come mamma le ha fatte in una sala piccola ma vera.
Attualmente invece è in corso una rassegna su Cronenberg, contestualmente alla sua Chromosomes, che ha aperto da una decina di giorni.
Sabato sono passata a vedere Scanners - sorprendendomi irragionevolmente della sua ovvia vetustà - e la mostra, che detto fra noi non è nulla di veramente indispensabile. Imperciocché con lo stesso biglietto si accede anche a Bill Viola (e alla monumentale mostra sugli Etruschi, il tipo di roba per cui confesso di non sbavare) la consiglio grandemente in ogni caso.
Il corpo portante dell'esposizione è costituito da una cinquantina di fotogrammi estratti dal corso narrativo dei singoli film e stampati su tela che si ricompongono per settori tematici, ricostruendo le trequattro ben note ossessioni del nostro eroe, e fanno da trivia per i fanatici accorsi in (parva) copia.Una terza aula è occupata dall'installazione dedicata a Red Cars, di cui pure si fa scempio e ri assemblaggio. Superata la sensazione di muoversi all'interno di un surrogato cheap per chi non ha investito nel costoso tomo (di cui restano invendute, a giudicare dal sito della Volumina, un bel po' di copie), si riconosce una misteriosa attrattiva a questo mosaico di memorabilia che fluttua fra scoperte ispirazioni pop, dettagli feticistici di lamiere rosso ferrari e angoli di grafica pura (oggettivamente un po' strani in un contesto espositivo di questo tipo).
Più che una vera opinione questa è un'impressione - l'impressione, diciamolo, di una che non ha potuto svolazzare a Parigi per posarsi su The Fly – L’Opera - ma mi pare che nei suoi impegni lontano dalla macchina da presa Cronenberg finisca sempre per riflettere non tanto sulla propria produzione di cineasta quanto sulla propria collocazione come autore in un contesto culturale più vasto, oltrecinematografico.
Almeno Chromosomes rivela la sua concentrazione sulla relazione tra se stesso e una scena artistica che dalla seconda metà del novecento in avanti ha esplorato i temi a lui cari anche più spesso del cinema, e che non a caso lo ha fatto all'interno della sua appendice più popolare, la più frequentata, credo, da un pubblico relativamente esteso e non necessariamente erudito in materia di arte contemporanea.
Mi viene in mente una mostra enorme al Macro di Testaccio che l’estate scorsa antologizzava buona parte dei guru del corpo. Ovviamente c'erano un sacco di classiconi (della serie Acconci, G. Pane, R. Schwarzkogler, Chris Burden, azionisti assortiti etc), fotografi glam tipo C. Sherman, Olaf o L. Clark e zero pittura (o forse solo la Saville, non mi ricordo), ma anche molta roba indisciplinata e liminale rispetto al discrimine tra il linguaggio dell'operazione cinematografica (o pseudotale) e quello della videoarte, per esempio le superstar Bruce La Bruce (non video però se ben ricordo) e M. Barney. C'erano perfino Brakhage e Kenneth Anger nonchè un vero e proprio corto splatter teutonico espunto dall'installazione di cui faceva originariamente parte, ultranarrativo, comunque autosufficiente e assai colorato, la cui paternità al momentaccio mi sfugge perchè c'ho anche un'età (semmai poi cerco in rete ed edito).
A quel punto - complice la trance maso-mistica indotta dalla ferale combinazione Fireworks in loop + no seggiolina + tacchi alti - la mancanza di un pensierino per D. Cronenberg, vagamente, ricordo di averla avvertita.
Ecco: mi sa che l'ha avvertita pure lui. Un po' meno vagamente, si vede.
Baciamo le mani: Le immagini sono dettaglio di quelle scaricabili dal sito di Red Cars che, provvedendo encomiabile soccorso a chi brama il download, recupera i punti persi per abuso di flash.
HELLO CTHULHU!
Essendo una figlia del popolo, io, vedo cose che vuoi intellettuali non potete vedere.Per esempio, vedo che c’è qualche cosa di rancoroso nel modo in cui i ragazzi che hanno studiato, gli estimatori del cinema prezioso, pronunciano o scrivono il termine “mainstream”. E’ il riflesso di una sorta di sdegno oligarchico e di odio lovecraftiano non tanto per il semplicismo violento delle masse e dei loro gusti plebei, quando per la loro capacità di successo economico, per l’istinto primitivo e infallibile con cui il parvenu cava denaro dagli strumenti dell’arte, spremendoli e strizzandoli con le sue grosse manacce callose. Nel ricorso al termine mainstream, insomma, il disprezzo virtuoso dell’asceta incorruttibile si mescola all’invida inconfessabile dell’aristocratico impotente, fisiologicamente incapace di lasciare i suoi salotti platonici e le sue biblioteche ombrose per misurarsi col travaglio virile e compromissorio di chi fabbrica il soldo alla luce del sole e per mestiere, martellando e spalando, brigando e adulando, comprando e vendendo.
The Mist, per dire, è un film mainstream.
L’ho visto in una sala sabatina, (relativamente) affollata, pulsante, coinvolta. Per la prima volta dai tempi del Fantafestival mi sono sentita precisamente una parte del pubblico, un suo membro di diritto: insomma, non una che è andata a guardarsi un film per cazzi suoi e adesso, anche se in sala ci sono questi rumorosi estranei ruminanti, sopporta con ineffabile garbo perché la mamma a suo tempo le ha insegnato l’educazione. Non mi hanno disturbata affatto i commenti, né le risate e i bisbigli e i sussulti, non gli applausi - tutti invariabilmente esplosi “al punto giusto”. Mi sembrava di essere al Nuovo Cinema Paradiso, giuro, solo che senza le menate strappalacrime e con i mostri grossi. Così mi sono detta: questo deve essere il mainstream al suo meglio, poffarbacco!
Fatto con un po’ di soldi ma senza divi, il film riferisce le dinamiche, gli stilemi e naturalmente anche le ovvietà e gli stereotipi del cinema di zombi, proposti in una salsa apertamente romeriana, ergo suo malgrado insopportabilmente didascalica e blandamente moralista ma sempre rigorosa e totalmente efficiente.
A questa struttura zombesca si affianca un modello di invasione antecedente, se vogliamo un po’ da guerra fredda, essenzialmente basato sulla natura totalmente altra della minaccia.
Abbiamo perciò corpaccioni alieni grassi e caotici o semplicemente enormi, anatomie insettoidi parecchio gigeriane, leviatani abissali assai tentacoluti e grugniti a palla. Se poi non bastasse, anziché sbarcare da qualche navicella lampeggiante come un marziano dei bei tempi avrebbe avuto il buon gusto fare, questi irragionevoli orrori emergono dal velo archetipico della nebbia per dare il via a un’invasione vecchio stile, tutta predazione indiscriminata e bestialità demente.
Forse che potevamo farci mancare, nel momento del bisogno e in un contesto di ispirazione kinghiana, l’ottusità preistorica delle divinità di Lovecraft? Direi di no.
Si parla di Cose che possono permettersi una secolare soggiacenza all’inconsapevole precarietà del reale, signora mia, Cose sepolte sotto le calde rovine dell’occultismo o dell’archeologia, che ammazzano l’eternità balbettando bestemmie e pregustando l’inesorabile avvento del regno dell’informe.
In cotale corrusco pastiche escatologico possono trovare senso le blaterate veterotestamentarie della signora che ti sta accusando dalla foto, ma l’efficacia oggettiva della razionalità come strumento di interpretazione e valutazione del reale arretra, perde significato e finisce col somigliare a una sorta di ottimistica e obsoleta superstizione, coltivata dagli avvocati paranoici ma soprattutto – e con più misura – da quel gruppetto di nerd isolati in cui tutto il Nuovo Cinema Paradiso si identifica senza tentennamenti. Ecco a cosa precisamente alludevo menzionando Romero.Non sono il tipo che appena vede gente asserragliata in un supermercato si mette a strillare “Romeriano! Romeriano!”, ci tengo a chiarirlo subito anche perché qui il tempio del consumo è un nascondiglio, non lo scenario di un assedio in senso stretto. I mostri in effetti se ne sbattono di entrare e divorano equanimemente tutto quello che trovano: un redneck in salopette di jeans dal loro punto di vista non è più saporito di una falena velenosa da sette chilogrammi. Non trovo specificamente romeriani nemmeno l’equilibro tra gli spazi della sicurezza e quelli del pericolo, la riproduzione delle dinamiche sociali sulla piccola scala della comunità superstite o la proposizione degli stereotipi più utili a svolgere con immediatezza la solita parabola pessimistica sulle ripercussioni politiche dell’emergenza e del trauma.
Ben più interessante, dal punto di vista delle derivazioni e dei déjà-vu, è il fatto che l’eroe – un uomo razionale, responsabile, vincolato a valori tradizionali quanto immarcescibili (lascia stare la famiglia, come vogliamo chiamarlo un illustratore di locandine che riesce a mangiare nell’era di photoshop?) – sbagli tutta la strategia, dal primo all’ultimo passo.
Lui e i suoi compari stanno lì che ragionano, dibattono, ricostituiscono surrogati di nuclei familiari smembrati, recuperano competenze segrete e danno fondo a risorse insospettate (il cassiere sembra solo un servizievole quattrocchi dal mento moscio, ma dentro è il Clint Eastwood della Torre Nera nonché tutti noi). La pianificazione però fallisce, sul lungo termine vincono i comportamenti viscerali e gli istinti non mediati, gli eventi assecondano i trip profetici, le maledizioni emergono dal tempo letargico della mitologia e ricominciano a funzionare in quello concitato della contingenza, per chi non si adegua sono cazzi amarissimi.
Il Nuovo Cinema Paradiso lo capisce, si appassiona, batte le mani, fischia i villain, sussurra unidicisettembre, si diverte. Si dimentica senza rimpianti di alcune illogicità grossolane (le reazioni dell’avvocato nero, per esempio, che hanno qualche bug pesante), della scontata distribuzione dei dialoghi, della stereotipa prevedibilità delle maschere, delle rivelazioni poco persuasive, di qualche fase stanca, di un uso del gore irritantemente equilibrato, della presenza importuna del solito moccioso esattore di lacrime e di altre consimili stucchevolezze, della mania per il ritorno dei conti che certi sceneggiatori come Frank Darabont non sanno mai se perseguire con la diligenza dovuta a un dogma hollywoodiano o trascurare fancazzisticamente pur di regalare agli occhi lucidi dell’eroe una manciata di secondi extra.
GORE GORE NOTES
Due tre cosine andavano premesse. Io che sono lucidissima le pospongo.
[1] Non ho mai letto il racconto. Per compensare la faccenda mi ero astutamente assicurata la presenza della Zia Fredda e Crudele - miglior conoscitrice di King, sottilissima affabulatrice nonché efferata produttrice vetriolo - al fine di surrogare con la sua esperienza la mia colpevole ignoranza e di garantirmi una dilettevole aggressione verbale all’eventuale alterazione degli spunti originari una volta passati i titoli di coda. Purtroppo però nemmeno la Zia aveva letto The Mist, sicché ancora oggi ignoro bellamente la relazione tra film e racconto. Inoltre, ha gradito anche lei, perciò niente cattiverie dopo l’ultimo spettacolo. Si può essere più sfortunate?
[2] Mi mancavano molto questo blog e i blogger che passavano da queste parti, ma ero ormai troppo in imbarazzo per “ricominciare”. L’ottimo Demone e il buon Stilgar mi hanno consigliato di deporre queste timidezze. Anche se sono sempre imbarazzatissima, molto li ringrazio del pensiero.
[3] Il titolo del promesso post di ritorno dottamente si riferisce a questo comic, che ha il suo perché.





























