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venerdì, 25 maggio 2007

FANTAFILMOGRAFIA ESSENZIALE

Sono da sempre un grande appassionato di Science Fiction made in Usa prodotta nel decennio tra il 1950 ed il 1960. Adoro questo genere nato come cinema di propaganda antisovietico, adoro i suoi “ingenui” topoi (minaccia aliena, fobia dell’invasione, radiazioni, energia atomica…ecc), i suoi altrettanto ingenui FX e la passione (nonché straordinaria bravura) di molti registi, ai più, sconosciuti.
Qualche sera fa, discutendo in anteprima il topic degli astromostri con la padrona di casa, mi fu fatta richiesta di una filmografia essenziale di codesto genere. Per cui ne faccio pubblica esposizione affinché, chi ne volesse, possa usufruirne.
Premetto che trattasi esclusivamente di prodotti americani, editi in Italia, che l’ordine non rappresenta una classifica e che, a prescindere dal gusto personale, sono davvero i film fondamentali per chi volesse immergersi in questo genere.

Ultimatum alla Terra
(The day the Earth stood still) 1951
Regia: Robert Wise
Per farvi capire di cosa parliamo vi dico solo che l’alieno in questione chiamasi “Klaatu” e che le uniche parole che pronuncia in lingua aliena sono: Klaatu barada nikto!...vi ricorda qualcosa?

Il pianeta proibito
(Forbidden placet) 1956
Regia: Fred McLeod Wilcox
L’icona dell’uomo meccanico per eccellenza, il “robot” dell’immaginario collettivo, film stracitato, straimitato…lucas ne riprese i titoli ci testa per il suo “star Wars”.

L'invasione degli ultracorpi

(Invasion of the body snatchers) 1956
Regia: Don Siegel
Qui c’è poco da dire… non so quanti remake siano stati fatti, persino una parodia con il grande Totò (totò sulla luna).

La cosa da un altro mondo

(The thing from another world)  1951 
Regia: Christian Nyby
Versione originale de “la cosa” di Carpenter…

Quando i mondi si scontrano

(When worlds collide) 1951
Regia: Rudolph Maté
Un asteroide sta per distruggere la terra…era il 1951…

Destinazione terra!

(It came from outer space) 1953
Regia: Jack Arnold
Penso che Jack Arnold sia stato uno dei più grandi registi di quell’epoca, ne sono innamorato, soprattutto per come presenta (in contrapposizione ai suoi colleghi) la figura dell’alieno, più romantica e meno propagandistica. Suo primo film di genere.

Assalto alla terra

(Them!) 1954 
Regia: Gordon Douglas
Formiconi giganti, frutto di esposizione a radiazioni, trotterellano per le vie di Los Angeles…Ottimo film.

Cittadino dello spazio

(This island, Earth) 1955
Regia: Joseph F. Newman
Astronavi, viaggi interspaziali, pianeti sconosciuti forme di vita aliene, alleanze interplanetarie…prototipo per Star Trek.

Tarantola

(Tarantola) 1955
Regia: Jack Arnold
Non riesco a non segnalarlo, anche se già presente, Jack Arnold merita davvero mille lodi per questo film, presenta l’orrendo mostrone in maniera che alla fine, quasi si parteggi per lui…

La Terra contro i dischi volanti

(Earth vs. the Flying Saucers) 1956
Regia: Fred F. Sears
I dischi volanti attaccano la terra, obiettivo Washington.
Ispiratore di centinaia di film, tra cui Mars Attack!

Gli invasori spaziali

(Invadres from Mars) 1953
Regia: William Cameron Menzies
I marziani prendono possesso delle menti dei terrestri…un bambino sembra essere l’unico a rendersene conto. Film M-E-R-A-V-I-G-L-I-O-S-O.

Ho lasciato fuori i film di matrice horror, quelli europei, magari li posto in seguito. Questi sono i fondamenti, ma c’è altra buona roba made in USA di quegli anni. Se avete intenzione di procurarveli…buona visione.
Dimenticavo, La guerra dei mondi l’ho volutamente ignorato.
Perdonato?

[ IlDemone a proposito di leggende, i film più belli del mondo ]
[ link ] [ commenti (19) ]
giovedì, 24 maggio 2007

IL MERCATO DEGLI ADONI


Questo ammirevole manifesto che pare parafrasare Frank N Furter decanta invece le prodigiose virtù del metodo per fabbricarsi un corpo forte, sano e statuario elaborato da Charles Atlas, dal 1922 detentore dell'invidiabile titolo di "World's Most Perfectly Developed Man". Costui, un italiano passato dal nerdismo al body building per rifarsi di un affronto in spiaggia, ha approntato il suo infallibile vademecum atletico ispirandosi ai movimenti dei leoni dello zoo (riesci a immaginare un grande predatore più ruggente e macho del Re della Foresta?) e da brillante predecessore di J.Fonda l’ha distribuito al popolo ottenendo in premio fama e fortuna, nonché un elenco tutt’altro che scarno di allievi di nome (nientemeno che Marciano, a quanto pare). La meravigliosa storia della crisalide nerboruta si può graziosamente apprendere, assieme a una quantità di altri fatti interessanti, dalla sapienza di SandowMuseum.com, incantevole portale che prende nome da un’indiscussa star del settore vissuta nella seconda metà dell’800.

Ho scoperto Sandowmuseum e altri splendidi siti grazie a BigKugles.com e alla sua ricca galleria fotografica di nudi maschili, affiancata da una più succinta collezione di seducenti signore vintage. Sebbene non sia riuscita ad accedere alla sezione esplicita a causa di un link rotto, l’intero sito è chiaramente permeato da un certo tasso di (grazioso, anticato e ben poco “pernicioso”) erotismo, perciò raccomando che i numerosi lettori in fasce di questo blog chiamato Strong Bloody Violence, Language and Some Sexual Content ne prendano visione senza farsi scoprire dai genitori. Si tratta del tipico sito che mi piacerebbe aver inventato, montato, gestito. Al pregio memoriale di ricordare la possibilità di una rappresentazione narrativa e complessa -pur nel seno dello stereotipo- del corpo erotico, associa l’atmosfera di un polveroso e crepuscolare mercato di schiavi.
Io ho scelto questo sirenetto querelle quasi per dovere, questo malinconico wrestler russo per innata simpatia (ebbene sì, il discobolo in definiti tessuti umani mi diverte ma non mi appassiona), questo beefcake in posa da regina per l’invidiabile plasticità dell’accavallamento congelato in un hic et nunc che più posticcio non si può, e infine questo allegro e variopinto soggetto per ammortizzare (o aggravare con la rituale excusatio non petita) il vago sospetto di necrofilia connaturato a certe peregrinazioni per santuari di adoni che la ragione induce a figurarsi piuttosto putrefatti o notevolmente - ehrm - imbolsiti in data odierna.
Segnalazioni dei sirenetti favoriti dai gentili visitatori saranno oltremodo gradite. Il lottatore russo però lasciamelo in esclusiva che ci tengo.

GORE GORE NOTES


La mirabolante copertina di Strength & Health 1939 è spoglia dell'arrogante saccheggio appena concluso ai danni di MuscleMemory.com. Sono peraltro in disperata cerca di un font identico – o almeno molto simile - a quello usato per l’impareggiabile interrogativo retorico “do you know sexual anatomy?”. Non sia mai che mi veda costretta a farne da me una copia.
[ AgonyAunt a proposito di maschioni, glamorama ]
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domenica, 20 maggio 2007

L'INVASIONE DEGLI ASTROMOSTRI

(Kaijû Daisenso di Ishirô Honda, 1965)
10 motivi per vederlo

1. Personaggi non-mostri bellissimi #1: Il rigido astronauta giapponese Fuji e il disinvolto astronauta yankee Glenn si scambiano a sopracciglio sollevato holmesiane deduzioni quali: “Ehi aspetta un istante… Ma H2O non è la formula dell’Acqua?” “…Già!”.

2. Scenografie indimenticabili: ingenue e terribilmente creative. Il Pianeta X, in particolare, è un altromondo in cui parecchie cose scintillano, dalle rocce glitterate ai led dei pannelli di controllo dopati, e parecchie altre recano memoria del fresco passaggio di una bomboletta argentata a simulare ferro sul cartone. L’intera parte del film in territorio alieno è da questo punto di vista assolutamente spettacolare.

3. Personaggi non-mostri bellissimi #2 : le vicende dell’ingegnere nerd Tetsuo, noto per aver consegnato ai posteri l’invenzione (apparentemente) più inutile del mondo, si intrecciano con gli ambigui affari della bellissima Namikawa, colei che possiede una chioma più scintillante di quella di Costantino della Gherardesca.

4. Presunti o presumibili nipoti famosi: Mars Attacks! per il finale. Ma L’Invasione degli Astromostri è infinitamente più figo.

5. Dischi volanti e sistemi di trasporto spettacolari.

6. L’Invasione degli Astromostri è un film consigliato e approvato dalla Fondazione Henenlotter (meritoria istituzione per la ricongiunzione dei siamesi separati, della cui presidenza mi onoro e mi bullo) in ragione della fulgida comparsa dell’Infido Boss Alieno completamente identico al Teletubbie Verde, ma in versione dark e con stilosi occhiali neri che anticipano Matrix di decenni.

7. Personaggi mostri bellissimi #1: ci sono Ghidorah e Rodan.

8. Personaggi mostri bellissimi #2: c’è anche Godzilla, e in questo film balla. Le potenzialità di slogan promozionale di “Godzilla danza!” non hanno nulla da invidiare a roba come “Il mostro [di Frankenstein] parla!” o “La Garbo ride!”.

9. Locandine spettacolari.

10. Un film ingenuo (soprattutto nei dialoghi) e veramente bello, curiosamente attento alla questione di genere, pieno di cliché eppure creativo. Divertente e non solo involontariamente. Un film che se, come nel mio caso, ha la fortuna di costituirsi come primo (o secondo-terzo) approccio a un genere che non si frequenta e non si conosce fa venire un’incredibile voglia di lanciarsi in serrate rassegne e clausure monografiche per colmare cotanta imbarazzante lacuna. I Film migliori, alla fine, sono quelli che fanno venire voglia di vederne altri.

Qui la recensione di uno dei miei siti preferiti di sempre, l’immortale BadMovies.org che ha cura di proporre tra gli estratti il balletto gioioso del lucertolone con titolo "Happy Moment". A seguire, una piccola postilla autobiografica/chissenefrega, che fa molto blog intimista (c’è carenza di intimismo in questo blog): mi sono dolorosamente azzoppata.

[ AgonyAunt a proposito di japputrefazione, mostri grossi, fondazione henenlotter ]
[ link ] [ commenti (15) ]
martedì, 15 maggio 2007

TUTTI I MOSTRI DI FRANKENSTEIN SOGNANO DI ESSERE DRACULA

(The Unbelievable Two Headed Frankenstein)

Testa K osserva le nuvole addensarsi sul profilo nero del tendone con l'unica espressione concessa dai suoi tessuti rigidi e verdastri, irrimediabilmente morti. Emette un basso e distorto mugolio di bisogno inappagato, quasi un picco d'eloquenza sulle limitate capacità espressive della sua parte di Mostro.
Sta annusando l'elettricità nascosta tra i vortici insidiosi di quei nembi e perciò avverte un rimescolio secco nel ventre. Il rumore è come di sassi scossi in un sacchetto. In effetti organi di forma assurda e stravagante consistenza si stanno riassestando nel suo dentro per rispondere al richiamo misterioso del fulmine. Nella sua ingenuità di mostro, Testa K chiama questa cosa fame.
A lui piace pensare di essere capace di affamarsi, o di addormentarsi. Invece, prima ancora che la pioggia possa cadere, l'alba salirà dietro la tempesta e Testa K inclinerà la fronte squadrata verso destra e chiuderà gli occhi. Allora somiglierà in tutto e per tutto a Testa L com'è adesso, fermo-immobile nella stasi letargica del criptosonno, completamente inespressivo e più morto che mai; lì: sul precario confine dello scambio.


I mostri non hanno fame, non russano e non respirano e non sognano.
Testa K, quando riprende a vivere al tramonto, conserva qualche approssimativo ricordo delle emozioni e delle sensazioni che Testa L ha concepito da vigile. Mentre il buio scende sul suo sguardo defunto e dolente, solo vagamente canino, Testa K giura che sta per dormire. promette a Dio che sognerà stavolta, come fanno le persone. E Quando queste bugie malinconiche si spengono in dissolvenza l'occhio buono di Testa L si accende sul ferro del giorno pieno di malevolenza, pieno di disprezzo, pieno di una sinistra pregustazione di piacere.

Testa L osa desiderare. Si diverte un mondo a essere un mostro, anzi, dice sempre che preferisce pensare a se stesso come a un supereoe mutante. Anche se dell’eroe, per la verità, non ha proprio un bel niente. Ha senso dell'umorismo, questo sì, e la malvagità serena di chi è immune al rimorso (oltre che alla morte, quasi del tutto). Possiede perfino un fermo dominio della consecutio temporum. Tanto basta per sentirsi superiori - superiori specialmente a Testa K - dalle sue parti.
Sotto sotto però lo preoccupa l'azione dell'altra metà del Mostro.
Ora per esempio sente una punta di speranza tra le malinconie noiose della sua eredità emotiva di quest oggi, e non lo ammetterà mai ma rabbrividisce all'idea che quel benintenzionato coglione possa aver trovato un varco attraverso cui infilarsi nei suoi piani.
Testa L comincia a pensare che guastargli il divertimento sia l’unico hobby di Testa K, la ragione per cui dopo tanti tramonti indisturbati non ha ancora posto fine all’esistenza di entrambi nel solo modo possibile. A dire il vero, individua in questo mancato pseudosuicidio una rappresentazione esemplare del cosiddetto Bene, della sua risibile ipocrisia. La sedicente metà altruista del mostro non è veramente interessata a impedirgli di fare vittime, solo che ci tiene un mondo a salvarle di persona.
Testa L non ci pensa a lungo. Sibila qualcosa di sarcastico contro l'analfabeta petulante stringendo i pugni di entrambi. Stentoreo come uno scienziato pazzo, invasato come un mago nero, scandisce l'evocazione con la faccia al soffitto : "I DEMAND A MATE!".
La moquette trema.

Le macchie sul vecchio muro si sciolgono e i rigagnoli neri e lo risalgono in culo alla gravità. Scorrono all'altezza degli occhi chiusi di Testa K e di quelli ineguali ma aperti di Testa L, e lì si coagulano per comporre l'ombra acuminata e fiera di J. Crawford. La silhouette è ancora approssimativa ma s'intuisce che la diva fantasma è in abito da sera come al solito, che ha assunto una posa elegante per certi invisibili fotografi.
Lo spettro del Glamour porta informazioni dal passato, notizie dal futuro, consigli dall’Oltretomba. Solo che è corruttibile, e mitomane a volte. Testa L lo sa, ma è anche sicuro di riuscire a manipolarla - non come Testa K, che il più delle volte le crede e basta.
Joan è quasi del tutto qui, le incredibili labbra sorrideranno a momenti. Il fumo delle sue Alpine trapassa la tappezzeria al rallentatore e incomincia a piovere.


EDIT : RabidRats mi fa notare che si capisce poco. In effetti non ha torto, perciò ecco qui la scheda integrale del Mostro.
[ AgonyAunt a proposito di anti eroi e altri eroi, surf bloggers must die ]
[ link ] [ commenti (13) ]
sabato, 12 maggio 2007

FAMILY DAY

In questo giorno speciale io ho ben poco per cui far festa (come dici, non è un party? Sciocchezze car*, sciocchezze). L'unico uomo che vorrei mai sposare dando così origine a una legittima e normale famiglia è infatti attualmente un po' troppo morto perfino per i miei gusti (chiamami pure superficiale).

Naturalmente c'è chi ha avuto miglior tempismo. Ah! l'invidia è una gran brutta bestia. Per fortuna ho scoperto che è allergica al gintonic, e che dunque detengo un utile e dilettevole strumento per domarla.

[ AgonyAunt a proposito di voglio sposare klaus kinsky ]
[ link ] [ commenti (14) ]
giovedì, 10 maggio 2007

I LOVE DEAD. HATE LIVING. (vol. I)

(Quando eravamo re di Leon Gast, 1996)

Muhammad Ali possedeva l’allure eroica e la perfezione fisica del grande atleta, ma anche la bellezza irragionevole di un divo. Si muoveva in maniera particolarmente consona al suo carattere, con una grazia formidabile e irritante. Era inoltre intelligente, eloquente, ambizioso e magnetico. Una "farfalla" di un metro e novanta per centoepassa chili di statuario carisma. Sfoggiava sempre - il più delle volte a spese altrui - un umorismo efficace e arrogante nonché la speciale consapevolezza di essere "irresistibile" che si può ammirare in un buon numero di seduttori di massa. Questo eccezionale individuo mi ha sempre ispirato un'antipatia invincibile e viscerale, paurosamente incrementata dal meraviglioso documentario Quando eravamo Re.

Le interviste recenti, al pari del suo buffo sito internet e delle avventure di venditore, mostrano un'amabilità serena che in qualche maniera sotterra il carisma silenzioso e vagamente spirituale di cui George Foreman era dotato a ventisei anni. Aveva un corpo gigantesco, saggio e regale come quello di un guerriero preistorico, un po' combattente e un po' santo. La sua presenza abnorme e laconica, lontanissima dal clamoroso fulgore dello sfidante, prometteva forza leggendaria e controllo assoluto. Nerissimo di pelle, aveva l'espressione enigmatica degli introversi e una fisionomia ieratica. Nota, ti prego, l'aggressività della fronte e la profondità dello sguardo, poi l'essenzialità della linea che scorre dalla serietà ascetica del naso alla giovinezza del labbro superiore: ecco una faccia misteriosa.
Tuttavia non vorrei che leggendo questa descrizione ti facessi l'idea astratta di un lottatore tetro. G. Foreman da giovane non era brillante come Ali, ma non aveva nemmeno nulla del picchiatore plumbeo e autodistruttivo tramandato in innumerevoli luoghi dalla mitologia da boxe. Per esempio era un gentiluomo nel senso più scontato del termine. Troppo riservato ma educatissimo, non scontroso. Non spartiva niente con il cliché del gigante stupido, né con alcun altro stereotipo associato al pugilato, salvo forse che per la storia di ragazzino salvato dal ring.

Nel 1974 pochissimi avrebbero scommesso sulla vittoria di Ali, più vecchio, più debole e reduce dalle severe lezioni di Norton e Frazer, entrambi già battuti da Foreman. Più che altro suppongo non ci si aspettasse che un incontro di boxe, almeno contro uno come Foreman, potesse essere vinto dalla tattica oltre il ring e, in finale, dalla personalità.
In Quando eravamo re si vede Foreman che pesta il suo sacco in maniera inumana e sistematica. Lo spettacolo (a cui Ali saggiamente si rifiutava di prestare attenzione) può essere sinteticamente descritto come concretizzazione del concetto di 'implacabilità'. Ho visto il documentario cinque volte, di cui tre di seguito, la scena del sacco di Foreman tra le quindici e le venti. Guardala anche tu, orsù: poi penserai che Rambo in finale è una pippa, e lo osserverai con condiscendenza ghignante mentre si rattoppa le braccia con quel che passa il convento.

Il divo Ali, istrione insuperabile e un politico nato, arrivò in Africa spalleggiato dal detestabile talento di Don King e dal fiero passato di obiettore che gli era costato la cintura al momento della sua cosiddetta "diserzione". Il suo show era già iniziato oltre oceano, con clamorose conferenze “alla Ali” in cui la sottile detrazione dell'avversario passava dal paragone con un mostro classico (uno dei miei preferiti: la Mummia) alla presunta insoddisfazione sessuale di sua moglie. Ma il cabaret americano di Muhammad Ali e la sua infallibile presa mesmerica sul suolo africano si coagularono in sonanti rivendicazioni politiche, mutandosi in un ingiudicabile intruglio di volgare populismo e sacrosanta deposizione di ogni pazienza. Ali dissertava di diritti civili, di fratellanza e dei miti bugiardi dell’integrazione con militante eloquenza, riconosceva come propria patria l'Africa e lo Zaire del sanguinario Mobutu, sfanculava l’America, nominava Dio. Era ispirato, era coraggioso, era bellissimo, parlava ai neri africani e americani e a tutti.
A questo punto si fa difficile distinguere il clown arrogante dall’eroe rivoluzionario. Come che sia, Muhammad Ali appare un uomo al centro del suo tempo, immerso nel momento storico che sembrava nato per abitare e modificare. Foreman no, lui stava per conto suo, confuso, a chiedersi perché gli altri neri lo odiassero.

Foreman non ci teneva a denigrare Ali a parole, in parte perché infilarsi in una schermaglia verbale con un tipo del genere è allettante come un tuffo nel water, in parte perchè non era nel suo carattere. Alle conferenze americane permetteva piuttosto al suo pastore tedesco fuori taglia, un giovane cane veramente sveglio, di abbaiare al microfono. Il pastore atterrò con lui a Kinshasa, ma agli zairesi non ispirava nessuna simpatia: ricordava invece i cani feroci dei belgi. Sebbene G. Foreman fosse "più nero" di M. Ali era stato dipinto dalla sua propaganda come il campione dei bianchi, e di fatto ora si presentava con un simulacro di sopraffazione colonialista al guinzaglio corto. A una nazione adirata che adorava i proclami separatisti di Ali, Foreman raccontava che "l'africa è la culla della civiltà" e che perciò lì "tutti si sentono a casa". Il suo ecumenismo naturalmente pacifista era completamente fuori dalla storia.
Se George Foreman si portava dietro sin dal 1968 la sprezzante etichetta di Zio Tom, Muhammad Ali era un eroe della comunità nera americana. Si impegnò per un mese a fabbricarsi irriducibili fan africani, mentre il campione del mondo accumulava frustrazione in silenzio.

santalistonAli aveva già promosso spettacolari campagne contro i suoi avversarsi - lo faceva sempre, giacchè era, come s'è detto, uno showman. Più che delle invettive anti-Frazer merita la propaganda contro il “brutto orso cattivo”, Charles Liston, la cui sconfitta valse ad Ali il primo titolo mondiale.
Quando si chiamava ancora Cassius Clay, dunque prima di entrare attivamente nella Nazione Islamica di Elijah Muhammad e di perdere il titolo pur di non combattere contro i vietcong che non lo avevano mai chiamato "nigger", il suo indiscusso fascino mieteva vittime anche a destra.
All'inizio degli anni '60 chiaramente era già bello, eloquente, spaccone, eccetera, veniva da una famiglia di Louisville (la città natale di T. Browning!) modesta ma onestissima e aveva perfino imparato la boxe dal poliziotto di quartiere. Costituiva una perfetta nemesi di "Sonny" Liston, il boxeur più odiato dal pubblico di tutti i tempi. Per fare un esempio: Tyson in confronto a Liston è il cocco della stampa, l'idolo delle famiglie, il genero dei sogni e il gentleman della porta accanto. Solo che Liston faceva più paura e menava più forte di M. Tyson.
Era completamente analfabeta e veniva da una storia di miseria, violenza, emarginazione e carcere. Vantava relazioni abbastanza ambigue da farlo passare alla storia come "pugile della mafia" e dimostrava - all'opposto di Alì - una conclamata incapacità di adottare stili comunicativi accattivanti: le sue dichiarazioni erano corte, ruvide, caustiche. Aveva vinto il titolo umiliando il Bravo Ragazzo per eccellenza nel 1962 (cioè appena era riuscito a mettergli le mani addosso, visto che l’elegante e colto Patterson era scappato dall'incontro per mesi) e non gli piacevano i Beatles. Fatalista, autodistruttivo, capace di segreta mitezza in certi contesti e incontrollabilmente violento in altri, principe azzurro di sua moglie e più di una volta accusato di tentata violenza da altre donne, anche Liston era un personaggio romantico e sarebbe stato benissimo in certe pagine del Lansdale della Sottile linea scura. Solo che ovviamente in qualità di antieroe controverso colpiva più il melanconico immaginario dei musicisti che quello del grande pubblico, notoriamente assetato di duelli western tra buoni e cattivi.
Ali montò contro Liston la campagna del “Grosso Orso Brutto”. Pagava gente per travestirsi da orso, andava in giro con un pullman dipinto per ridicolizzarlo, gli rompeva i coglioni dalla mattina alla sera, pure sotto casa. Gli andò dietro anche in una sala da gioco e gli si fece incontro per prenderlo per il culo viso a viso. Mentre Liston perdeva ai dadi. "Stammi a sentire, frocio di un negro. – si spazientì l’orso brutto, che non era precisamente Lord Byron - Se non ti levi di torno entro dieci secondi, ti strappo quella lingua lunga dalla bocca e te la incollo al culo." Lo spavaldo Alì perse sagacia e se ne andò con la coda tra le gambe; Liston non so, forse si rimise a giocare.

Il primo incontro Cassius Clay vs Charles Liston fu un bel match ma consegnò il titolo al giovane bravo in fortissimo odore di combine, giacchè l’orso lamentava - oltre al gran butto taglio che Ali gli aveva aperto in faccia - un insopportabile dolore alla spalla (effettivamente slogata, anche se giustamente tutti si chiedono quanto se ne potesse fregare un pittbull che tirava avanti 10 riprese con la mascella rotta). La rivincita, con Ali dichiaratamente mussulmano, non più pagliaccio grazioso ma atleta pensante, fu quella del famigerato pugno fantasma dunque un’altra vittoria discussa e ancora ottimo spunto per le invettive di Mark Kram, autore di una velenosissima (mi dicono) antapodosis in cui tenta di demolire del mito del più-grande. Sicuramente al primo incontro Sonny Liston, arrivò irritato, nervoso, convinto di avere a che fare con un buffone che aveva decisamente preso sottogamba.

tappeto I fan africani di Muhammad Ali gli andavano dietro gridando a unisono il famoso slogan “Ali boma ye!” (ammazzalo). Lui si esaltava. Dopo l’interminabile sessione di rope-a-dope che lo aveva visto attaccato alle corde con masochistico eroismo, ad aspettare che Foreman si sfiancasse a forza di prenderlo a pugni e a provocarlo per bisbigli tutto il tempo, quell’urlo diventò la colonna sonora del suo trionfo.
Però nel lungo mese che precedette gli incontri capitava pure a George Foreman che i ragazzini, persuasi di compiacerlo come accadeva con Ali, lo accerchiassero strillandogli “George Foreman boma ye!”.
“Non mi piace
– diceva lui – Preferirei che mi dicessero << George Foreman ama l’africa, ama stare qui>>. Non <<George Foreman uccidilo>> . Non è bello.” Quando l’ho visto, sdraiato sotto un massaggio, che pronunciava queste parole con espressione rimuginante, triste, ho sentito una fitta di emozione. Il gigante taciturno non era al di fuori del suo momento per ignoranza, non per incapacità di decifrare. Più tardi, a sconfitta registrata, mi sono commossa. Me l’aspettavo che perdesse il mio eroe. Non perchè il documentario narra gesta arcinote: me l’aspettavo come succede davanti ad un bel classico, per esempio davanti a La Moglie di Frankenstein, quando si assiste impotenti al triste finale annunciato dall’irreversibile marcia della storia attraverso la manipolazione delle atmosfere e il sapiente processo dei topoi. La bellezza della sconfitta e quella dell’inguistizia su di me fanno parecchia presa, davanti a un film che adoro finisco quasi sempre a frignare con i singhiozzi, i lacrimoni e tutto.

Ali è famoso per mille motivi. Fra le altre cose, è passato alla storia come lo stratega versatile che ha ridimensionato la violenza nella boxe. Tuttavia egli era un avversario letteralmente spietato, mosso da un insaziabile sete di vittoria, un nemico definitivo sia sul ring che fuori. Non si è mai, mai, tenuto un bocca una parola crudele su un avversario, ne sa qualcosa Frazer. Era uno a cui in linea di massima piaceva vincere e pure stravincere.
La sconfitta del 1974 gettò Foreman in una depressione disperata, ci vollero anni prima di rivederlo in una nuova scalata al titolo e di trovarlo cambiato nell’uomo solare di oggi.
A distanza di anni, sembra che lui e Ali siano diventati amici. Dopo il match non era riuscito a rilasciare subito dichiarazioni sportive, insomma, ad ammettere onestamente che Ali aveva vinto in modo geniale e non c’erano cazzi. Alla notte degli Oscar però gli stava premurosamente al fianco e oggi si può leggere questo sul suo sito internet.

Questa è l’ultima ripresa del match Ali vs Wepner, cioè Il-Più-Grande contro Il Vero Rocky Balboa, The Bayonne Bleeder o, meno romanticamente, colui che le ha prese da tutti i titani del suo tempo.

Wepner, un gregario che non è mai stato in possesso di quanto necessario per abbattere Ali ma in compenso famoso per la sua caparbietà masochistica, incassa per l’intero, lunghissimo incontro. Non come aveva fatto Ali a Kinshasa, come alternativa tattica alle promesse danze. Le prende perché le prende e basta. Poi al nono round manda il più-grande al tappeto per un nanosecondo (lo ha fatto inciampare con un piede, visibilmente per sbaglio). Da quel momento il campione, rialzatosi, non fa altro che gonfiarlo senza pietà per il resto del duello con il fermo proposito di stenderlo per terra. L’eroico Wepster alla fine ha il naso rotto, sbanda, barcolla, non riesce più a tenere alte le braccia. E – chiaramente – sanguina come un maiale. Con un coraggio imbecille e commovente, con la protervia di un martire, vuole solo arrivare in piedi alla fine dell’incontro. Mentre wepster caracolla per cambiare corda agli sgoccioli dell’incontro, palesemente innocuo e stordito, Alì gli molla un ultimo, bruttissimo colpo in faccia. Non poteva proprio resistere, doveva farlo crollare sulle corde, doveva vederlo per terra alla quindicesima ripresa. Muhammad Ali è proprio l’avversario definitivo anche quando non c’è nemmeno competizione. Di sicuro è anche per questo che è un eroe, anche se non il mio.

Foreman invece è un Signore.
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mercoledì, 02 maggio 2007

STARLETTISMO MILITANTE

(e congiure geriatriche)

rovinafamiglieColei che campeggia sull'ultima copertina di BiteMe Magazine è esattamente il tipo che mi auguro di non veder mai mai mai comparire nei pressi della mia vita coniugale: una sosia di Marilyn Monroe il cui film preferito è La Moglie di Frankenstein. Brrr. Il sito della temibile rovinafamiglie è attualmente in ristrutturazione (la grafica promette bene: sembra una versione meno perita ma in salsa trash dell'intro della Von Teese), ma la si può conoscere sul suo MySpace o su quello di Deadly Cinema, ove si diletta a impersonare l'horror host per cosine tipo Scared to Death (con Bela Lugosi e Angelo Rossitto finalmente insieme).
Lei è adorabile, ma i tre sodali (nomi a parte) non sono affatto all'altezza perciò lo show nel suo insieme decisamente non mi piace. Sinceramente, con tutta la buona volontà non credo che potrei tollerarli per più di quattro minuti.
Si liberi di loro, signora Deadly, e il mondo sarà ai suoi piedi.

Lo stesso a quanto pare non sarà per me. A causa delle solite raccomandazioni per i soliti  vecchi volti, i soliti sepolcri imbiancati addetti al casting di Profondo Rosso - il Musical, mi hanno infatti scartata sebbene abbia fornito nel corso delle audizioni la migliore interpretazione di I've Written a Letter to Daddy mai resa nei secoli. Che dire? Evidentemente alla corte del Signor Simonetti non c'è spazio per le nuove generazioni, non si fa largo ai giovani governo ladro.
[ AgonyAunt a proposito di surf bloggers must die, glamorama ]
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