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LA VENDETTA DI NORMAN
Questo film l'ho consumato all'alba di qualche giorno fa, prima di uscire di mattina presto.Ho cominciato a guardarlo tre volte. All'inizio non andava, perchè i dialoghi italiani non mi piacciono tantissimo. Il secondo tentativo prometteva meglio, ma nella TV si era nascosto A. Tentori che mi raccontava tutto il film: "ora succede questo, ora succede quello.." (si scherza signor Tentori, qui la si ama). Il terzo play è stato spettacolare. Ho così scoperto che Braindead è la vera colazione dei campioni: a DVD spento potevo scenedere le scale con una gaia corsetta e sorridere ai vicini incrociati in garage più smagliante di una miss anni cinquanta, ero ottimista, mi sentivo bella, guardavo al futuro.
Lì per lì non mi sono chiesta il perchè di tanto buon umore (come avrai saggiamente arguito, la presenza di interiora e lacerazioni e violenza gratuita sortisce su di me effetti più taumaturgici di una pacca capetingia sulla spalla). Poi mentre guidavo - giacchè il traffico favorisce l'introspezione - ho riflettuto. E stamattina, chissà come navigando per blog, mi è rivenuto in mente Splatters - Gli Schizzacervelli.
Norman Bates non è un villain che sembra un bravo ragazzo, viceversa: è un bravo ragazzo che finisce per fare la figura del villain. L'unica cosa di cui lo si trova colpevole è la sua debolezza, la sua condiscendenza di vittima addestrata alla rassegnazione dai persuasivi divieti di un censore con troppo carisma. Il villain è chiaramente la mamma mummia. Lo si evince dall'espressione delle sue spoglie imparuccate: inflessibili e sacre come un pontefice imbalsamato.
In Braindead, che cita selvaggiamente Psycho, il nuovo Norman si prende una rivincita grandguignolesca sulla mamma, sul complesso di edipo, sulla piccola città che conta sul suo silenzio di custode per proseguire in putridi misfatti. Combatte prodemente per la propria maggiore età a colpi di tagliaerba, che poi se ci pensi è il classico strumento con cui i poppanti dei film americani vengono ammaestrati all'etica del lavoro, costretti a radere il giardino di famiglia per guadagnarsi il diritto a una copia di Famous Monsters of Filmland. Il Norman Bates di Branindead non ci sta più: sbuzza la mamma tiranno da dentro, si emancipa dalla psicosi, rinasce (come un eroe di Bad Taste) senza calappi di cordone ombelicale al collo.
E nel finale bacia con passione la sua smerdata e insanguinata Pepita invece di affettarla sotto la doccia indossando crocchie fake.
La bacia con passione.
Volevo postare anche gli Zombi contro i Beatles, ma non li trovo... semmai ripasso.
ATTACK OF THE VIXEN ZOMBIES!

Se nel seminale "What Ever Happened to Riccardo Benzoni" traversava il territorio erudito della citazione camp e nel famigerato "Ultimate Sinema Show - A Moral Tale" si spingeva avanti furioso, sino a valicare il fangoso limen dello snuff movie, con questo "Attack of The Vixen Zombies!" del 2021 (da noi più conosciuto con il titolo italiano : "Perchè quelle pittoresche eppur familiari tracce di pajata sul corpo delle abominevoli Zombie-Vixen dell'ultima clinica a sinistra vicino al cimitero?") il Nostro Autore Preferito tenta un dire più confortevole ed esplora un registro quasi d'azione. Benchè - come certa critica emmerdeuse per vocazione e pseudointellettualoide per professione ama puntualizzare - il Nostro rischi in più luoghi la sovraesposizione quasi didascalica di un sottotesto non più ambiguo e remoto come nei primi frutti del sodalizio con l'Antichrist Antistar dei locali capitolini, noi di Strong Bloody Violence riteniamo che il cosiddetto “moralismo” del Maestro costituisca in effetti, caricaturalmente e intenzionalmente rimarcato, l’elemento più provocatorio di questo amabile gioiellino d’altri tempi.
Ed ora, la scandalosa trama:
Il racconto si apre con un chiaro collasso nell'horror più puro, introducendo in posizione aperta quel respiro soprannaturale che nei primi lavori del Vendicatore Insanguinato poteva solo intuirsi come ipotesi ombrosa, allusione fantasmatica, inafferrabile. Siamo infatti nel dungeon che giace, orribile e segreto, sotto la clinica del Dr. Hitchcockstein (R. Englund), stimato primario di una casa di riposo per ex playmates, dive del burlesque, scream queens e vixen di Russ Meyer. La macchina ci accompagna in una panoramica cupa e ridondante, mostrandoci i corpi imbalsamati e incerati delle formose pin up che un folle artista (lo stesso Englund) ha voluto eternare nella decadente prosperità degli anni senili e per qualche ragione provviste di una sorta di "divisa" (le famose canotte elasticizzate a righe rosse). Una scena celebre e controversa, che i libri di cinema descrivono usualmente come d'omaggio al Price del '53, ma che una più puntale disamina riconosce in breve come citazione laterale di W. Herzog e dunque della buia teoria di larve che apre il suo Nosferatu.
Ecco scoppiare d'improvviso un manierato temporale gotico. I lampi si stagliano contro l'ormai celebre cielo dipinto, nostalgica elegia per il venerato Jimmy Whale, e la pioggia cade inesorabile riconducendo alla terra quanto era stato elevato alle nuvole dall'incosciente rogo di uno zombi di passaggio (Mickey Rourke in un delizioso cammeo), malauguratamente cremato dal gruppo di giovinastri sbandati (fra i quali brilla la psycho-nonna Linnea Quigley) che gozzovigliano d’abitudine nella vicina camera ardente. L'acqua che innumerevoli cult ci hanno ammaestrato a riconoscere come misterioso conduttore, liquido confine-e-ponte fra il mondo nostro e quello altro, scivola tra le pietre, penetra negli interstizi, carezza le fondamenta e infine s'introduce nelle segrete del Dr. Hitchcockstein, dissestandole e annegandole in una tragica frana, proprio come accadeva alle fatali cantine del Fortunato di Poe qui indirettamente evocate attraverso un’interessante fotografia di saturazione cormaniana.
La clinica crolla, quindi, facendosi tomba del proprio consenziente custode, ed è dai suoi resti fumanti che le curvilinee prigioniere riemergono, sorgendo a nuova e abominevole vita.
Ringiovanite dal miracolo osceno, orride e orgogliose per l'impossibile tonicità delle proprie forme e tuttavia dotate di incarnati ciano-savini e succulente tracce di prima putrefazione, ben tre di esse si risollevano inebriate da un nichilistico e terribile ardore di vendetta. Tura Satana, Chesty Morgan e Dyanne Thorne strisciano nel fango, sotto carrozzoni circensi (un sin troppo citato, insignificante blooper, quello della loro presenza davanti alla clinica, che nulla toglie a questo eccezionale capolavoro), sino a pergiungere al vicino autonoleggio: il famoso “Garage d’Essai” la cui reception, vegliata dalla vacca bifronte, è platealmente ispirata al tunnel di hooperiana memoria e teatro della prima forsennata carneficina.
Le ritroviamo dopo uno scarto ’70 alla guida di tre bolidi rombanti (la Torton conduce quella che già fu Bat- Mobile per Adam West), avvinte in succinti costumi mentre si fanno beffe della forza di gravità e del codice della strada, accelerando e seminando sabbia del Nevada (massì) fra le proprie spalle e gli spettatori attoniti. Meta del diabolico trio di vixen zombies si rivela il ranch polveroso e cadente in cui Richard Benson (l'attore feticcio del regista che anche qui interpreta se stesso), vive con i suoi due figli: Bubba J., il colosso amputato interpretato da un B. Campbell in stato di grazia, e Bubba A. Romero, il più gracile minore impersonato da Abel Ferrara, qui capace di rendere con insospettabile sensibilità il tormentato rapporto del suo personaggio con la religione cattolica. Richard, sommo villain apertamente misogino, si mostra diffidente, in parte per via dell’incidente tra l’armadillo e la Satana ma anche perchè è l'unico a non credere - da esperto viveur qual è - alla versione dell'incidente fornita dalle maligne bombe del sesso necrofilo, secondo cui la lingua e le mani della piccola Shirley sarebbero rimaste accidentalmente recise nel corso di un innocente momento di evasione con un lanciatore di coltelli senza braccia. La pargola – esteticamente un divertente sunto di S.Temple e Gollum - è in verità ostaggio delle Vixen Zombies che per non farle confessare il terribile segreto di cui è depositaria (l'unico rituale che può distruggere definitivamente le atomiche morte viventi) hanno posto in atto una crudele precauzione shakespeariana. La cosa è evidente, ma Bubba J. e Bubba A. Romero sono troppo storditi dalle putrefatte grazie del trio per comprenderlo. Un imperdibile colpo di scena li costrigerà a tornare in sè, ma per Shirley sarà tardi: la piccola è infatti destinata a spirare rivelando al solo B. Campbell la parola magica da pronunziare sui resti del luciferino trio per consegnarlo all'Eterno Riposo. Frattanto la tragedia incalza, e una lotta senza esclusione di colpi vedrà i vivi di Richard contendersi con le morte di Tura il possesso della Casa nella Campagna, metaforicamente assurta a tempio della dissolvenda supremazia partiarcale non meno che dell'ostinata (e ingiustificabile, per il Nostro Autore, che sposa senza mezzi termini la fazione decomposta) tirannide dei viventi sui morti.
Attack of the Vixen Zombies è un vero gioiello, una perla verdognola immersa in putebondi (ma autoriali) escrementi. Una pellicola di cui si sentirà enormemente la mancanza nel successivo lavoro del Grande Regista: quello che (ebbene sì) fu senza torto accolto dai suoi fedeli fans come lapide di un cinema che giammai s’era prestato, sino a quel buio momento, a sordidi compromessi commerciali. Ma questa è un’altra storia: del famigerato scivolone mainstream del Nostro parleremo infatti nella prossima puntata di questa oltraggiosissima e offissima rubrica.
E ORA QUALCHE PICCOLA CURIOSITA’!
[2] Sebbene abbia più volte subito l'odiosa accusa di sessismo, o quantomeno quella di aver fatto un uso mercificante e scorretto del corpo femminile riesumato con avveniristica vanga computer graphic, l'Autore rivendica insistentemente l'opposto peso politico delle sue Vixen Zombies, sottolineando con fermezza come l'unico personaggio seriamente perdente sia in verità quello del Benson, inerte, istericamente ginofobo e significativamente incollato al suo "bastone infernale": un indubbio scettro da fallocrate, che non a caso verrà mozzato dalla Saber di una Tura parecchio decomposta ma anche parecchio autodeterminata e immancabilmente manesca.
[3] Il film è girato in lingua inglese ed è stato doppiato in ben 15 lingue. Tuttavia, i sottotitoli sono sempre in sanscrito: nulla più che un bonario sberleffo ai colossal dell'amico Mel Gibson, cui il regista dedicherà più avanti l’essenziale "L'erede di Lewis e i soliti cinefili stracciacazzi", monumentale documentario biografico sul Padre dello Splatter Reazionario, all’epoca liquidato senza lungimiranza come “pedante e fascistoide feticista del rallentatore”.
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MAGNIFICENT CARCASS (vol. I)
in order to impress people, because people love evil [...]
in order to distance the bad guys
and in order to have the respect of the devil.
L’adorabile nome del post non si deve alla mirabolante verve da titolista che da diversi lustri sono velleitariamente persuasa di possedere. E’ una citazione dell’esclamazione che Orson Wells si lasciò scappare tanti anni fa, comprensibilmente folgorato dalla visione della Nurmi in una delle sue pose più tipiche. La sorprese infatti – come lei stessa ama narrare - poco vestita e morbidamente stravaccata in un salottino e fu così trafitto dall’ineffabile miscuglio di indifferenza satolla, naturale imperio e molle condiscendenza che solo le Vamp purosangue possono produrre con la mera esibizione del proprio ozio. Il presunto ossimoro “magnifica carcassa” mette impeccabilmente a fuoco ciò che, come è già stato osservato forse da David Skal (santo subito) e in ogni caso non da me, costituisce il profondo epicentro del successo di icona di Vampira: il gentile connubio di eros e thanatos sintetizzato dalla sua figura attraverso una mostruosa - e quindi meravigliosa - crasi di iperboliche curve ‘50 e anoressia ossuta.
Non che si tratti del binomio più originale del mondo. Il personaggio della Nurmi in effetti è tutto fuorché originale, è un mostro di frankenstein del vampismo (nuovo imperdibile neologismo avengeriano: urrà). La sua bellezza è dello stesso segno impuro che si riconosce in certi cult, sta nella capacità di raccogliere, assimilare e tradurre in un prodotto definitivo un’infinità di immagini, allusioni e insinuazioni. Quello di Vampira è un corpo enormemente contaminato e splendidamente citazionista, di una referenzialità invereconda. E’ per questo, secondo me, che da mezzo secolo a questa parte resta tanto spesso assiso, anzi svaccato, al vertice del pantheon feticista di tanti tossici del weird.
Amare Vampira è un po’ come amare in una volta sola tutte le donne fatali della prima metà del novecento, ibridate con l’ungulato e rachitico conte Orlok di Murnau e filtrate attraverso il pop demenziale e iperbolico della cultura horror così come fioriva negli anni rigogliosi degli EC comics.
La produzione di Vampira parte da una maschera, narra la leggenda, dal travestimento da Morticia Addams approntato per prendere parte al famoso Bal Caraibe ove la Nurmi fu cenerentolescamente "scoperta" dal talent scout di turno. Poi su questa bozza ancora informe la magnifica carcassa installa con un miracolo degno del Dr. Moreau una serie stupefacentemente lunga di dettagli derivati da altre meduse archetipiche. Prime vittime del saccheggio la funerea Theda Bara e la sarcastica femme fatale di Milton Caniff (a sua volta ispirata a una silent star d’annata): non a caso due signore i cui nomi/soprannomi – rispettivamente Vamp e Dragon Lady – si sono fatti nel tempo sinonimo di ammaliatrice perniciosa. Quindi c’è Grimhilde, la regina cattiva e proteiforme (perciò vampiresca) di Biancaneve e i sette nani della Disney (uno dei miei film preferiti, ovviamente) con le sue sopracciglia crudeli e un abito che è superba somma di frigida austerità e sfarzo luttuoso [1]. Al momento di scegliere il guardaroba per la sua horror host, Maila Nurmi opta però per qualcosa di decisamente meno pudico includendo nella lista dei modelli le pinup sadomaso di Bizarre. Memore dei loro lucidi corsetti, the glamour ghoul ricorre ai rimedi della nonna pur d’infilarsi in un busto strettissimo e la sua vita si assottiglia docilmente sino all'inconcepibile record di 43 centimetri: una corazza angusta e dolorosamente opprimente, un costume di scena degno dei martiri di L. Chaney. Come dicevo prima, nel frullato finale c’è anche qualche reminescenza del cosiddetto Max Schreck. Nessuna delle succitate dee possiede infatti gli spropositati artigli di Vampira, preparati in casa dalla Nurmi in persona [2]. Ebbene, questo ponderoso e roboante apparato estetico si insedia su una costituzione minuta, su un volto affilato ed elegante vicino per fattezze a quello di L. Bacall, dando luogo a una versione nera, ipersessuata e aguzza del già classico modello Borland (così il cerchio si chiude tornando a Morticia attraverso la probabile musa di Addams).
Favoloso, lo so, ma non è tutto. Vampira sonnecchia per qualche tempo in questo magmatico distillato di vamp, sin quando l’immaginazione della Nurmi non subisce un fatidico trauma Desmond.
La diva di Sunset Boulevard è la declinazione lugubre e fatiscente della vamp di celluloide assoluta. La summa delle sue doppie attitudini di vittimismo e tirannide, inarrivabile classe e kitsch intrinseco, ma soprattutto del suo destino bifido di caducità ed eternità, di decadenza e persistenza. Dentro di me, perciò, l’ho sempre associata – forse attraverso la Bara o la Swanson stessa - a Vampira. Non sapevo però che facesse parte della sua magnifica collezione di muse dirette. Invece è così.
Cercando news su Vampira - The Movie (di cui sento parlare – con non poca trepidazione - da una vita ma che ad oggi non sembra reperibile in dvd), ho trovato su YouTube questa splendida intervista in cui la Nurmi (ancora bellissima) presenta Viale del Tramonto come ingrediente definitivo della ricetta Vampira.
Come tutti sanno, negli anni’80 Cassandra Peterson aka Elvira fu accusata dalla Nurmi di averle rubato l’idea, sottratto l’icona, trafugato la Vampira. Il che era sostanzialmente vero, anche se con qualche distinzione su mi riservo di blaterare pedantemente in un futuro post integralmente dedicato ai mitologici Elvira Mistress of the Dark & Elvira’s Haunted Hills e dunque alla loro pettoruta superstar. Per ora mi limito a un accenno. Qui e lì on line leggo che la Nurmi avrebbe vinto la causa vs Elvira, ma le mie fonti riportano ahilei una ben diversa versione, qui confermata.
Non sono stata a leggere tutto, sono pigra, però trovo che i più vistosi dettagli per cui i personaggi divergono, facendosi così “molto simili ma non identici”, siano appunto il modo di parlare e la gestualità. Conosco Vampira soprattutto attraverso le pose in cui è stata immortalata, avendo potuto vedere pochissimo con lei in azione (qui un magro esempio, concesso da Vampira's Attic) eppure mi sembra che la sua maniera di muoversi (basta guardare come l'ottuagenaria Vamp fa la Swanson nell'intervista) sia fortemente ispirata a N. Desmond, e attraverso di lei alla teatralità assoluta, alle mani rapaci e ai menti sollevati delle morenti star del muto hollywoodiano. Se Elvira è fondamentalmente adeguata, anche come declinazione horror, al sex symbol standard anni ottanta, rispetto ai tempi del suo debutto (1954, a meno di un quinquennio dal Viale del Tramonto) Vampira appare per contro una creatura modernissima e assieme anacronistica, stracolma di emancipato sarcasmo e di glamour datato. Come Norma Desmond è una sopravvivenza di dark lady totale, da palcoscenico, intrinsecamente vampirica e già teoricamente ammuffita. Manca però del lato drammatico della padrona di Max, giacchè la glamour ghoul esiste solo in un limbo ragnateloso, sfacciatamente artificiale e ben difeso dall’ironia petrosa delle proprie mura che la preserva dalle tristezze dell'abbandono e dalle sfortune del tempo rendendola di fatto inattaccabile. Come dice la Nurmi, Vampira è un' "entità" e non una donna, prodotta con fini commerciali ma sulla base privata di una fantasticheria infantile, caricata di un valore quasi catartico rispetto al passato povero, magro, male abbigliato da cui la giovane Maila non si era ancora redenta negli anni in cui bazzicava lo Schwab's come lo spiantato J. Gillis. Una nemesi, insomma, dell'umanità insicura e cronicamente dilettante che la sua creatrice ricordava e riconosceva ancora in se stessa. E una N. Desmond che non sarà mai costretta a lasciare il fascio luminoso del riflettore sul set di De Mille: cioè la dimensione altra e parallela in cui in cui restare per sempre "imperiosa, invulnerabile, bella all'estremo".[1] Norma Desmond, specie se ci si concentra sui tratti essenziali di faccia e espressione come ha fatto l'autore di questa locandina, somiglia in effetti moltissimo alla regina Grimhilde, ed è come lei ossessionata dai bisbigli di uno specchio malignamente incapace di proferire menzogne zuccherine.
[2] Non mi sembra di aver mai letto nulla di attendibile su una diretta ispirazione al mostro espressionista, e per la verità è perfino accertato che prima di essere ingaggiata alla KABC la nostra eroina non si fosse mai particolarmente interessata alle storie di vampiri o ai film a tema. Tuttavia, ammesso che Maila Nurmi abbia potuto godere delle perturbanti e scheletriche sembianze del conte Orlok, stento a credere che non ne sia rimasta colpita. Qui c’è Orlok.
[3] Ecco una biografia in italiano, stringata ma secondo me ben fatta, della Nurmi. Notare l'allusione dell'autore ai toni sarcastici con cui la stampa, avvelenata dalla faccenda di J.Dean, si riferiva a Vampira negli anni del suo terribile declino. Preme anche a me ricordare quanta cattiveria, quanta bassezza e quanta slealtà questa bellissima signora abbia dovuto subire, perfino nel triste contesto di una violenta aggressione di cui fu vittima e che venne riferita in toni divertiti dalla coeva cartaccia. Come molte donne sia intelligenti che arrapanti, intrinsecamente pericolose e ostinatamente orgogliose, Vampira era circondata da una specie di sottaciuto rancore sessista che emerse piena di livore nel più buio momento della sua caduta.
La gente, oltre ad amare il male, ama scagliarsi contro chi è stato invulnerabile e ama oltremodo vendicarsi della propria repressione contro chi prima ha adorato esattamente in quanto figura eversiva. E' un classico. Una delle deliziose abitudini che fanno di quella umana una specie particolarmente miserabile.
IMDB SENTENZIA: NON SIAMO SOLI!
IMDB è l’acronimo più famoso per gli internauti amanti del cinema.
Essendo un sito molto frequentato, i giudizi e le votazioni cinematografiche (ad esclusiva opera degli utenti) presenti in esso, lasciano un po’ il tempo che trovano. Ho sempre guardato con snobistico distacco le stelline che determinano il valore di un film affiancate dalla tremebonda dicitura “user rating”.
Beh, per un puro caso e per svogliata curiosità ho esplorato i meandri dei “Top Movies” di IMDB.
Ho cliccato sul link della sezione horror con poche aspettative. Mi ero sbagliato.
La classifica dei migliori horror di tutti i tempi degli utenti di IMDB è stata una piacevole sorpresa.
Di seguito le prime 10 posizioni:
1. Psycho (1960)
2. Alien (1979)
3. The Shining (1980)
4. Aliens (1986)
5. Diaboliques, Les (1955)
6. Faust (1926)
7. Jaws (1975)
8. Cabinet des Dr. Caligari., Das (1920)
9. The Night of the Hunter (1955)
10. Grindhouse (2007)
Eccezion fatta per Grindhouse (che viaggia sulla scia dell’entusiasmo di un popolo per troppo tempo dimenticato e bistrattato), nelle prime 50 posizioni appaiono solo 3 film post 2000:
Dead Man's Shoes (20), Shaun of the dead (30) e Survive Style 5+ (41).
Interessante notare come questi 3 film (inglesi i primi due, nipponico il terzo) non siano usciti nelle sale nostrane e come solo Shaun sia stato distribuito in dvd. Il resto della lista rapresenta la summa “teologica” della cinematografia horror “colta”. Tutti grandi film, tutti film da vedere e rivedere, tutti film che non dovrebbero mancare nella collezione di un horrorofilo che si rispetti.
Alché mi son chiesto: e se la gente ci capisse davvero qualcosa di cinema?
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NONNA SPANKING
Of Freaks and Men è un film curiosissimo e credo davvero poco famoso, almeno in Italia, mentre altrove lo si trova occasionalmente citato come campione di moralismo, umorismo o laido sadismo. A scelta.La storia, necessariamente oscena, è ambientata nella Russia dei primi del novecento e parte dall'alba della pornografia cinematografica per edificare una classica (e scontata, lo ammetto) parabola metacinema documentando la sua collisione tragica con una serie di vite borghesi, intrecciate dagli inaspettati tentacoli dell'industria del morboso e inesorabilmente travolte in un dramma ironico e lugubre.
Al cupo fatalismo - che qualcuno potrebbe definire “molto russo” ripensando ai titani letterari ottocenteschi - indubbiamente soggiacente alla sua ironia nera, Balabanov associa senza imprevedibilità ma con fortuna una monocromia seppiata assai vintage che ricorda subito la fotografia dell’epoca in entrambi i prototipi iconografici citati dal film: i ritratti di famiglia borghesi e le scenette pornografiche. Tanto i primi quanto le seconde – di cui posto rappresentanza selezionata a lato - hanno qualcosa di elegante, dignitoso e tetro che mi ha sempre fatto pensare ai fantasmi, a entità taciute e impalpabili che si addensano oltre la studiata e pregiata economia delle composizioni.
La trama è bellissima e tremendamente incasinata.
Liza vive con suo padre nella domestica quiete della buona borghesia pietroburghese, ma colleziona segretamente fotografie di flagellazione, nascoste (sino alla classica spiata) nel candore immacolato della biancheria riposta. Costei ha dunque un lato oscuro, costei è catturata, sottovoce adescata da quello speciale e condiscendente magnetismo che appartiene solo allo spettacolo del martirio, della mortificazione, della riconduzione a un’infanzia affrancata dall’orribile imbarazzo della libertà e confortevolmente assoggettata all’avvicendarsi assolutorio di punizioni e premi.
Autore delle foto è, a insaputa della fanciulla, il giovane Pulitov. Puro e idealista, il bel tomo si presta però al porno con le narici tappate e per motivi squisitamente “alimentari” (come diceva Aristide) in attesa del giorno in cui potrà servirsi di un futuristico mezzo espressivo – il cinema - per ben più autoriali faccende. Suo boss, intento a lucrare nel ramo carnale con l’assistenza del laido braccio destro Victor, è lo spregiudicato Johan. Costui è anche fratello della governante Grunja, nonché nipote della Star Cult del film di cui ti dirò più avanti (sembra Beautiful, lo so, resisti: è fatto apposta). Come Pulitov, Johan aspira alla mano della nostra incantevole Liza e una volta da lei respinto si fa protagonista di un radicale switch che lo teletrasporta dal mondo desiderante e frustrato del pretendente a quello incurante di chi pretende, perché può.
Passata alla morte del padre sotto la tutela di Grunja, Liza resta infatti inerme nelle mani di Johan, insediatosi nella quieta dimora borghese di cui sopra come un tracotante invasore. Egli, dimostrando un ammirevole istinto sadico, non si degna di usarle personalmente violenza ma la elegge a reificata attrice non protagonista della specialità della casa: filmini sadomaso a base di flagellazione girati proprio dal sedicente idealista, quel cacasotto ipocrita di Pulitov, e cuciti su misura per l’appassito carisma della mitica “gnagna” (lo scrivo come è pronunciato, non farmene una colpa). Costei è la Star Cult di cui sopra: La corrucciata sadononna per cui Johan nutre un’amorevole, incantata e incestuosa ammirazione. Armata di un domesticissimo strumento di fustigazione [1], la sadononna fa il suo ingresso sulla scena borbottando stoicamente, quasi lasciasse di malavoglia le ordinate e semplici faccende di bucato e cucina da cui immaginiamo sia stata distolta per somministrare una seccante ma meritata lezione alla petulante pargoletta. Si siede, sculaccia senza economie la nuda Liza e a riprese concluse si allontana così com’era venuta. E cioè perfetta e surreale.
Frattanto l’inferno comico e crudele si accresce di nuovi protagonisti, con l’intrusione di un nuovo sadico, stavolta il “barbaro” Victor, nella placida dimora di un buon dottor Treves [2] dedito con la moglie Ekatrina all’accudimento di Kolia e Tolia, due gemelli siamesi che ha adottato alla nascita immediatamente dopo gli scatti destinati a documentare il fenomeno teratologico. Ekatrina, contrapposta alla sciatta puttanità della balia opportunamente tettona e futura complice di Victor, è una frigida e inflessibile signora che non ci vede, ammaestra i suoi gemelli al bel canto con disciplina e sottopone il consorte al sistematico e algido rifiuto di ogni tenerezza coniugale. Il suo è il secondo e più clamoroso caso di switch. Toccata nel profondo dalla volgare autorità del viscido Victor, Ekatrina finisce come Liza protagonista dei soliti filmini a base di fustigazione, mentre il truce figuro si impossessa dei pargoli per dare un tocco di esotico freakshow alla sua raccapricciante produzione cinematografica. A seguito del rapimento i gemelli finiscono, malgrado la disperata ricerca del padre, per condividere la prigionia di Liza in quella che fu una casa normale. Il primo sviluppa così un precoce amore (corrisposto) per la (meno) giovane slave, il secondo una sinistra e fatale dipendenza dall’alcol.Ad eccezione di Victor Ivanovic e Pulitov, che paiono immuni alla minaccia del legame per brutalità/elementarità o codardia/opportunismo, ogni singolo personaggio è imprigionato in un vincolo soffocante e ineludibile, più vicino al bisogno distorto e testardo che non all’imposizione violenta nel suo grado più puro. Per questo non si assiste ad alcuna redenzione quando la cricca dei pornocarcerieri viene a dissolversi. I prigionieri, semplicemente, si disperdono in un’inutile e breve assenza di patria, di casa e di senso.
Un finale triste, lo so. Perciò per non deprimere nessuno, in luogo di qualche considerazione di chiusura toccante o sagace, annuncio e proclamo la buona notizia che già tutti sanno: tra pochi giorni inizia il Joe D'Amato Horror Festival. Con un cartellone molto interessante.
Perciò, chi può, ci vada.
[1] Il flagello della sadononna è simile, mi pare, a quello della vera foto SM vintage sopra. Scene SM e in particolare di spanking e fustigazione sono, per il poco che ne so, particolarmente frequenti nella fotografia erotica e pornografica di quella che amo chiamare (da simpatica buontempona quale sono) l’Età Freudiana.
[2] Il dottor Treves era il medico che, prendendolo sotto al sua ala, esportò "l’uomo elefante" Joseph Merrick dai crudeli sideshow dei bassifondi alle sale da conferenza e all’ora del ricevimento della buona società vittoriana. Treves di fatto non salvò Merrick dagli altrui occhi, ma almeno dalla miseria e dalla violenza fisica sì. Scrisse anche, narrandone l’interiorità candida e romantica, un’accorata biografia/agiografia dell’uomo elefante che fu in seguito ispirazione di opere teatrali e musical nonché del celeberrimo film di D. Lynch. A mio giudizio questa biografia rappresenta una delle più deludenti testimonianze di come la difformità, anche quando oggettivamente patologizzabile, sia dolorosamente destinata a restare fraintesa da chi pretende di comprenderla. Infatti il solo parlarne mi ha depressa a morte, non dovevo farlo.
[3] I ragazzi del film hanno fattezze orientali, per citazione dei famosi fratelli Bunker, alla cui celebrità si deve l’origine dell’espressione “Gemelli Siamesi”. Chang e Eng Bunker, impossibilitati a separarsi, morirono in modo assai simile a quello dei bambini di Of Freaks and Men: l’uno sano seguì l’altro malato.
L'UOMO E' CIO' CHE MANGIA, GRINGO.
"Siamo quello che mangiamo" è lo slogan materialista che, attribuito ad un anonimo con buona pace di Feuerbach, presenta L'Insaziabile di Antonia Bird (Ravenous, 1999). In questo adorabile film, all'epoca programmato per ben sette - otto giorni in agosto dalle simpatiche sale romane, il nevrotico Carlyle riscopre il piacere e i vantaggi della predazione ai danni dei propri simili e converte al cannibalismo guerresco anche il pavido soldato blu che la sceneggiatura gli ha assegnato in sorte come antagonista. Il tutto in una strana e piacevole ambientazione western: Sierra Nevada, 1847, fortini, divise, indiani... tutto il repertorio.La faccenda è ovviamente ispirata al disastro della spedizione Donner, quella citata da Kubrik nel dialogo in macchina tra i coniugi Torrance per anticipare il tema dell'isolamento fatale. Giusto negli anni 40 dell'ottocento un consistente gruppo di coloni in migrazione verso Ovest restò prigioniero di rotte impercorribili e inflessibili ghiacci. I superstiti furono costretti a ricorrere all'antropofagia, nutrendosi dei cadaveri dei compagni e destinandosi al protagonismo in un buon numero di leggende nere, favole horror e - ovviamente - film.
Qualche anno prima di A. Bird, il disastro dev'essere tornato alla mente di Trey Parker - già qui citato dall'ottimo Demon per il suo acclamato Orgazmo e noto ai più in quanto progenitore del cartone cult Southpark - guidandolo al parto di Cannibal! the Musical, allegrissimo musical demenziale prodotto (chi l'avrebbe mai detto?) dalla Troma a cui sento di poter estendere, più o meno pedissequamente, il giudizio sostanziale impresso dal mio degno sodale sulle avventure del supereroe del coito: è a tratti banale, ma fa parecchio ridere.
Orbene, c'è in giro da un paio d'anni una versione italiana del Musical (attenti, che il sito non va bene con la volpe) che è perfino transitata a Roma... ovviamente senza che io me ne accorgessi, visto che lascio di malavoglia la chiase longue su cui vegeto e ingrasso da circa sette anni. Progettavo di rimediare con una puntatina a Milano, ove Cannibal! Il Musical doveva restare in cartellone da oggi al 29 aprile, programma che però sembra proprio essere stato annullato. Ora, non so se sono inetta io o cosa, ma pur aggirandomi per l'universo web in loro cerca non riesco a trovare traccia delle date successive. Il fatto mi manda un po' in bestia giacchè ormai, con quell'avanzo di galera di Peter Pain, s'era deciso di andarci.
Non è che per caso un'anima caritatevole di passaggio ne sa qualcosa?
NON SONO FICONI IN TANGA: SONO KALOI KAI AGATHOI, IGNORANTE.
Quel giovine paraculo di Zack Snyder, già noto alle cronache per aver truccato i lenti zombi di Romero acciocché corressero come Forrest Gump, si tiene sul vago. Miller, come all’epoca di Sin City, snocciola non-commenti sensati, pacati, inconsistenti. L’ occidentale.it non ha dubbi (non sono nel suo dna, del resto): Serse è metafora di un occidente contemporaneo, “effeminato” e plutocratico, contrapposto al proprio passato: west ellenico marziale e etico, sobrio (?), incorruttibile sino al martirio. Il film intanto, in barba alle proteste iraniane, piace molto anche dalle parti dell’Unità , e c’è chi approfitta del marasma per concedersi sublimi sfottimenti (non ho mica capito chi l’ha scritto, ma questo articolo su “300 comunistissimo” sfiora il genio in più punti). Quasi tutti comunque sono d’accordo sul fatto che il film sia una roba molto ma molto gay. Anche io, in verità ti dico, se fossi arrivata in sala vergine di ogni commento, polemica, intervista e retroscena, adesso starei qui a scrivere entusiasta di questo favoloso splatterino camp che vede contrapposti all’arma bianca, in una sfarzosa cornice sanguemmerda e photoshop, un manipolo machomostri mitologici (fatate ibridazioni, signora mia, con villose teste da pornoattori ’70 che sorgono impossibili su corpi da cubo) e drag imperiali, fantastiche per dimensioni e di molle sadismo circonfuse. Kuroi da Palestra VS Colosso Dorato, spericolato adoratore di bmezine e delle pinzette per sopracciglia, seducente arruolatore di un Efialte assai Chaney e pacchianissimo gerarca degli ottantotto folli a.C.
A dirla tutta però non avevo nemmeno colto subito questa allure queer della rinomata faccenda delle Termopili. Al primissimo impatto, pervertita com’ero da una visione notturna de Il diavolo veste Prada, fuorviata come mi trovavo da quest’abbondanza di ventri scolpiti e camminate atteggione, avevo piuttosto pensato a uno scontro di passerelle: Spartani dominati da un’estetica vecchio Armani, o Prada che fu (notate i completini della regina Gorgo e poi ditemi se ho torto), contro Persiani vestiti da Cavalli, accessori D&G. Ebbene sì, io in 300 ci vedevo questa rappresentazione di un conflitto fra la moda ’90, minimale, geometrica irreggimentata dal dogma dell’essenzialità, e quella del decennio successivo, sovvertita dall’effervescenza del revival anni 80 e dall’impudica ostentazione del lusso smeraldo. Il tutto però aromatizzato non già dai remoti effluvi del Signore degli Anelli di Jacksoniana fattura, bensì da una folata purissima di Dungeons & Dragons, gioco adorabile e adorabilmente manicheo, almeno nella sua versione EUMATE [1].
Perché questo film è giustappunto un fantasy. Ma un fantasy eretico, intendo, semplice, fisico, modaiolo. Con attori bonissimi.
Poi, è una fascistata? Una stonzatona omofobica? Un taccheggio con la tasca sinistra piena di Jesus Christ Superstar (lo si ammetta, Serse ha un che di Erode) e la destra imbottita dal Gladiatore (campi di grano + rallentatore = romanticismo)? Patinata parabola antimperialista? Patinata probaganda filoimperialista? Non saprei. Del resto, se uno è in grado di fare discorsi così complicati mica va a vedere 300. Almeno se non gli capita come accadde a Mr. Peter Pain, che fu tratto in sala con l’inganno da un’infida siamese di basso livello culturale. Costei rise tutto il tempo, e associò ad ogni singola evoluzione di spada un talento per guerrieri di D&D 3.5.
[1] Ebbene sì, c’è più di un modo di giocare a Dungeons & Dragons. Quello biasimato dai più eruditi e sottili estimatori del popolare gioco di ruolo vede la compagnia di personaggi giocanti comportarsi come in un film con A. Schwarzenegger, ovvero sfruttare un esile canovaccio spacciato per trama dal DM compiacente per misurarsi con una serie di creature indubbiamente cattive e irreversibilmente votate allo sterminio, sbudellarle grazie ad improbabili superpoteri, impossessarsi delle ricchezze da esse custodite e attendere un sequel, la nuova avventura, fissando l’orizzonte in posa plastica. L’acronimo EUMATE descrive appunto questo stile di gioco rambista: Entra (nel dungeon), Uccidi Mostro, Arraffa Tesoro, Esci.
Ingiustamente e crudelmente maltrattato, l'EUMATE trova il suo sommo riscatto e la sua dovuta santificazione nel meraviglioso gioco da tavolo demenziale Munchkin, infinitamente superiore alle geriatriche menate narrative della Wizard of The Coast. Un gioco bellissimo, a cui tutti prima o poi si convertiranno.





























